L’abitudine, la più fedele alleata della menzogna
Goebbels – quel Mefistofele zoppo della propaganda – teorizzava che la menzogna, quanto più è smisurata, tanto più appare verosimile.
L’uomo comune, diceva, non concepisce che si possa mentire con tale sfacciata ampiezza; e così, per ingenuità, per pigrizia mentale o per cieca partigianeria, finisce per inginocchiarsi dinanzi all’impostura come fosse un altare.
Ripetete un assurdo mille volte, ed esso diverrà dogma: non perché sia vero, ma perché l’eco stordisce il cervello prima ancora che la ragione possa reagire.
È con questo mesto presagio che guardo – ne ho scritto altrove – al prossimo referendum. Non ho doti divinatorie; mi basta conoscere l’anatomia morale della folla – e, in particolare, di quella italica – per prevederne il responso.
Posta davanti allo slogan da fiera paesana: «Volete che la politica controlli la giustizia? Rispondete NO!», la massa non sa, non vuole e non può interrogarsi su ciò che davvero significhi.
Mancano i rudimenti storici, difetta l’alfabeto civico, latita la volontà di capire. Il cittadino medio, dinanzi a una formula gridata, abdica al pensiero come un sovrano imbelle che consegna le chiavi del regno al primo usurpatore con voce tonante.
La riforma in questione – discutibile, discutibilissima e, anzi, fin troppo timida verso una corporazione di vincitori di un concorso da nerd ma che difende se stessa, i suoi privilegi d’impunità con la compattezza della falange macedone – di tutto può essere accusata, fuorché di voler asservire la magistratura all’esecutivo.
Il “potere giudiziario”, oltretutto, non sono quei funzionari in toga senza alcuna legittimazione democratica; il “potere giudiziario” sono le leggi, approvate dai rappresentanti del popolo. E quei funzionari devono o dovrebbero solo applicale senza interpetrarle per capovolgerle eversivamente.
Ma provate a spiegarlo alla massa.
È fatica sprecata, è come declamare Omero a un branco di galline. Basta che un divulgatore televisivo dall’aria sapiente o un menestrello mediatico con chitarra e slogan benedica la tesi dominante e la moltitudine vi si accoda con la docilità di un gregge sotto la pioggia.
Non giudica: ripete. Non valuta: echeggia. Non pensa: aderisce.
Così, sospinta da questa menzogna ciclopica – un Golia retorico costruito di parole vuote – la democrazia rischia di trovarsi, ancor più di quanto già non accada, sotto lo schiaffo permanente di una consorteria che si proclama custode della giustizia mentre ne amministra solo le ombre.
E il popolo, che dovrebbe esserne arbitro, resta spettatore: non sovrano, ma pubblico pagante di uno spettacolo in cui lo si sta derubando mentre applaude all’imbonitore.
Questa non è una tragedia né una commedia. È peggio: è l’abitudine. E l’abitudine, in politica, è la più fedele alleata della menzogna.





