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IL GIAPPONE E IL NAZIONALISMO DELLA TAKAICHI

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Il Giappone che non chiede permesso: il nazionalismo silenzioso di Sanae Takaichi

Mentre l’Europa discute e l’America polarizza, il Giappone si muove, e lo fa senza clamore, sotto la guida di Sanae Takaichi, prima donna a ricoprire la carica di Primo ministro e volto politico di una svolta che molti fingono di non vedere. Il suo Giappone è un osservato speciale perché rimette al centro concetti che in Occidente sembrano diventati indicibili: sovranità, interesse nazionale, continuità industriale, sicurezza.

Sul fronte demografico Tokyo continua a difendere un modello di immigrazione estremamente selettivo, con circa 3 milioni di stranieri su 126 milioni di abitanti e una cittadinanza concepita come concessione dello Stato e non come automatismo, trattando la composizione sociale come una variabile strategica e non come un terreno ideologico.

Sul piano industriale il Paese protegge il proprio cuore manifatturiero attraverso una cooperazione sistemica tra grandi gruppi, in particolare nell’automotive, dove le aziende giapponesi operano come una corporazione nazionale più che come concorrenti feroci, difendendo filiere, occupazione e know how, mentre Toyota, leader mondiale del settore, ha rifiutato i fanatismi dell’elettrico imposto per decreto puntando su ibrido, efficienza e realismo tecnologico.

Il capitolo più rilevante è però quello militare e tecnologico: il Giappone ha avviato il più importante riarmo dal 1945, superando il pacifismo costituzionale come dogma intoccabile, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e sviluppando in proprio missili, droni e sistemi avanzati, con una chiara ricaduta sull’industria pesante e sull’innovazione ad alto valore aggiunto. In questo quadro si inserisce il programma GCAP, il caccia di nuova generazione sviluppato con Italia e Regno Unito, che rompe decenni di subordinazione tecnologica e restituisce a Tokyo un ruolo centrale nella difesa avanzata globale.

Non stupisce che Pechino abbia espresso preoccupazione per una traiettoria capace di alterare gli equilibri nati nel dopoguerra: è il segnale che il Giappone ha smesso di essere un attore discreto e ha ripreso a ragionare da potenza. Il dato politicamente più imbarazzante, soprattutto per molti governi europei anche di destra, è che questo nazionalismo giapponese non vive di slogan identitari ma di pianificazione, numeri e decisioni eseguite, dimostrando che la vera alternativa al declino non è il rumore ideologico, ma la capacità di governare la complessità senza chiedere il permesso a nessuno.

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  • Redazione

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