
di Lucio Leante
“L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù” diceva nella seconda metà del ‘600 La Rochefoucauld che la riteneva in una certa misura, necessaria.
Sulla stessa sua linea si era espresso nello stesso qualche anno primail gesuita Baltasar Gracian che, nel suo famoso libretto “Oracolo manuale ed arte della prudenza”, raccomandava la dissimulazione. Già nel ‘500 Giovanni della Casa nel suo Galateo o de’ costumi” sconsigliava di affrontare argomenti controversi e di esprimere opinioni troppo personali a tavola e in società. Una certa dose di understatement è salutare e doverosa in società. Guai a dire nei salotti o a tavola tutto quel che si pensa davvero dei conoscenti. Ma non bisogna esagerare. Molière nel suo “Tartuffe ou l’imposteur” dipinse un personaggio repellente che usava la dissimulazione e l’ipocrisia per obbiettivi di ascesa sociale. A lui si ispirò esplicitamente Stendhal nel dipingere il personaggio di Julien Sorel nel romanzo il Rosso e il Nero. D’altra parte anche una certa dose di sincerità è ben apprezzata in società. Ma anche qui non bisogna esagerare. È una questione di misura. L’eccessiva sincerità si paga cara.
In politica, ambito in cui sulla verità deve prevalere l’opportunità, una certa dose di ipocrisia, di inganno e di dissimulazione è una regola ferrea. Machiavelli raccomandava al principe di ostentare buoni sentimenti e buone intenzioni e di farsi vedere in Chiesa con la famiglia anche quando stesse progettando una ribalderia o un omicidio. In diplomazia e nelle relazioni internazionali l’ipocrisia non è solo etichetta e bon ton, ma un ferro del mestiere. Anche in politica gli elettori amano i politici aperti e sinceri. Ma anche qui non bisogna esagerare. Gli eccessi si pagano. Est modus in rebus. Trovare un punto di equilibrio è un’arte molto difficile.
La retorica dei valori e dei principi è stata storicamente un pilastro della politica estera oltre che interna degli stati occidentali. Ogni posizione dell’Occidente, ogni intervento, ogni guerra sono sempre stati giustificati sul piano dei valori e dei principi. Di questa associazione tra Occidente e valori si è nutrito dal secondo dopoguerra in poi la politica estera delle élite occidentali.
Basti ricordare l’attacco della Nato alla Serbia del 1998-1999 giustificato da ragioni umanitarie o quello di una vasta coalizione internazionale all’Iraq nel 2003, giustificato con una “difesa preventiva” contro le armi di distruzione di massa, entrambi avvenuti senza l’avallo dell’ONU; e poi nel primo quindicennio del XXI secolo le rivoluzioni colorate nei paesi ex sovietici e le primavere nei paesi arabe, cioè i cambi di regime, sponsorizzati dagli USA fino alla rivoluzione dell’Euro-Maidan in Ucraina nel 2014 (poi culminata nella guerra russo-ucraina). Sono stati tutti interventi che violavano le norme del diritto internazionale, ma che l’Occidente ha cercato di giustificare con interpretazioni forzate unilaterali e a doppio standard di quelle norme, oltre che con il messianico ed edificante obbiettivo di esportare la democrazia e i diritti umani. Lo stesso appoggio occidentale al regime di Kiev nella guerra irusso-ucraina è stato giustificato, come una difesa della democrazia ucraina contro la autocrazia russa attribuendo a Mosca l’intenzione (non verificata e non verificabile) di voler estendere all’Europa il suo impero ed il suo regime autocratico.
Non è forse vero che le democrazie ripudiano la guerra come mezzo per la risoluzione di controversie internazionali e non fanno le guerre per volontà di potenza, ma solo per difendere e diffondere valori (il diritto internazionale), principi democratici e diritti umani? Se capita che gli interventi occidentali provochino centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti e sfollati, sofferenze umane, le buone intenzioni occidentali salverebbero la nostra coscienza. L’Occidente come la nobiltà nell’opera “Don Giovanni” di Mozart- Da Ponte “ha negli occhi dipinta l’onestà”.
Insomma l’Occidente ha, in specie dopo la fine della guerra fredda, celato la sua volontà di potenza con nobili ed edificanti motivazioni. Vogliamo chiamarla ipocrisia?
Ma da qualche tempo assistiamo ad una rottura di questa nobile ed ipocrita tradizione etica. È arrivato Donald Trump e i toni si sono fatti diretti, pragmatici e spesso anche brutali. Egli da quando un anno fa è tornato alla Casa Bianca sta contravvenendo alla regola ferrea dell’ipocrisia internazionale. È questa forse a novità vera e rivoluzionaria dell’attuale fase critica delle relazioni internazionali. Trump non si cela dietro valori e principi. La chiamano “diplomazia transazionale” (cioè basata sullo scambio, sul do ut des). È dichiaratamente la formula metodologica della sua amministrazione in politica estera. In realtà egli alterna sincerità e dissimulazione, secondo le convenienze. Ma non esita ad apparire un uomo politico senza principi.
Ha fatto arrestare dalle sue forze speciali il dittatore venezuelano Maduro nella sua casa di Caracas (dopo essersi assicurato probabilmente una benigna negligenza di una parte dei governanti). E a coloro che si mostravano scamdalizzati per la violazione del diritto internazionale ha risposto affermando che come presidente degli USA si sente “limitato solo dalla sua coscienza”. Una sensazione che – ci si può giurare – è quella di ogni capo di stato di ogni super-potenza (specie se nucleare) e persino di medie e piccole potenze quando possono restare impuniti. Si fa ma non si dice.
Una settimana dopo si volge alla Groenlandia: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale e faremo di tutto per averla” – ha detto senza infingimenti e abbellimenti giustificativi giuridici o etici. I dirigenti dei paesi europei sono rimasti sconvolti e si sono detti scandalizzati. A Davos nei giorni scorso ha fatto marcia indietro. Aveva chiesto la sovranità della Groenlandia per poter meglio ottenere carta bianca per un periodo indefinito. Ha deriso gli europei come a dire loro: “ma credevate davvero che io invadessi la Groenlandia?”. I leader europei hanno fatto la figura dei babbei. Per giorni, al fine di incentivare l’avversione delle opinioni pubbliche a Trump, avevano finto di credere all’impossibile ipotesi di un’invasione militare americana della Groenlandia. Poi dopo la solita giravolta di Trump sono rimasti ammutoliti. Ma sono apparsi degli incapaci oltre che degli ipocriti.
Si sono dovuti accontentare di tributare una standing ovation al primo ministro canadese Mark Carney solo perché quest’ultimo dopo avere confessato l’ipocrisia della retorica dei occidentale delle regole ha in sostanza aggiunto che le potenze intermedie occidentali devono unirsi contro la legge del più forte (Trump) per poter continuare ad ammannire quella retorica.
Egli ha avuto il merito di dire una parte della verità quando ha affermato che “sapevamo che la storiella dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa”. Eppure – ha continuato- “abbiamo partecipato ai rituali e per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà”. Abbiamo trovato conveniente “vivere nella menzogna”. “Vivere nella verità” – aggiunge- significa “smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come promesso”. Chapeau! Carney così dicendo ha tolto la maschera all’ipocrisia di chi specie in Europa – e specie a sinistra- si indigna a fasi alterne, secondo le convenienze di parte.
Ma poi lo stesso Carney si è contraddetto da sé. Ha lasciato intendere che la fase precedente a quella attuale (quella che lui stesso aveva ritratto come ipocrisia) sarebbe stata una fase di ordine mondiale terminata con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca. Senza nominare quest’ultimo ha affermato che “l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo” e starebbe cominciando solo ora “l’era brutale” dove “i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono”.
Carney descritto solo l’era attuale (trumpiana)come “un mondo della forza”, “un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi”. Prima di Trump invece?
Egli ha poi in sostanza invitato le “medie potenze” (quelle europee) ad unirsi e ad organizzarsi “contro le grandi potenze”. In sostanza contro l’America Trump. “Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù” – ha affermato. Le medie potenze dovrebbero finalmente “creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto”.
Egli si dice certo che le medie potenze saranno guidate “da principi nell’impegno verso valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani”. Ci risiamo. Ma non aveva detto in precedenza che ciò significa “vivere nella menzogna”? E poi: cosa avrebbero di particolare e di magico le medie potenze per garantire tutto ciò? Non si capisce.
Ma Carney oltre che in contraddizione con se stesso, pecca anche di reticenza.
L’arena internazionale è sempre stata una giungla sregolata di stati che tendenzialmente si comportano (piccole, medie o grandi potenze che siano) come “leviatani dalle viscere di bronzo” che non riconoscono alcuna entità e alcun diritto ad essi superiore. Il diritto internazionale è sempre condizionato dai rapporti di forza tra gli stati. Uno stato o un gruppo di stati lo applica agli altri stati quando c’è la forza per farlo applicare; mai a se stessi quando non costretti da una qualche forza; lo si sostiene sempre con un doppio standard secondo il classico schema amico/nemico.
Un ordine internazionale assoluto sarebbe possibile solo se si creasse uno stato mondiale, ma questa è una ipotesi per fortuna impossibile, perché esso sarebbe una distopia che significherebbe una totalitaria dittatura globale statale. È possibile solo un relativo ordine internazionale quando basato sulla forza di poche superpotenze che impongono il loro ordine alle potenze medie e piccole. Solo allora è possibile una parvenza di ordine basato sulle regole del diritto. Il mondo diventa allora come un Leviatano a più teste, interessate a non divorarsi a vicenda, specie in epoca nucleare, in cui significherebbe a pena della distruzione reciproca. La giustizia internazionale è perciò un sogno utopico.
Scendendo sulla terra dai cieli dell’utopia, l’attuale crisi del sistema internazionale discende da due fallimenti: dal fallimento dell’ONU e delle maggiori organizzazioni internazionali e dal fallimento del modello unilateralista e globalista affermatosi dopo la scomparsa dell’URSS negli USA con le varie presidenze da Bill Clinton a Joe Biden e teorizzato dai necons.
L’Onu è caratterizzata da tempo da una paralisi operativa e da una doppia e opposta egemonia: quella delle grandi potenze in Consiglio di sicurezza e quella dei piccoli paesi in via di sviluppo nell’Assemblea generale che sono i più numerosi. Quest’ultima egemonia si è sempre più orientata in direzione anti-occidentale ed anti-israeliana.
Le élite americane, soprattutto quelle democratiche, hanno cercato di stabilire sulla base di un globalismo e dl un multiculturalismo ideologici, un’alleanza interna con le minoranze etniche (sessuali, di genere e antagoniste) e quelle degli immigrati. Questa alleanza interna avrebbe dovuto essere accompagnata da un’alleanza esterna con i piccoli paesi in via di sviluppo rappresentati all’ONU. Le élite americane hanno perciò perseguito politiche immigratorie, globaliste, woke e verdi che si sono rivelate auto-lesioniste sul piano nazionale e autodistruttive sul piano culturale e cioè anti-occidentali ed anti-israeliane. Le élite di sinistra delle medie potenze europee hanno seguito quelle americane in quelle politiche per ragioni di potere politico interno ed internazionale.
Con la vittoria di Trump questo “gioco” anti-occidentale e e anti-israeliano sembra finito in America, che per oltre 30 anni è stata il centro di diffusione di una rivoluzione dem, global, neocon, woke e green. Le élite delle medie potenze euro-occidentali (tra cui quella canadese) temono ora che il contagio trumpiano si estenda ai loro paesi defenestrandole. Carney se ne fa intelligente e astuto portavoce chiamandole a raccolta in apparenza contro le grandi potenze, ma in pratica contro il “bullo” Trump.





