L’attuale ciclo di indagini sui finanziamenti al terrorismo legati a Hamas segue una logica precisa e ormai consolidata: il denaro viene trattato come un’infrastruttura strategica, al pari di armi, uomini e logistica. Non è un caso che l’innesco non sia europeo. Tutto parte da Israele che, dopo il 7 ottobre, ha avviato una ricognizione estesa e sistematica dei flussi finanziari internazionali riconducibili all’organizzazione palestinese.
Secondo stime utilizzate nei circuiti di sicurezza occidentali, Hamas dispone di un budget annuo compreso tra 300 e 500 milioni di dollari. La struttura delle entrate è frammentata: donazioni private, fondazioni e ONG estere, trasferimenti indiretti da Stati sponsor, attività economiche parallele e una quota crescente di canali digitali. Dal punto di vista investigativo, il dato rilevante non è il singolo importo, ma la ripetitività dei movimenti, spesso suddivisi in micro-donazioni collocate sotto le soglie automatiche di controllo.
Il cuore dell’operazione israeliana è l’intelligence finanziaria. Apparati come lo Shin Bet, in coordinamento con le unità antiriciclaggio del Ministero delle Finanze, analizzano conti correnti, piattaforme di crowdfunding, statuti associativi, governance degli enti e reti personali. L’obiettivo è individuare pattern ricorrenti: frazionamento sistematico dei versamenti, triangolazioni bancarie su più giurisdizioni, utilizzo di soggetti formalmente umanitari come nodi di transito finanziario.
Quando questi schemi superano una soglia di coerenza statistica, vengono trasformati in dossier tecnici e condivisi con i partner internazionali attraverso i canali di cooperazione giudiziaria e di intelligence. Da quel momento il processo cambia natura. Le indagini diventano nazionali. In Europa e in Italia le procure aprono fascicoli autonomi, incrociando le segnalazioni israeliane con Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS), flussi bancari, documentazione contabile delle associazioni e relazioni personali dei soggetti coinvolti.
Se i riscontri tengono, si passa rapidamente a sequestri preventivi, perquisizioni e misure cautelari. Nei casi in cui emergano reti strutturate o collegamenti operativi con l’estero, le attività possono evolvere in operazioni coordinate ad alto impatto delle unità antiterrorismo. In parallelo, nel proprio perimetro di sicurezza, Israele mantiene la possibilità di azioni mirate anche di natura militare contro infrastrutture logistiche e finanziarie ritenute direttamente funzionali all’attività di Hamas.
Il piano normativo: perché il finanziamento è reato anche senza l’uso finale?
Il quadro giuridico che rende possibile questa catena operativa è particolarmente stringente. In Italia, l’articolo 270-bis del Codice penale punisce l’associazione con finalità di terrorismo internazionale. Ancora più rilevante è l’articolo 270-quinquies.1 c.p., che incrimina chiunque finanzi tali associazioni, anche in modo indiretto, anche senza partecipazione operativa, e anche se il denaro non viene poi materialmente utilizzato per compiere attentati. La soglia di punibilità è anticipata: conta la destinazione potenziale delle risorse, non l’esito finale.
Sul piano europeo, il Regolamento UE n. 2580/2001 e la normativa antiterrorismo successiva vietano la messa a disposizione di fondi o risorse economiche a favore di soggetti inseriti nelle liste terroristiche dell’Unione. In questo quadro Hamas è designata organizzazione terroristica dall’UE dal 2003, senza distinzione tra ala politica e ala militare. La stessa classificazione è adottata da Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia.
Questo significa che, sul territorio europeo, non rilevano le intenzioni dichiarate, né la narrazione umanitaria se manca la prova documentale della destinazione esclusivamente civile dei fondi. La legge lavora su tracciabilità, documenti, flussi e responsabilità oggettive.
Altri Stati, tra cui Russia, Turchia, Iran, Qatar e Cina, non adottano la stessa classificazione, creando zone grigie finanziarie sfruttate per riallocare i flussi. È in questi spazi che avvengono molte delle triangolazioni oggi sotto osservazione. In Europa, però, il perimetro è definito e non negoziabile.
Per le organizzazioni che raccolgono fondi, il cambio di paradigma è netto. Nel 2025 non è più sufficiente affermare che “i soldi sono arrivati ai bisognosi”. Occorre dimostrarlo con bonifici tracciati, partner verificabili, vincoli di destinazione, rendicontazione ex post e procedure interne di contrasto al finanziamento del terrorismo. Chi ha costruito una filiera documentabile regge l’urto delle indagini. Chi ha operato nell’opacità oggi si muove in un terreno che non è politico, ma penale.