
Zouhair Atif, il 19enne algerino che in un istituto scolastico di La Spezia ha ucciso con una micidiale coltellata al fegato Abanoub Youssef, 18enne egiziano. «Ora ti sistemo io», gli aveva scritto in una chat qualche giorno prima. Una violenza cieca su un compagno di classe, a quanto pare esempio di riuscita integrazione, che aveva capito tutto dopo averne nei bagni incrociato lo sguardo carico di odio e con in mano una lama di 20 cm. La sua disperata fuga per i corridoi della scuola si è conclusa proprio nella classe che insieme frequentavano, davanti agli esterrefatti compagni. Quel monito non lascia dubbi: omicidio premeditato. Un delitto da ergastolo.
Perché? Il motivo risiederebbe in un paio di vecchie e innocenti foto, risalenti addirittura all’infanzia, che la vittima avrebbe scambiato con la ragazza dell’assassino, che conosceva fin da bambino e che non doveva essere tanto a posto per mettersi con uno così. Uno dei motivi più futili che si possano concepire nell’ammazzare qualcuno: la gelosia. Per di più, in questo caso, del tutto ingiustificata.
Se l’assassino fosse italiano e bianco, a quest’ora avremmo assemblee in tutte le scuole di ogni ordine e grado, incoraggiate da insegnanti somari dalle menti fragili che spesso e volentieri tralasciano la didattica, imbevuti di ideologia woke che ne condiziona la capacità di intendere e di volere, e con all’ordine del giorno la violenza nella cultura patriarcale, di cui solo i bianchi sarebbero permeati. L’allarme rosso scatta soltanto quando ad uccidere per gelosia sono i discendenti dei colonialisti bianchi.
Infatti, dal fronte femminista neanche una parola di condanna per l’efferato omicidio, o di conforto per la famiglia della vittima, tanto meno da quelle disforiche di NonUnaDiMeno. Per non parlare del silenzio assordante delle vigliacche e sedicenti femministe che girano su facebook, con i loro asfittici post su una battuta «sessista» sentita in tv, in molti casi nemmeno compresa. Parecchi di voi avranno capito di chi sto parlando in particolare.
E dire che non c’è nulla di patriarcale quanto i valori inculcati fin dall’infanzia attraverso l’insegnamento del Corano. Un credo, quello islamico, candidamente rivendicato persino dagli spacciatori.
La tragedia arriva mentre si lavora a un provvedimento legislativo chiamato «anti-maranza», che prevede, tra le altre cose, sanzioni (blande, per la verità) nei riguardi di chi gira con un coltello in tasca. Un provvedimento che verrà osteggiato in Parlamento soprattutto da chi di fronte a realtà emergenziali preferisce tergiversare, senza tuttavia nascondere la propria faccia, arrivando a profferire frasi come «La repressione non garantisce sicurezza, occorrono azioni complesse e politiche sociali», come stanno facendo le varie Boldrini. Non c’è dubbio che costoro si sarebbero esagitate per una legge esemplare contro la violenza patriarcale, se l’assassino si fosse chiamato Mario.
Mi auguro che questo malvagio non abbia la fortuna di capitare davanti a una Corte d’Assise composta da giudici disposti a scusarlo anche soltanto in minima parte. Una eventuale condanna a trent’anni implicherebbe l’applicazione di qualche attenuante, magari in ragione di un deficit culturale che avrebbe impedito all’omicida di capire appieno quanto stava compiendo.
E’ già successo. Quindi potrebbe succedere ancora.





