
Dal Qatar alle piazze europee: la guerra non basta, finché l’attivismo la alimenta
La guerra doveva fermare tutto. Doveva spezzare la catena della violenza, chiudere i conti, imporre una pausa almeno. Bombe, morti, macerie: abbastanza orrore da far arretrare chiunque. E invece no.
La guerra è passata sopra Gaza come un rullo compressore, ha incendiato Israele, ha scosso l’intero Medio Oriente. Ma le violenze non si sono fermate. Anzi: hanno cambiato forma, hanno mutato linguaggio, hanno trovato nuovi canali.
La guerra non è bastata perché la guerra non tocca ciò che la alimenta davvero.
Mentre i fronti militari si consumavano, la filiera che sostiene Hamas – politica, finanziaria, ideologica – ha continuato a respirare. Non sotto le bombe, ma sotto le bandiere. Non nei tunnel, ma nelle associazioni. Non nei comandi militari, ma nelle piazze europee.
È questo il punto che per due anni si è finto di non vedere.
La storia comincia lontano, in alto, dove la geopolitica si illude di poter amministrare il caos. Per anni il Qatar ha trasferito denaro verso Gaza con una logica brutale e semplice: comprare stabilità. Pagare stipendi, evitare il collasso, contenere Hamas invece di affrontarlo. Un’illusione elegante, venduta come realismo. Ma il denaro non è un sedativo: è un moltiplicatore. Se copri una voce di bilancio, ne liberi un’altra. Se paghi il pane, qualcuno paga le armi.
Hamas non è mai stato un destinatario passivo. È un’organizzazione totale: governa, reprime, combatte, propaganda. Ogni flusso che entra rafforza l’insieme. E mentre la diplomazia discuteva di “calma”, la macchina restava in moto.
Poi c’è l’Europa. Qui la guerra non cade dal cielo. Qui arriva in forma di appello, di raccolta fondi, di evento solidale. Qui si presenta con il volto pulito dell’umanitario. È nelle piazze che gridano “pace”, ma non nominano mai Hamas. È nei comunicati che parlano di bambini, ma non chiedono mai trasparenza. È nell’attivismo che ha imparato una regola fondamentale: se qualcuno fa una domanda, va delegittimato.
Genova, dicembre 2025, rompe questa liturgia. Nove arresti. Sette milioni di euro contestati per finanziamento ad Hamas. Associazioni formalmente benefiche. Triangolazioni, passaggi esteri, contatti internazionali. E un nome che pesa come un macigno: Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, indicato dagli inquirenti come vertice della cellula italiana di Hamas.
Non è un incidente. È un modello.
Perché la guerra può distruggere infrastrutture, ma non smantella le reti. Le reti vivono altrove: nei contatti, nelle relazioni, nel linguaggio condiviso. Vivono in quell’attivismo che non si limita a protestare, ma organizza, raccoglie, indirizza. Un attivismo che non è più spontaneità, ma logistica politica.
La prova sta in un fatto semplice: anche dopo mesi di guerra, di morti, di distruzione, gli attacchi non si sono fermati. In Israele si continua a morire. In Cisgiordania la tensione è permanente. Ogni settimana produce nuovi episodi, nuove vittime, nuove micce. Questo dovrebbe bastare a capire che la guerra non ha reciso la radice. Ha solo bruciato i rami.
E la radice è ideologica prima ancora che militare. È la narrazione che giustifica tutto. È l’idea che esista una violenza “comprensibile”, un terrorismo “contestualizzabile”, una causa così pura da assolvere qualunque mezzo. È questo che permette all’attivismo pro-Palestina radicalizzato di diventare zona franca: non si controlla ciò che è moralmente sacralizzato.
I magistrati lo hanno scritto con chiarezza chirurgica: indagare sui finanziamenti ad Hamas non cancella i crimini commessi contro la popolazione palestinese. Ma nemmeno li giustifica. Le due verità stanno insieme. Solo che l’attivismo ideologico ne accetta una sola: quella che gli consente di continuare.
È qui che la guerra fallisce. Perché la guerra non può colpire un bonifico mascherato. Non può disinnescare una raccolta fondi emotiva. Non può fermare un palco, uno slogan, una rete che si rigenera. Può vincere battaglie, ma perde la guerra lunga se qualcuno, altrove, continua a rifornire il conflitto di senso, soldi e legittimazione.
L’unica via di uscita non è un’altra offensiva. È interrompere la filiera. Chiamare le cose con il loro nome. Distinguere solidarietà da complicità. Imporre trasparenza, tracciabilità, responsabilità. E soprattutto smettere di trattare l’attivismo come un’area intoccabile.
Perché finché esisterà un attivismo che alimenta Hamas – anche indirettamente, anche “umanitariamente”, anche in buona fede – la guerra non finirà mai davvero. Cambierà solo luogo, forma, linguaggio.
La pace non nasce quando tacciono le armi. Nasce quando si chiudono i rubinetti che le tengono cariche.





