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Washington prepara la pace mentre misura la guerra

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Il Medio Oriente entra in una fase critica

Siamo alla concretizzazione del Board of Peace dedicato a Gaza, convocato a Washington il 19 febbraio, in un Medio Oriente entrato in una fase di tensione profonda.

La diplomazia continua a muoversi in parallelo a una preparazione militare sempre più visibile. Stati Uniti e Iran mantengono aperti i canali di dialogo sul nucleare, ma lo fanno disponendosi su un piano di confronto che va ben oltre il linguaggio negoziale e le consuete formule della distensione.

Negli ultimi giorni l’amministrazione guidata da Donald Trump ha rafforzato in modo significativo le proprie forze militari nella regione. Due gruppi di portaerei, una presenza navale estesa e un flusso costante di assetti aerei delineano una fase che non ha nulla di dimostrativo o simbolico.

Decine di caccia di ultima generazione sono stati ridislocati in Medio Oriente attraverso un ponte aereo continuo, mentre ulteriori unità navali si stanno muovendo verso il teatro operativo.

Tra queste la portaerei USS Gerald Ford, in arrivo dal Mediterraneo occidentale e destinata a coordinarsi con forze già presenti, come la USS Abraham Lincoln, schierata al largo delle coste dell’Oman.

A Teheran la risposta segue una logica altrettanto strutturata, le autorità iraniane stanno preparando il Paese a uno scenario di attacco ad alta intensità, riorganizzando la catena di comando militare e rafforzando la protezione dei siti sensibili.

I pasdaran hanno annunciato il ritorno a una struttura decisionale decentralizzata, pensata per garantire continuità operativa anche in caso di colpi mirati contro i vertici.

Parallelamente, le infrastrutture civili vengono adattate a un possibile uso difensivo, mentre immagini satellitari mostrano lavori di irrobustimento in diversi complessi nucleari. Sul piano politico e militare, l’esercitazione navale congiunta con Mosca e la partecipazione della Cina, la Maritime Security Belt 2026 che si è tenuta il 16 e 17 febbraio nello stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman, ha assunto il valore di un messaggio militare diretto agli Stati Uniti.

Lo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo, da cui transita una gran parte delle forniture energetiche mondiali, resta uno dei principali strumenti di deterrenza strategica  iraniani. Le parole della guida suprema Ali Khamenei, che ha evocato la vulnerabilità delle grandi navi da guerra, si inserisce in una strategia di dissuasione esplicita.

Secondo quanto riportato da fonti americane, un’eventuale operazione militare contro l’Iran non avrebbe il profilo di un’azione circoscritta, ma assumerebbe le caratteristiche di una campagna prolungata, probabilmente condotta in coordinamento con Israele.

Uno scenario di questo tipo avrebbe effetti profondi sull’intera regione, dove molti attori arabi e musulmani stanno cercando di evitare che la crisi scivoli verso un conflitto aperto e difficilmente controllabile.

I colloqui sul nucleare in corso a Ginevra, sono stati considerati moderatamente costruttivi, Teheran parla di una fase negoziale e di elaborazione, Mosca si dichiara pronta a farsi carico dell’uranio arricchito iraniano come possibile garanzia per un accordo.

Le distanze restano però significative, il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto alcuni passi avanti, sottolineando allo stesso tempo che l’Iran non appare disposto ad accettare le linee fissate dalla Casa Bianca.

Il precedente di una finestra diplomatica seguita da un’azione militare continua a gravare sullo sfondo e contribuisce ad alimentare un clima di incertezza che gli analisti più affidabili danno al 90%.

È su questo scenario che ha preso forma il Board of Peace, annunciato da Trump al World Economic Forum di Davos e ora avviato operativamente. L’iniziativa che nasce con l’obiettivo di coordinare la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza, racconta qualcosa di più ampio.

Si tratta di un organismo ristretto, su invito, che riunisce Stati Uniti, Paesi arabi considerati affidabili come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, alcuni paesi europei come Romania e Ungheria, invece Francia, Spagna e Svezia hanno declinato l’adesione, esprimendo timori che la nuova struttura possa indebolire il ruolo delle Nazioni Unite nei processi di pace insieme a grandi attori finanziari e a figure selezionate del mondo della sicurezza e della diplomazia.

L’assenza di una rappresentanza palestinese ufficiale ha suscitato perplessità e critiche, inclusa una presa di distanza del Vaticano, preoccupato per l’idea di una pace costruita senza uno dei soggetti centrali del conflitto, l’Italia ci sarà ma solo come osservatore.

Il Board of peace non è soltanto uno strumento operativo, ma il tentativo di sperimentare una nuova forma di governance delle crisi, più selettiva e meno legata ai meccanismi multilaterali tradizionali. Gaza sta diventando un banco di prova, un modello potenzialmente replicabile in altri teatri instabili.

La fase attuale è segnata dalla sovrapposizione di questi piani. Da una parte, Washington lavora alla costruzione di un dispositivo politico e finanziario che promette ricostruzione e stabilità.

Dall’altra, mantiene una pressione militare elevata sull’Iran, lasciando intendere che la forza resta un’opzione concreta. Il risultato è un messaggio volutamente ambiguo, in cui il linguaggio della pace convive con i preparativi della guerra.

Per governi e mercati, la questione centrale non è tanto prevedere l’ora di un eventuale attacco, quanto interpretare la strategia complessiva degli Stati Uniti.

Comprendere se l’escalation controllata serva a forzare concessioni diplomatiche o se il sistema stia scivolando verso un confronto diretto, in ogni caso, il Medio Oriente appare sempre meno come un margine dell’ordine internazionale e sempre più come il luogo in cui si stanno ridefinendo, in modo evidente, gli equilibri e le regole della competizione globale.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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