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Espellere subito, giudicare dopo

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 Aurora Livoli, diciannove anni, stuprata e strangolata a Milano il 28 dicembre. L’assassino: un peruviano con precedenti per violenza sessuale e due decreti di espulsione mai eseguiti.
Alessandro Ambrosio, trentaquattro anni, accoltellato alle spalle alla stazione di Bologna il 5 gennaio. L’assassino: un croato con nove denunce e un ordine di allontanamento scaduto due giorni prima.

San Mauro Pascoli, 5 dicembre. Una donna di cinquant’anni violentata mentre fa jogging. L’aggressore: un gambiano già denunciato per molestie, già destinatario di un decreto di espulsione mai eseguito.
Tre decreti di espulsione nel cassetto. Tre vittime sul selciato. Tutto in sei settimane.
Il Ministro Piantedosi ha firmato una direttiva che promette tolleranza zero. Irregolari pericolosi nei CPR senza possibilità di uscita anticipata, visite mediche entro 24 ore, convenzioni con le ASL per accelerare gli ingressi. Bene. Era ora. Ma non basterà.
Perché il collo di bottiglia non è l’ingresso nei Centri di permanenza. È l’uscita dall’Italia. E qui si incaglia tutto, tra ricorsi, appelli, rinvii, cavilli. Un meccanismo che Giorgia Meloni ha definito senza mezzi termini: sabotaggio sistematico. L’accusa è pesante ma documentata. Il caso dell’Imam di Torino, Mohamed Shahin, è emblematico: mesi di indagini, un soggetto ritenuto socialmente pericoloso dal Viminale, un decreto di espulsione. Poi arriva la magistratura, Corte d’Appello e Cassazione, e smonta tutto.
Il paradosso dei Paesi sicuri completa il quadro. Il Governo italiano ha stilato una lista ufficiale con decreto interministeriale: Egitto, Bangladesh, Tunisia e altri sono stati dichiarati sicuri ai fini del rimpatrio. Ma singoli giudici delle sezioni immigrazione dei tribunali ordinari disapplicano quella lista caso per caso, invocando la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e il principio di non refoulement sancito dalla CEDU.
Il risultato è un cortocircuito istituzionale: un magistrato di Bologna o di Roma, senza rispondere ad alcun elettore, riscrive di fatto la politica estera e migratoria italiana decidendo quali Paesi siano sicuri e quali no. Il Governo decide, il giudice disapplica, il clandestino resta.
L’Italia intrattiene normali rapporti diplomatici, commerciali e turistici con questi Paesi. Manda ambasciatori, imprenditori, turisti. Ma un irregolare che ha violato la legge non può essere rimpatriato perché quello stesso Paese sarebbe troppo pericoloso. Due pesi, due misure. Geometria variabile.
La domanda è brutale ma necessaria: chi comanda in Italia? Il popolo attraverso i rappresentanti che ha eletto, o un corpo separato che non risponde a nessuno se non a sé stesso? I cittadini votano chi promette ordine e sicurezza. Il Parlamento approva le leggi. Il Governo le esegue. Poi arriva un giudice con un’interpretazione creativa del diritto europeo e blocca tutto. Non è garantismo, è interdizione. Non è applicazione della legge, è riscrittura della politica migratoria per via giudiziaria.
Avanzo una proposta. Semplice, praticabile, giuridicamente inattaccabile. Il diritto alla difesa non coincide con il diritto a restare sul territorio nazionale mentre si impugna un atto amministrativo.
Espulsione immediata, esecuzione entro 48 ore. È un atto amministrativo di polizia, firmato dal Prefetto o dal Questore. L’espulso vuole fare ricorso? Lo presenta dall’ambasciata italiana nel suo Paese di origine. Collegamento in videoconferenza con il tribunale competente, avvocato d’ufficio se necessario, tutte le garanzie processuali rispettate.
La magistratura valuta, esamina, decide. Ma l’espulso, nel frattempo, sta a casa sua. Chi ha ragione torna. Il costo di un biglietto aereo è nulla rispetto ai costi economici e sociali di chi resta qui a delinquere. Chi ha torto resta dove deve stare.
Qualcuno griderà allo Stato di polizia. Si accomodi.
Durante il Covid le udienze si tenevano regolarmente in videoconferenza. I processi di mafia si celebrano con i detenuti collegati dal carcere. Nel penale ordinario la partecipazione a distanza è prassi consolidata. Il precedente esiste, la tecnologia pure, la volontà politica è l’unica incognita.
Non stiamo inventando nulla. L’Australia respinge chi arriva illegalmente e processa i ricorsi a distanza. La Danimarca ha accordi con Paesi terzi per i trasferimenti. Il Regno Unito sta percorrendo la stessa strada. Sono democrazie, non dittature. Hanno stampa libera, tribunali indipendenti, opposizioni agguerrite. Se possono farlo loro, può farlo l’Italia.
I numeri parlano: nel 2025 i rimpatri effettivi sono stati quasi 7.000, in aumento del 55% rispetto al 2022. Sembra un successo, ma il rapporto tra ordini di espulsione ed esecuzioni reali resta quello di sempre: uno su quattro, quando va bene. Uno su cinque secondo la Corte dei Conti. Il resto è carta che alimenta carta, mentre chi dovrebbe essere su un aereo resta libero di circolare, di aggredire, di uccidere.
Aurora, Alessandro, la donna di San Mauro Pascoli. Tre nomi che si aggiungono a una lista già troppo lunga. Pamela Mastropietro, Desirée Mariottini, Franca Marasco, Rossella Nappini. Tutte vittime di soggetti che non dovevano essere qui. Tutti protetti da un sistema che trasforma l’espulsione in una barzelletta e il decreto del Prefetto in carta straccia.
La proposta è sul tavolo. Espulsione immediata, ricorso a distanza. Il diritto alla difesa garantito, l’esecuzione non più ostaggio dei tempi della giustizia italiana. Serve una legge, serve una riforma, serve soprattutto il coraggio di reggere l’urto di chi trasformerà anche questa proposta nell’ennesima trincea ideologica.
Ma il tempo delle mezze misure è finito. Ogni giorno di ritardo può costare una vita. E di vite ne abbiamo già perse troppe.

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  • Redazione

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