
Sono davvero stanco di ascoltare, sentire e leggere, cittadini che parlano male della propria dimora dell’essere su questa terra. Sempre in cerca e in attesa di una terra viceversa promessa, che attualmente non c’è. E tuttavia, nel calendario delle ipotesi, esiste anche la possibilità, sempre attuale, di lasciare la dimora ricevuta in sorte ed emigrare verso una nuova dimora. Salvo che, come Ulisse, fare infine ritorno a Itaca.
Senza dilungarmi, mi permetto di ricordare a tutti gli amici, che frequento, le parole di René Guenon che dicono: “… D’altro canto, il latino civitas deriva da una radice kei, che nelle lingue occidentali equivale alla radice sanscrita shi (da cui shaya); il suo senso primo è quello di riposo (greco keistai, giacere), da cui derivano, se ne direbbe diretta conseguenza, i significati di residenza, o di dimora stabile: come sono le dimore cittadine”. Così che la società umana dovrebbe normalmente, dice lo stesso Guenon in conclusione, “assumere come modello la ‘Città divina’” (R. Guenon, Simboli della scienza sacra).
E chi non ne condivide il modo, il modus vivendi, sarebbe altrettanto saggio che ne restasse fuori. Per non fare la fine degli “utili idioti” di cui avrebbe poi detto Lenin. Ai miei amici laici ricordo anche le conclusioni, significativamente post mortem, di Roberto Calasso: “L’Apocalisse, antitetica a ogni parola di Gesù, ha finito per essere la conclusione del Nuovo Testamento, così sfigurandolo. Qui non si parla di uomini riscattati o salvati, ma di ‘schiavi’. Sono tutti schiavi, anche i profeti” (R. Calasso, Sotto gli occhi dell’Agnello).
E, ritornando a Guenon: “… un ‘mito’ assai sorprendente nel Katha-Sarit-Sagara narra infatti di una città interamente popolata di automi di legno, che si comportano in tutto e per tutto come esseri viventi, salvo che per la parola, che non gli è data; al centro sta un palazzo in cui risiede un uomo, ‘unica coscienza’ (ékakam chétanam) della città e causa di tutti i movimenti degli automi che egli stesso ha fabbricato … In ogni caso, che si consideri il centro di un mondo o il centro di tutti i mondi, vi è in questo centro un Principio divino (il Purusha che risiede nel Sole, che è lo Spiritus Mundi delle tradizioni occidentali) che svolge, per tutto ciò che è manifestato nell’ambito corrispondente, la stessa funzione di ‘ordinatore interno’ del Purusha che risiede nel cuore di ogni essere per tutto ciò che è racchiuso nelle possibilità del medesimo” (R. Guenon, op. cit.).
E così, mi sia permessa qui una piccolissima civetteria: mi sembra pur sempre di ascoltare il mio Maestro: Percepisci fermamente con la mente il lontano e il vicino insieme. Infatti l’Essere non si divide nella sua connessione con l’Essere, né se disperso in disposizione per ogni dove, né se ravvicinato. Ma, lo sai fin troppo bene, continua Lui a dirmi: la mente produce soltanto idee, a differenza del cuore che trasforma la materia, la stessa di cui sono fatti i sogni, in una proprietà accidentale e contingente dello spazio “occupato”. Il nostro cuore è il “Centro del Mondo”, attinente sia alla dimensione spaziale che temporale; ed è altresì il Sole, propriamente spirituale.





