
La portaerei USS Abraham Lincoln ha lasciato il mar cinese meridionale per dirigersi verso le coste dell’Iran. Una città mobile di sei mila abitanti, con un dislocamento di cento mila tonnellate e novanta tra aerei ed elicotteri da combattimento. Spinta da due propulsori nucleari, è dotata di sei lanciamissili e sofisticati sistemi di difesa. Alla velocità di trenta nodi impiegherà cinque giorni per arrivare a destinazione.
Dalle toelettes in cui si erano rinchiusi dopo i primi moniti di Trump, gli Ayatollah hanno annunciato di aver sospeso le esecuzioni sommarie, che da quelle parti prendono la forma dell’impiccagione, e che con cadenza ormai triennale costituiscono il mezzo prediletto per terrorizzare la popolazione. Una decisione del tutto inconsueta, per un paese come l’Iran.
Come per il Venezuela, l’Italia è divisa, anche se il numero di quei temerari che difendono gli Ayatollah è notevolmente inferiore a quello di coloro che si stracciano le vesti per Maduro. E ci mancherebbe altro. Bisogna essere proprio dei disturbati mentali per arrivare a difendere, solo per un anti-americanismo spinto all’eccesso, una masnada di invasati ieratici che applica la sharia uccidendo in nome del Corano per una ciocca di capelli che spunta dal hijab.
Stiamo parlando di un regime che vanta un numero di esecuzioni capitali sostanzialmente uguale a quello della Cina, ma con una popolazione quindici volte inferiore. Un regime che lapida prostitute e fedifraghe, impicca pornografi e omosessuali, se al momento del fatto hanno compiuto quindici anni. Anche se, a onor del vero, grazie a una benevole interpretazione del Corano, il gay viene ucciso solo se passivo, mentre l’attivo può cavarsela con cento frustate, previo sincero pentimento. Ma entrambi sono segnati dalla stessa sorte in caso di «bacio con lussuria in pubblico», dove per pubblico si intende anche una festa privata tra le mura domestiche con parecchi invitati. Dal 1979 sono oltre settemila gli omosessuali giustiziati, senza contare quelli bruciati vivi sull’onda emozionale della rivoluzione khomeynista. E pensare che l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, durante uno spettacolare discorso tenuto anni fa alla Columbia University, affermò che «in Iran l’omosessualità non esiste».
Tutto questo è Moharebeh, che letteralmente significa «ostilità a Dio», il concetto giuridico più vago che la storia abbia mai conosciuto. Ma grazie all’enorme potere discrezionale di cui gode la magistratura iraniana, espressione diretta della Guida Suprema, diventa Moharebeh anche scendere in piazza per protestare a mani alzate, o essere fermati in auto dai Pasdaran con all’interno un cartello recante la scritta «è finita l’era dei governi arroganti». Condotte che portano inevitabilmente ad un’accusa di Moharebeh e alla conseguente impiccagione.
Ebbene, colui che nasce e cresce in un paese occidentale, nello scendere in piazza o comunque adoperandosi per difendere un simile sanguinario regime, mostra chiari segni di disagio mentale. Qui si assiste a un fenomeno per certi versi simile alla «disforìa di genere», quel disturbo psichiatrico causato dalla discrepanza tra il sesso biologico e l’identità di genere vissuta (che è cosa ben diversa dalla semplice omosessualità). Se per venti, trent’anni (ma in molti, tristissimi casi, anche più) un individuo si è cibato dei principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ma poi difende un regime che quei Diritti li calpesta tutti, solo perché è minacciato da una potenza occidentale, allora significa che quell’individuo si sente oppresso dalla cultura, dai valori in cui è cresciuto, proprio come si sente oppresso chi si trova in un corpo che non riconosce come proprio.
In Italia la diagnosi della disforìa di genere è il presupposto per l’autorizzazione al cambio di sesso, quando un’equipe di psichiatri accerti l’impossibilità di una regressione della patologia, e sul presupposto che l’intervento sia l’unico strumento atto a far cessare le sofferenze del disforico. E per chi odia l’Occidente al punto da arrivare a parteggiare per un regime come quello iraniano e per un’organizzazione islamico-terrorista quale Hamas, sarebbe salutare e risolutivo trasferirsi in quei paesi, per nutrirsi dei valori che quei regimi difendono con le unghie e con i denti, e sovente con le mitragliate «in mezzo agli occhi», come ha ordinato Khamenei in persona al sorgere dei primi tumulti.
Solo così costoro potranno ritrovare un equilibrio mentale, come una parte della psichiatria presume lo ritrovino i disforici di genere una volta proceduto al cambio di sesso.





