
C’è una costanza ammirevole, nella sinistra italiana: sbaglia sempre parte, ma non sbaglia mai fedeltà. Sta invariabilmente con i peggiori. Con quelli che mettono il dissenso al muro, lo processano sommariamente e, se avanza tempo, lo fucilano. Con quelli che, quando il popolo protesta, rispondono mandando i carri armati, perché il dialogo è una perdita di tempo e la democrazia una seccatura borghese.
I protagonisti di queste infatuazioni non sono i soliti rivoluzionari da centro sociale, figure folcloristiche utili al massimo per colorare un corteo. No: sono i notabili della sinistra ufficiale, quella che siede in Parlamento, frequenta i salotti e ambisce a Palazzo Chigi come un vecchio impiegato ambisce alla pensione. Quando Elly Schlein, Nicola Fratoianni e compagnia cantante si precipitano in difesa di Nicolás Maduro, non fanno che ripetere un copione logoro ma collaudato.
Un copione nel quale il tiranno di turno, purché nemico dell’Occidente e degli Stati Uniti — a patto, beninteso, che alla Casa Bianca non ci sia un democratico — diventa automaticamente un perseguitato, un martire, quasi un benefattore dell’umanità. A confronto, il narco-comunista venezuelano appare come un guappo di periferia, un dilettante con la camicia stirata male.
Questa vocazione al peggio nasce lontano. Iniziarono con Tito, capo partigiano e infoibatore, e con Stalin, padre dei popoli a colpi di deportazioni. Quando i due litigarono, i comunisti italiani scelsero senza esitazioni il più forte, il più ricco, il più sanguinario: una forma elementare di realismo politico. Nel gennaio del 1943, Palmiro Togliatti, interpellato sul destino dei prigionieri italiani nei lager sovietici, liquidò la faccenda con una frase degna di un contabile della morte: se ne moriranno in molti, pazienza. Era, spiegò, la giustizia della storia, quella evocata da Hegel — che probabilmente non immaginava di essere citato per giustificare la fame e il gelo inflitti a dei disgraziati in uniforme.
Sul fronte orientale, mentre gli italiani combattevano e morivano, dal Partito comunista arrivavano solo prese di posizione di un antitalianismo così limpido da non ammettere equivoci. Nel 1944 Togliatti ordinava di favorire l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia e di Trieste, come se fosse una formalità amministrativa. Le Brigate Garibaldi, intruppate nell’esercito di Tito, si distinsero massacrando altri partigiani italiani: perché, quando c’è da scegliere tra la patria e l’ideologia, la sinistra non ha mai avuto dubbi.
Entrata nella Repubblica con questo peccato originale, la sinistra comunista e post-comunista non ha mai sentito il bisogno di redimersi.
Nel 1947, quando Stalin disse no al Piano Marshall, il Pci si allineò all’istante, rifiutando gli aiuti che avrebbero consentito al Paese di sopravvivere. Nessun piano alternativo, nessuna proposta: solo obbedienza.
Più tardi arrivarono i carri armati a Budapest, poi a Praga, e anche allora non una parola fuori posto, non un rublo restituito.
Era il partito di Giorgio Napolitano, – già laudator dei carrarmati sovietici di Budapest nel 1956 – che nel 1974 spiegava, con quella pomposa e olimpica serenità con cui, per buon peso golpista, l’abbiamo sopportato al Quirinale, come l’esilio di Solženicyn fosse “la soluzione migliore”: in fondo, aveva solo raccontato il Gulag, oltretutto – ipse dixit – esagerando un po’.
In nome del comunismo e di un antiamericanismo viscerale, la sinistra si innamorò di Ho Chi Minh, della Cambogia del genocida Pol Pot – l’immagine si riferisce a quella catastrofe – che fece la riforma agraria a colpi di machete, e di Fidel Castro, pur sapendo benissimo che nei suoi campi di concentramento finivano oppositori, preti e omosessuali.
Ma ogni rivoluzione, si sa, ha le sue esigenze morali, soprattutto quando si tratta di giustificare l’ingiustificabile. Poi vennero i sandinisti, i tupamaros, le guerriglie centroamericane, l’intero campionario dei caudilli rossi latinoamericani. Maduro è solo l’ultimo della fila, quello che capita quando la storia si ripete in farsa.
E poiché l’odio per l’Occidente è una passione che non conosce confini, la sinistra ha trovato naturale flirtare anche con l’islam più intollerante, razzista e misogino. L’anticolonialismo è stato il passe-partout per indulgere all’ayatollah di Teheran, per ammiccare ai movimenti arabi radicali, per giustificare la lotta armata palestinese e ogni intifada disponibile sul mercato della rabbia. Le piazze per Hamas non sono nate per caso: sono il frutto di una semina ideologica lunga decenni.
E oggi la sinistra italica finge stupore nel ritrovarsi fianco a fianco con gli antisemiti. Ma non può davvero dirsi sorpresa. Ha coltivato quell’odio con costanza, con dedizione, quasi con amore.
E come tutte le passioni di lunga durata, prima o poi presenta il conto.





