
Esattamente 11 anni fa Alessandro Roazzi, gran penna di rango, su uno “scambio di battute a colpi di parolacce fra Ferrara e Santoro sul terrorismo islamico” proponeva una riflessione che, per quanto sta accadendo in Iran, riappare in tutta la sua validità. La domanda è se esiste un Islam che può essere separato, nelle coscienze e nei fatti, dal terrorismo. Dunque “…mi fa impressione come il contesto storico sia rifiutato da una parte della sinistra” scriveva Roazzi. “ la libertà espressiva cozza con un modo di considerare la religione incompatibile con la laicità di pensiero. .. E la laicità di conseguenza sarebbe una sorta di bestemmia”.
Il mio commento (e quello di Giampiero Sambucini) confermavano interrogativo e timori. Con termini diversi ponevamo l’accento sull’errore fondamentale di scambiare accoglienza con obbligo di subalternità: in nome del quale chi dell’Islam si spostasse in occidente aveva il diritto di disconoscere la nostra cultura e noi il dovere di non farla collidere con quella mussulmana.
Seguo poco e con molta circospezione Feltri, ma devo dire che in un suo editoriale di qualche giorno fa, proprio sull’argomento, ha fornito spunti fortissimi. In sintesi Feltri sottolineava che “Il problema non è la fede, che appartiene alla coscienza e alla libertà individuale. Ognuno preghi come crede, o non preghi affatto. Il problema nasce quando una religione diventa progetto politico, giuridico, normativo, quando pretende di regolare la vita di tutti. Se la sharia riguardasse solo l’anima di chi la invoca, ciascuno si schiavizzi come preferisce. Ma l’islam politico non si accontenta mai della propria coscienza: tende a islamizzare anche quelle degli altri. E questo è il punto che l’Occidente finge ostinatamente di non vedere”.
Solo una petizione di principio? No. A Londra il sindaco Sadiq Khan, a New York Zohran Mamdani sono mussulmani praticanti. E si muovono su quella strada. “Non è una questione di tappetini da preghiera, ma di segnali politici: collaboratori scelti e poi scartati per antisemitismo, giuramenti sul Corano che non sono gesti devozionali ma messaggi pubblici. Un giuramento non è mai neutro: indica quale legge si riconosce come superiore. E il Corano non è un libro di poesie simboliche, ma un testo che contiene prescrizioni civili, penali, sociali. Far finta che non sia così non è tolleranza: è autoinganno.”.
Condivido questa riflessione. Nei fatti concreti si ripropone Oriana Fallaci. L’Islam politico non è ancillare: chiede obbedienza. E la strada che porta a ritenere il Corano come qualcosa al quale – non religiosamente, ma per costruzione di società e di cultura di popolo – è possibile affiancare la nostra cultura è irta di interrogativi e di dubbi.
Cosa c’entra quello che accade in Iran? Semplice. Si riesce ad applaudire la ribellione del popolo iraniano e però anche l’elezione a sindaco di mussulmani. Qualcosa che è credibile solo se si ritiene che il movimento del popolo iraniano sia contro il tallone sul capo dell’islamismo e non solo contro una dittatura feroce: qualcosa non da manipolare, ma da rispettare; e, contemporaneamente, che la democratizzazione dei sindaci islamisti consente loro di rispettare pienamente i fondamenti di laicità, giustizia, regole e comportamenti della nostra civiltà.
Oggi il tifo pro Pal e le indulgenze verso Hamas si intrecciano con l’adorazione acritica per i «sindaci coranici», è un segnale è pericoloso. Ad 11 anni di distanza credo sia giusto ripeterlo: attenti.





