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RITORNARE ALLO SPIRITO DEL REFERENDUM DI MARIOTTO SEGNI

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di Marc

o Sarli

Perché è necessario tornare allo spirito del referendum di Mariotto Segni del 1993?

Dopo la devastante esperienza di Tangentopoli, il sistema politico della Prima Repubblica andò letteralmente in pezzi, a causa di una vera e propria “lack of confiance” da parte degli elettori, nei confronti del sistema politico senza particolari distinzioni tra maggioranza e opposizioni, uniti in quella grande ondata di sdegno popolare, che appunto non faceva distinzioni tra Destra, Sinistra  e Centro, tutti accomunati in un dispregio generalizzato da parte dei cittadini.

Non a caso il libro “La Casta” si rivelò un grandissimo successo editoriale, paragonabile solo alla inchiesta di due bravi giornalisti della Washington Post che portò alle dimissioni del presidente degli USA, Richard Nixon che pure aveva letteralmente schiacciato lo sfidante democratico Mc Govern.

Il senso del referendum di Segni era il passaggio da un sistema elettorale proporzionale quasi puro ad un sistema maggioritario basato su collegi elettorali di non grandi dimensioni che avrebbero favorito, almeno sulla carta, una chance per candidati credibili non necessariamente legati ai partiti che, come dicevo sopra erano caratterizzati da un livello di credibilità ridotto ai minimi termini. L’alleanza spuria e basata sulla sabbia tra il partito aziendale di Silvio Berlusconi (che inizialmente aveva puntato sullo stesso Segni ma che aveva imparato dalla sua stessa avventura imprenditoriale che se vuoi avere successo ci “devi” necessariamente metterci la faccia) Alleanza Nazionale (che forse allora si chiamava ancora Movimento Sociale Italiano) e la ruspante Lega Nord di Umberto Bossi vinse a man bassa nei collegi del Nord con l’alleanza Forza Italia e Lega, mentre al Centro e al sud con l’alleanza Forza Italia ed MSI.

La ripartizione dei candidati nei collegi uninominali premiò ovviamente i due partiti preesistenti e pochi mesi dopo (sette per la precisione) la Lega di Bossi mando’ a casa Berlusconi, dando vita al primo Governo delle larghe intese presieduto dall’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, Lamberto Dini.

La storia ci racconta come finì la corsa: con la insperata vittoria del Centro Sinistra guidato dal professor Romano Prodi che portò l’Italia ad un risanamento dei conti in tempi record e gettando così le basi per l’ingresso dell’Italia nel gruppo dei Paesi che avrebbero dato vita alla moneta unica europea nel 2002, in base alle parità fisse e irrevocabili stabilire nel 1999 in quella che passerà alla Storia come la notte dell’euro.

In spregio alla nettissima volontà degli elettori nel sovra citato referendum, in materia elettorale si sono susseguiti due interventi legislativi che hanno, pur con alcune differenze tra di loro, dato vita al prevalere del sistema proporzionale su quello rappresentato dai residuali collegi uninominali e, per quanto riguarda la prevalente parte proporzionale, all’abolizione delle preferenze spacciato come norma moralizzatrice e quindi introducendo i listini bloccati decisi in buona sostanza dai vertici dei partiti.

Le innovazioni, in senso regressivo, furono approvate in buona sostanza da tutti i partiti, mentre la forte riduzione del numero dei parlamentari ha determinato collegi uninominali troppo grandi perché possano emergere candidati non legati a nessun partito.

È quindi ora perché avvenga una nuova mobilitazione popolare per far sì che si crei una forma di rappresentanza più rispondete alla effettiva volontà degli elettori, volontà che non trova spazio ne’ nel Porcellum ne’ nel Rosatellum, compreso il ripristino della preferenza.

Autore

  • Redazione

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