
La leva obbligatoria perchè può essere indispensabile
Il 58% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile. Il 56% si sente solo. Il 69% ha bisogno di essere rassicurato. Uno su due soffre di ansia o depressione. Uno su tre ha attacchi di panico. Sono i dati del Rapporto CENSIS 2024, non le lamentele di un reduce. E dicono una cosa sola: abbiamo prodotto una generazione incapace di reggere la realtà.
Di fronte a questo scenario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto una frase rivelatrice: “Le forze armate non possono essere pensate come un luogo per educare i giovani”.
Ha ragione. Ma sbaglia il bersaglio. Perché il problema non è educare i giovani. È salvare lo Stato.
La proposta di reintrodurre il servizio militare obbligatorio torna ciclicamente nel dibattito pubblico. E ciclicamente viene liquidata con due argomenti: costa troppo, e non serve più perché le guerre si fanno con i droni. Entrambi veri. Entrambi irrilevanti. Perché chi ragiona così non ha capito a cosa serviva davvero la leva.
Non serviva a fare soldati. Serviva a fare cittadini. Cittadini compatibili con uno Stato sovrano. Persone che avessero sperimentato, almeno una volta nella vita, cosa significa essere parte di un sistema più grande di loro.
Non clienti che chiedono servizi. Non consumatori che pretendono garanzie. Ma individui che hanno incontrato il vincolo, la gerarchia, la responsabilità collettiva.
L’uniforme ti diceva una cosa che oggi nessuna istituzione ha più il coraggio di dire: non sei il centro del mondo. L’alzabandiera alle sette del mattino ti insegnava che il tempo non è tuo. L’ordine che si esegue prima di discuterlo ti mostrava che l’azione precede l’opinione. La branda rifatta secondo lo standard ti ricordava che esiste un criterio oggettivo, non “secondo me”. La punizione collettiva quando la camerata era sporca ti rivelava che il comportamento degli altri ti riguarda direttamente. Non pedagogia. Struttura. Non morale. Funzione.
Oggi abbiamo eliminato tutto questo. I genitori che intaserebbero i TAR per denunciare il sergente che ha punito il figlio sono gli stessi che poi si stupiscono se quel figlio a trent’anni non regge un colloquio di lavoro.
Il paradosso è tutto qui: abbiamo smantellato ogni istituzione che insegnava a reggere lo stress, e ci lamentiamo di una generazione che non regge lo stress.
Ma il punto vero non sono i giovani. Il punto è lo Stato.
Uno Stato che chiede solo tasse e non chiede doveri non è più una comunità politica. È un’agenzia di servizi per consumatori ansiosi. E i consumatori non difendono nulla. Non sentono di appartenere a nulla. Non sono disposti a sacrificare nulla. Senza un momento in cui tutti – ricchi e poveri, laureati e no – indossano la stessa uniforme, non esiste più un “noi”. Esiste solo un aggregato di individui che coabitano sotto la stessa amministrazione.
L’obiezione è sempre la stessa: non siamo in guerra, non serve.
Ma la crisi che mette alla prova uno Stato non è solo quella militare. È il blackout informatico che paralizza la pubblica amministrazione. È l’emergenza climatica che esige mobilitazione. È la crisi finanziaria che richiede sacrifici collettivi. È il collasso demografico che chiede solidarietà tra generazioni.
In tutti questi scenari serve la stessa cosa: una popolazione capace di reggere lo stress, accettare direttive, anteporre il sistema all’io. Non soldati. Cittadini strutturati. E quelli non si improvvisano quando la crisi è già arrivata.
Il servizio nazionale obbligatorio che serve all’Italia non è la naia degli anni Settanta. Sei mesi, non diciotto. Modulare: difesa territoriale, cyber-sicurezza, protezione civile, logistica.
Ma soprattutto: una macchina che produce cittadinanza. Tutti passano per lo stesso setaccio, il figlio dell’avvocato e il figlio dell’operaio rifanno la stessa branda. L’allocazione per competenze rimette il merito al centro, come criterio operativo e non come retorica.
Gli standard non negoziabili insegnano che il limite è un dato strutturale, non un’opinione. Le sanzioni reali ripristinano la catena causa-effetto che è alla base di ogni responsabilità adulta.
Costa? Certo che costa. Ma costa di più scoprire, quando sarà troppo tardi, che non abbiamo riserve. Non di soldati. Di cittadini disposti a mettere il dovere prima del diritto.
Il 59% degli italiani è favorevole a una qualche forma di servizio obbligatorio. Il 62% pensa che aiuterebbe i giovani a diventare adulti. Non sono nostalgici. Sono realisti. Hanno capito, forse prima della classe dirigente, che senza un’esperienza condivisa di dovere non contrattabile questo Paese resterà un territorio amministrato, protetto da qualcun altro. E chi ti protegge, decide per te.
La domanda non è se ci piace la leva. La domanda è se vogliamo ancora essere uno Stato. O solo un condominio.





