
Julian Assange ritorno sulla scena un simbolo che ricompare nel passaggio più delicato della democrazia digitale
La vicenda di Julian Assange sembrava essersi chiusa nel giugno 2024, quando il fondatore di WikiLeaks lasciò il carcere di Belmarsh dopo un accordo giudiziario che pose fine a uno scontro durato oltre un decennio con gli Stati Uniti. Dopo aver ammesso la responsabilità su un’unica imputazione relativa alla gestione di documenti classificati, Assange comparve davanti a un tribunale nel Commonwealth delle Isole Marianne. La scelta di una corte lontana da Washington, ma pienamente sotto giurisdizione federale, fu interpretata da molti come una soluzione che permetteva agli Stati Uniti di archiviare la vicenda senza alimentare un processo pubblico globale. Assange lasciò l’aula libero di tornare in Australia, e con quella sentenza il governo americano chiuse un contenzioso che aveva attirato critiche internazionali e pressioni diplomatiche.
Era comprensibile credere che quell’accordo avrebbe portato Assange nel silenzio. La sua figura era diventata ingombrante, divisiva, politicamente scomoda per quasi tutti gli attori in gioco. Eppure, meno di due anni dopo, è tornato al centro della scena con un gesto che ha suscitato interrogativi e sorprese, una denuncia formale, esposta in Svezia contro la Fondazione Nobel, accusata di avere tradito le disposizioni testamentarie di Alfred Nobel nell’assegnare il Premio per la Pace 2025. La sua critica non riguarda tanto la persona premiata, quanto l’idea che il riconoscimento sia stato utilizzato, consapevolmente o meno, come strumento dentro una contesa politica e militare, tradendo lo spirito originario del premio. Per comprendere perché la sua voce pesi ancora, occorre ricordare cosa ha rappresentato WikiLeaks. Le pubblicazioni diffuse tra il 2010 e il 2011 non furono semplici fughe di notizie, ma un terremoto documentale. I dossier sulle guerre in Iraq e Afghanistan mostrarono con cifre e linguaggio operativo la sproporzione tra le narrazioni ufficiali e gli eventi sul terreno, con migliaia di morti civili occultati, episodi di tortura e pratiche militari non dichiarate. I Guantanamo Files illuminarono un sistema extragiudiziale che tratteneva individui per anni senza accuse dimostrabili. Cablegate rese pubblico il retroscena diplomatico globale, rivelando pressioni su governi alleati, strategie adottate lontano dai riflettori e rapporti tra stati molto diversi da quelli raccontati nei comunicati ufficiali. Quando WikiLeaks pubblicò gli oltre 250.000 cablogrammi diplomatici degli Stati Uniti, Barack Obama era alla Casa Bianca e Hillary Clinton ricopriva l’incarico di Segretario di Stato, la vicenda contribuì a spaccare il Partito Democratico e divenne un fattore significativo nella prima elezione di Donald Trump. Certamente non fu Non fu l’unica causa, ma rappresentò una leva cruciale in uno dei momenti più sensibili della politica americana recente.
Non stupisce che quelle rivelazioni abbiano creato fratture profonde e che l’informazione sia divenuta un campo di battaglia geopolitico, Assange ha aperto la porta e successivamente Edward Snowden ha rivelato cosa fosse la “ sovranità digitale”praticamene ha mostrato la nuova guerra, il terreno fertile per disinformazione, manipolazione e distorsione informativa. Assange è stato percepito come un paladino della trasparenza o come un sabotatore irresponsabile, a seconda dei punti di vista. La sua liberazione, ottenuta tramite un compromesso processuale, sembrava segnare la fine operativa del suo ruolo pubblico. Il suo riemergere conferma che la questione non era personale, ma sistemica.
Oggi il contesto globale è diverso da quello che lo vide entrare in ambasciata undici anni fa. Allora, la battaglia era tra segreti di stato e divulgazione digitale. Nel 2026 si confrontano dinamiche molto più trasversali come le tensioni tra governi e le società civili, crisi di fiducia nelle istituzioni, sfaldamento dei meccanismi di autorevolezza tradizionali, frammentazione dell’ecosistema mediatico. È in questo spazio che Assange sembra tornare a muoversi.
Non è necessario ipotizzare regie occulte, bastano i fatti. Assange resta una figura che incarna la frattura tra potere e trasparenza, e per questo continua a riemergere quando quella frattura torna evidente. Un’inerzia paradossale lo riporta al centro della conversazione proprio mentre gli Stati Uniti attraversano tensioni istituzionali interne, dall’indagine sulla Federal Reserve alle sfide poste alla libertà di stampa, e mentre in molte regioni del mondo cresce l’idea che la gestione dell’informazione sia ormai parte integrante del potere e non qualcosa che le corre accanto.
C’è infine un aspetto che riguarda tutti, la velocità con cui la verità pubblica è cambiata nel giro di un decennio. Se Wikileaks aveva scosso governi e opinioni nel 2010, oggi l’impatto di un leak è più incerto, perché le verità non sono solo nascoste o svelate, sono contestate, replicate, manipolate, rese irrilevanti dalla sovrabbondanza. La crisi della verità digitale è ormai un elemento strutturale del nostro mondo. In meno di due anni, la tecnologia dell’informazione ha accelerato al punto da rendere quasi impossibile distinguere tra rivelazione e distorsione, tra prova documentale e costruzione narrativa. È in questo vuoto interpretativo che figure come Assange tornano rilevanti, non perché dettino l’agenda, ma perché continuano a incarnare la domanda fondamentale che ci accompagnerà ancora a lungo.
Non riguarda più solo quale informazione sia nascosta, ma chi definisce ciò che viene considerato vero. E questa, oggi, è una questione globale.





