
Medici e infermieri iraniani hanno documentato tutto. In silenzio, sotto minaccia, hanno contato i feriti che arrivavano negli ospedali. Hanno registrato i morti. Hanno annotato le cause: colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma sparati in faccia, pestaggi dopo l’arresto.
16.500 morti. 330.000 feriti.
La maggior parte erano ragazzi sotto i trent’anni. Studenti. Giovani di periferia. Donne giovanissime. Una generazione passata dai cortei agli obitori. E tutto questo è avvenuto nel buio. Internet tagliato. Comunicazioni bloccate. Un blackout digitale totale per nascondere il massacro che sta avvenendo. Un medico nel dossier lo chiama “genocidio coperto dal buio digitale”.
Parliamo di migliaia di morti verificati. Il governo iraniano, invece, parla di numeri bassissimi. Ma questo report viene da dentro: da chi ha visto passare i corpi, da chi li ha curati, da chi li ha contati uno per uno.
Se anche solo una parte di questi numeri fosse vera, saremmo davanti a una delle repressioni più sanguinose degli ultimi decenni.
Ma quanti non sono mai arrivati in ospedale? Quanti sono stati sepolti in silenzio, senza un nome, senza una voce? La verità è che i numeri del massacro potrebbero essere di gran lunga maggiori.
E io non mi nascondo dietro un dito. Non voglio avere paura di dire quello che penso, quello che vogliono tanti ragazzi e ragazze iraniane: un intervento esterno che metta fine a questi macellai, che cacci via Khamenei e permetta una transizione che il popolo iraniano possa decidere liberamente.
E guai a noi dire cosa devono fare i giovani iraniani. Qualsiasi scelta faranno, sarà sicuramente migliore delle nostre gabbie ideologiche. Loro sanno cosa vogliono. E vogliono esattamente quel mondo che noi possiamo liberamente e comodamente disprezzare.





