Quale universalità?
Due digiuni sono iniziati nello stesso giorno, lo scorso 18 febbraio. Mercoledì delle Ceneri per i cattolici, primo giorno di Ramadan per i musulmani. Una coincidenza che non si verificava da trent’anni.
Il calendario ha offerto un esperimento perfetto.
I risultati sono impietosi: media, politica e persino la Chiesa hanno celebrato il Ramadan mettendo in secondo piano la propria Quaresima.
Sky TG24 pubblica orari di preghiera islamica città per città. Adnkronos spiega iftar e suhoor. Vatican News intervista l’imam della Grande Moschea di Roma.
E la Quaresima?
Trafiletti tra ricette di magro e il funerale del Carnevale. In un Paese cattolico all’80%, il cammino verso la Pasqua è folklore. Il Ramadan, praticato dal 3 – 5% dei residenti, è evento nazionale.
Ma non sono solo i giornali.
Il cardinale Zuppi, presidente della CEI, scrive ai musulmani: “al-salam ‘alaykum”, chiude con “Ramadan mubarak”. L’arcivescovo di Firenze Gambelli apre con “As-salaamu alaykum”, sigilla con “Ramadan Karim”.
L’elenco dei presuli che si sono cimentati in salamelecchi è lungo e in continuo aggiornamento.
Messaggi equivalenti di autorità islamiche ai cattolici per la Quaresima? Zero.
L’UCOII ha scritto una lettera a Zuppi parlando di “coincidenza provvidenziale”. Cortesia rivolta a un solo destinatario di vertice. Un gesto diplomatico, non reciprocità.
Dalle parole ai fatti. A Monfalcone tre centri islamici chiusi per irregolarità urbanistiche. La comunità musulmana resta senza spazi.
Chi risolve il problema? La Chiesa.
Monsignor Zuttion apre le Stalle Rosse di Staranzano, don Zanetti offre l’oratorio di San Michele, il vescovo di Gorizia benedice. A Roma, quartiere Montespaccato, la parrocchia di Santa Maria in Janua Coeli ospita i musulmani ogni venerdì da anni: l’imam sposta ambone e croce astile per stendere le stuoie verso la Mecca, nella stanza accanto si celebra l’adorazione eucaristica.
A Renate, in Brianza, quattrocento persone a un iftar in oratorio. A Veduggio la preghiera dell’Eid al-Fitr con centinaia di fedeli islamici.
A Firenze la diocesi vende ottomila metri quadri alla comunità islamica per costruire una moschea.
E a Ponte della Priula, provincia di Treviso, un asilo parrocchiale cattolico porta i propri bambini al centro islamico Emanet: le maestre indossano il velo, i piccoli si inginocchiano verso la Mecca, l’imam spiega i cinque pilastri dell’Islam. La scuola pubblica le foto sui social con entusiasmo.
Non eccezioni. Una prassi.
Che monsignor Olivero, presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo, legittima sulle pagine di Famiglia Cristiana: aprire gli oratori ai musulmani sarebbe universalità cristiana.
Quale universalità?
Per la teologia cattolica Cristo è “la Via, la Verità e la Vita”. Non una verità negoziabile: la Verità. Su questo dogma si reggono duemila anni di magistero. Gli stessi pastori che lo professano spalancano le porte a chi definisce i cristiani “infedeli”, a chi nega la divinità di Cristo, a chi considera il Corano parola definitiva di Dio che supera e corregge il Vangelo.
Non per carità verso il bisognoso, che sarebbe doverosa. Per ospitare una liturgia che nega la loro stessa ragion d’essere. Quando l’imam sposta la croce per stendere le stuoie, Cristo viene rimosso. Fisicamente. E chi dovrebbe custodirlo guarda altrove.
Un fatto va documentato: non esiste un solo caso, in Italia, di una moschea che abbia offerto spazi a cristiani in difficoltà. Non uno. Mentre le diocesi vendono terreni e prestano oratori, in Turchia i cristiani non hanno una stanza dove pregare e le chiese bizantine diventano moschee.
Il dialogo interreligioso è una strada a senso unico. Si percorre sempre nella stessa direzione: quella della resa.
A Torino il sindaco Lo Russo pubblica auguri per il Ramadan e per il Capodanno cinese. Per la Quaresima, nulla. A Rivalta, stessa scena. Il copione si ripete da Nord a Sud con la precisione di un rituale che non ha più niente di spontaneo.
Nessuno chiede di negare il diritto alla preghiera.
L’articolo 19 della Costituzione lo garantisce a tutti. Ma una cosa è il diritto, altra cosa è la resa. Una cosa è il rispetto, altra cosa è la genuflessione. Quando una civiltà celebra le ricorrenze altrui con più entusiasmo delle proprie, non pratica il dialogo. Pratica la cancellazione.
La Quaresima chiede conversione, penitenza, ritorno all’essenziale. Chiede identità. Esattamente ciò che una parte della Chiesa ha smarrito nel momento in cui avrebbe dovuto testimoniarla.
Non si porta Cristo al mondo cedendo gli oratori. Lo si porta sapendo chi si è. E chi si è, in queste settimane, sembra saperlo soltanto l’altra parte.





