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Rogoredo, necessario tutelare le forze dell’ordine

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L’usuale polemica mediatica sulla vicenda di Rogoredo, che vede l’ennesimo Agente di Polizia incappare nell’ennesimo “atto dovuto”, genera frastornanti confusioni.

Alcune naturali, altre artatamente strumentali.
E mi ritrovo, per l’ennesima volta, perplesso su procedure che, per quanto definite doverose, continuano ad apparirmi irrazionali.
E non posso fare a meno di pormi alcune domande che riguardano la Logica, se non il Diritto.
Anche se il Diritto dovrebbe basarsi proprio sulla Logica.
Perché se così non fosse, diverrebbe incomprensibile per i cittadini, e anziché regolare la convivenza sociale, creerebbe disordine, confusione e senso di profonda ingiustizia.
La prima domanda è sulla pistola a salve.
Pistola che era materialmente impossibile riconoscere come non vera.
Ma siamo certi che sia questo il punto?
A parte il fatto che la difesa si considera comunque legittima anche nella concreta “supposizione erronea” di un pericolo (si chiama: legittima difesa putativa), la domanda è un’altra.
Mi chiedo: se quella pistola fosse stata vera, il poliziotto sarebbe stato ugualmente, automaticamente e immediatamente, iscritto nel registro degli indagati?
Purtroppo, penso proprio di sì.
L’Atto dovuto sarebbe inevitabilmente scattato lo stesso.
Così come era scattato per i Poliziotti che, dopo il conflitto a fuoco causarono il decesso dell’assassino del Brigadiere le Grottaglie (e per il quale risultano ancora sotto procedimento penale).
Così come era scattato per il Luogotenente Masini quando si difese da un’aggressione mortale (pur se un video a disposizione del PM dimostrava inequivocabilmente la correttezza del suo operato).
Così come scatterà sempre e comunque ogni qualvolta gli Agenti delle Forze dell’Ordine faranno uso legittimo delle armi o le useranno per legittima difesa.
L’altra domanda è sul termine “dovuto”.
Cosa si intende per “doverosità”?
Se ci chiediamo se sia doveroso per il PM, in tali situazioni, svolgere le opportune verifiche e accertamenti per appurare la correttezza dell’operato degli Agenti e quindi constatare l’effettiva presenza della causa di giustificazione, la risposta è:
indubbiamente si!
Nessuno, e tantomeno le Forze di Polizia, vogliono alcuno scudo penale.
Ma se ci chiediamo se per farlo sia doveroso iscrivere preventivamente nel registro degli indagati un Agente di Polizia (o una qualsiasi persona) in assenza di indizi di reato, ritengo che la risposta non possa che essere:
No!
Non è assolutamente doveroso.
Anzi, la legge prevede l’esatto contrario!
Eppure, il poliziotto di Rogoredo è stato iscritto nel registro degli indagati con l’infamante accusa di omicidio volontario.
Si ipotizza che abbia causato, senza alcun giustificato motivo, con coscienza e volontà, la morte di un uomo.
E, di fronte a tale accusa, e lecito chiedersi quale sia la traccia, la circostanza, il dato attualmente in possesso del magistrato che gli faccia ragionevolmente presumere che il poliziotto sia responsabile di un delitto così atroce che prevede addirittura l’ergastolo?
Verificare i fatti non presuppone (o non dovrebbe presupporre) che si parta da un’ipotesi di presunzione di colpevolezza.
E’ lecito chiedersi, poi, perché si è scelto proprio il reato di “omicidio volontario”?
E non mi si venga a dire che è una scelta obbligata dettata dalla situazione, perché, solo analizzando casi recenti, in analoghe circostanze, sono stati utilizzati capi di imputazione differenti.
Per esempio, il Luogotenente Masini che pur si era difeso da un’aggressione mortale causando il decesso del suo aggressore, era stato indagato per “eccesso colposo di legittima difesa”.
Invece i poliziotti che nel conflitto a fuoco hanno ucciso l’assassino del Brigadiere Le Grottaglie sono indagati per “omicidio colposo”.
Mi sbaglierò, ma paiono reati buttati lì a casaccio, tanto per creare artificiosamente la figura di un indagato, funzionale all’apertura di un procedimento a loro carico.
E d’altronde, mancando gli indizi di reato, si comprende la difficoltà di attribuire uno specifico reato.
Qualcuno continua a sostenere che l’indizio che giustifica l’iscrizione del poliziotto nel registro degli indagati è… il cadavere.
C’è un morto.
Si sa chi lo ha ucciso.
Ed è quello è l’indizio!
Costoro scordano che si sa anche “perché” e “come” lo ha ucciso e che l’autore dovrebbe essere iscritto solo se e quando dalle indagini emergessero indizi che facessero ritenere insussistente la causa di giustificazione.
Ma a costoro, sempre rimanendo nei fatti di cronaca recente, vorrei ricordare il caso avvenuto poco tempo fa in provincia di Varese, allorquando un ragazzo si difese dall’aggressione di alcuni ladri, uccidendone uno con un coltello.
Ebbene, quel ragazzo, che ha agito per legittima difesa, giustamente, non è mai stato iscritto nel registro degli indagati.
Eppure anche lì c’era un morto.
E anche lì si sapeva chi lo aveva ucciso.
Mi sapete spiegare la differenza?
O forse volete spingervi al punto da dirmi che un poliziotto è un cittadino differente dagli altri?
O forse volete dirmi che il principio costituzionale della presunzione di innocenza vale per tutti, tranne per chi indossa una divisa?
Siamo esseri razionali (o dovremmo esserlo) e come tali qualche domanda dovremmo farcela…  e soprattutto dovremmo farla a chi di competenza.

Autore

  • Redazione

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