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RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (9)

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di Dario Martello

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Ma fu proprio allora che mi balenò per la prima volta nella mente la tessera di un puzzle che solo nel corso del tempo sarei riuscito a completare. Ora capivo che, se avessi abbandonato la scena, tutto sarebbe scomparso insieme a me. Dunque, tutto questo non era niente altro che una proiezione della mia mente? Un mondo costruito interamente attorno ai miei pensieri? E se fosse stato il risultato delle mie azioni? Ma quando e dove ne avrei edificato forma e dimensioni? Dove e quando il mio comportamento avrebbe dato vita a protagonisti e comprimari? Solo adesso cominciavo a comprendere il significato di certe parole.

L’anziana donna mi riportò alla realtà, per così dire, quando, dopo essere stata presa in braccio dal giovanotto, mi parlò ancora: «Quando sarai dall’altra parte, unisci sempre la forza alla saggezza, e troverai ovunque bellezza; affronta la polarità senza timore… impara a usare bene le carte». «La pola… che?», gridai. Queste furono le ultime parole che mi parve di udire in lontananza, mentre, insieme al cane, si affrettavano a raggiungere i margini del bosco.

          Il tempo del dialogo era finito; era arrivato il momento dell’azione, e anche rapida, dopo che quell’informe figura liquida, dismessa la sua abilità nel disegnare arabeschi nel cielo, si abbassava sempre più verso terra, solidificandosi in una sorta di terrificante serpente-drago, con tanto di coda appuntita, becco affilato e testa sormontata da una molteplicità di occhi rossi, simili a globi solari, solcati nel mezzo da una pupilla gialla posta in verticale, a ricordare quella delle serpi. Un’enorme sagoma nera ricoperta di squame seghettate, sorretta da quattro ali membranose terminanti in rostri acuminati che, se dispiegate per intero, sarebbero state in grado di abbracciare l’intero spazio. Un rapace avvoltoio, capace di sputare fuoco e spargere fiamme e che, nonostante la mole, sapeva librarsi nell’aria con l’agilità di una libellula, pronto a incenerire ad ogni affondo interi pezzi di mondo. Una visione spaventosa.

Corsi verso lo specchio, mentre quell’essere radeva il suolo, annientando tutto ciò che incontrava ed emettendo, ad ogni passaggio, un sibilo che mi trapassava i timpani, amplificandosi in testa con il clangore del martello che batte sull’incudine quando si cerca di forgiarne la lamina di metallo.

Mi avventai sulla superficie del vetro, stringendo forte la carta, e iniziai a colpirlo con violenza. «Rompiti, rompiti, rompiti…». Mi parve di sentire una voce provenire dalla radura: non avevo né tempo né voglia di fermarmi, ma era troppo simile a quella della donna che, poco prima, avevo udito nella testa, avvertendomi dell’imminente pericolo alle spalle. Sì, era lei. Correva verso di me, sbracciandosi. Forse voleva seguirmi. Ma era troppo lontana. E quel mostro troppo vicino. Non sarebbe mai riuscita a raggiungermi con il suo figlioletto in braccio e sarebbe stato troppo pericoloso aspettarla. Il dilemma fu brutalmente risolto dall’ennesima planata di quell’essere, che pensò bene di incenerire un altro pezzo di radura.

Intanto lo specchio, dopo ogni colpo, stava cambiando la sua trasparenza, che prese a diventare sempre più luminosa. Un buon auspicio. A furia di colpirlo, riuscii a crearne una breccia sulla superficie. Piano piano la fessura si espanse, allargandosi al punto da consentirmi di attraversarla. Era il momento di infilarmici dentro, senza troppo indugiare, prima che, per qualsiasi motivo, il varco si richiudesse. La carta scottava maledettamente, tanto da non riuscire quasi più a tenerla in mano, ma aveva fatto il suo dovere. Anche il paesaggio intorno stava perdendo solidità, dissolvendosi nel fumo come cartone accartocciato di una scenografia fagocitata dalle fiamme. Ora era il fuoco a parlare.

          Mi sentii afferrare per le gambe: non so da cosa né da chi. Ma non m’importava, sicuro d’avercela fatta. Istintivamente scalciai e mi gettai all’interno della fessura. Precipitavo chissà dove, o meglio, speravo verso il mio vecchio, solido e così confortante mondo, avvitandomi nel buio più volte su me stesso. Ad un certo punto mi sembrò di udire uno sparo. Ne vidi chiaramente in lontananza il lampo, a segnalarmi la fine di questa specie di tunnel, quasi si trattasse di una sorta di ombelico posto a collegare due mondi.

           Ed eccomi di nuovo all’interno dell’anfratto, a puntare a casaccio il fucile nella penombra, mentre cado all’indietro, inciampando in quell’accidente di buca. Mi parte un colpo. La bestia ne incrocia per caso la traiettoria e il proiettile gli si conficca in gola. Per l’impeto mi crolla addosso con tutto il suo peso. Ne sento il respiro affannoso sul volto, come un’ultima, lugubre carezza, preludio del rantolo finale. Nello spasmo dell’agonia riesce a piantarmi denti e unghie nelle spalle. Un dolore lancinante mi attanaglia le viscere. Sento il suo sangue caldo colarmi addosso in rivoli densi. Mi divincolo a fatica, inorridito, mentre la creatura si dimena tentando invano di tamponarsi con la zampa il fiotto di sangue che gli sgorga copioso dal collo.

Poi, un lungo lamento squarcia l’oscurità dell’anfratto; un suono così innaturale da sembrar provenire da un altrove sconosciuto. Vedo la bestia acquietarsi e retrocedere a fatica verso lo specchio, e poi attraversarlo, prima che la superficie gli si richiuda definitivamente alle spalle. Vi intravedo riflessa anche l’immagine del mio volto, storpiata in una smorfia di dolore, reso quasi irriconoscibile nell’essere sfaccettato dalle schegge di vetro colpito dal rimbalzo della pallottola. Sento ogni fibra del corpo fremere, intossicata dalla paura. Il cuore pare volermi sfondare il petto e fuggire lontano. Indolenzito e barcollante, cerco di rimettermi in piedi. A quali assurdità erano mai stati costretti a dar corpo i miei occhi? Eppure, la sensazione di essere stato testimone di eventi reali è così vivida: non so come spiegarli, ma li sento come veri, vissuti, ben diversi da quegli incubi che, dopo grandi bevute, si divertono a tormentarci i sogni di notti agitate. Il pensiero mi attraversa la mente annebbiata con la stessa rapidità di quella salvifica pallottola, mentre continuo a scrutare ogni angolo dello specchio nel timore di vedermi sbucare fuori chissà cos’altro ancora.

Ma un pensiero ancora più urgente ha la forza di scacciare ogni altro: che cosa mi aveva in realtà attaccato? Sembrava un grosso lupo, sì, ma di dimensioni mai viste ne narrate da altri nei loro decenni di battute; anche se lo sentivo essere ben poca cosa rispetto alla più terribile visione precedente, quella che, ne ero certo, non mi avrebbe più abbandonato, rimanendo scolpita per sempre dentro me. Sebbene se ne fosse andato, ritornando chissà dove avesse avuto i suoi natali, la lucidità, che piano piano tornava a installarsi padrona della mia mente, mi fece capire che, se davvero di un lupo si trattava, il branco non doveva essere poi così lontano. Scacciai anche questo nefasto pensiero. Adesso mi importava soltanto una cosa: che tutto fosse finito. Ero vivo, miracolosamente vivo, dopo aver sfiorato il baratro.

Il cane, anch’egli ferito, sembrava scosso da un’energia che non riesce a controllare, capace di mandarlo fuori di sé. Senza motivo prende a ringhiarmi contro. Esito a chiamarlo. Non mi sono mai sentito così confuso. Arranco verso l’imboccatura dell’anfratto, appoggiandomi alle pareti, affamato d’aria e di luce. Ho il corpo imbrattato di un sangue che non mi appartiene, rappresosi in chiazze dense. Provo a ripulirmi, ma il feroce bruciore alla schiena mi costringe a desistere. Appena fuori, il segugio, come impazzito, inizia a correre avanti e indietro, tentando addirittura di arrampicarsi sugli alberi.

Sento tanto freddo. Osservo il cielo livido solcato da lampi evanescenti che ne trapassano la spessa coltre di nubi come lance infuocate, accompagnati dal brontolio dei tuoni; un cupo rullo di tamburi ad annunciarne l’imminente tempesta. Gli alberi, ammantati dal riflesso di quegli improvvisi chiaroscuri, paiono animarsi di vita propria, mentre il vento ne spezza i rami più fragili, strappando loro un suono simile al sinistro gracchiare del corvo. La foresta ha mutato il suo volto. Mi domando dove sia finito il ridente bosco, quel compagno di mille avventure d’infanzia che ora vedo trasfigurato in questa visione spettrale, certo alimentata dal ricordo di quanto mi era appena accaduto. Ma non ho tempo per soffermarmi su queste angosciose perplessità; devo muovermi in fretta, il buio stava calando rapido.

Mi incamminai con la testa in tumulto, cercando di orientarmi in questa boscaglia che un tempo conoscevo palmo a palmo e che ora, come terra straniera, s’è fatta improvvisamente landa ostile. In quell’anfratto avevo abbandonato il fucile e tutta la selvaggina. E la carta? Dov’era finita la carta? Forse l’avevo persa durante la caduta. Ne ricordavo vagamente la figura: umana come la precedente, ma questa volta con inciso sopra il disegno di una specie di mago, con in testa uno strano cappello a forma di otto coricato in orizzontale; le braccia in opposizione, una che punta verso l’alto e una verso il basso; ha davanti a sé un tavolo, curiosamente a tre gambe, con sopra appoggiati quattro oggetti che solo in seguito, dopo attenta riflessione, avrò l’intuizione di associare, per l’evidente similitudine, a quelli incontrati in quella casa: una spada, un bastone, una coppa e un denaro, collegandone la raffigurazione a una sequenza numerica ben precisa: un personaggio con due braccia, vicino ad un tavolo a tre gambe, con sopra quattro oggetti. Che però, sul momento, giudico essere nient’altro che una bizzarra quanto inutile fantasia. Adesso ho ben altro a cui pensare, e una sola cosa da fare: allontanarmi al più presto da questo posto maledetto. Sebbene ferito, il solo pensiero di aver perso anche l’orientamento mi mette le ali ai piedi.

          Tre figure comparvero silenziose, come la nebbia che, di primo mattino, cala fitta a confondere ancor più sentieri e tracce di qualsiasi selva. Parevano star sospese a mezz’aria su di uno spuntone di roccia che dominava la boscaglia sottostante. I loro occhi seguivano con attenzione i movimenti del cacciatore, che stringeva in mano il suo cappello imbrattato di sangue. Non aveva più con sé il fucile né il bottino di caccia, e pareva aver perso anche l’orientamento. Sotto la pioggia battente continuava a correre affannosamente in tondo, compiendo una sorta di danza che lo riportava sempre nei pressi dello stesso punto. Il terreno, reso infido dal buio e dall’acqua, lo tradiva ad ogni passo: inciampava, cadeva, per poi rialzarsi con sempre maggior fatica. Chiamava a gran voce il suo amato cane che lo aveva abbandonato, dileguatosi chissà dove, e sicuramente con maggiore successo di quanto lui riuscisse a fare. L’unico compagno rimasto a seguirlo d’appresso era l’angoscia, che cresceva di pari passo alla sua agitazione.

A occhi umani quelle creature apparivano un mosaico di sembianze animali: non sgradevoli in sé e tuttavia capaci di incutere un istintivo, profondo timore. Erano forse dei grossi cervi? Dei lupi mutanti? Il muso e la robusta dentatura suggerivano entrambe le possibilità, sebbene fossero meno pronunciati del normale. La corporatura, nella media, esprimeva un perfetto amalgama di agilità e forza. Il pelame, bronzeo al riflesso dei lampi, ne ricopriva quasi per intero la figura, infittendosi solo sulle spalle, conferendogli un aspetto vagamente leonino. La lunga coda mobile li aiutava a mantenersi in equilibrio sulle robuste zampe posteriori, mentre quelle anteriori, più corte, agili e artigliate, parevano fatte apposta per afferrare o ghermire oggetti. Ma erano soprattutto i loro occhi, d’un inedito giallo dai riflessi ambrati, talmente sproporzionati rispetto al muso, insieme alle brevi corna aguzze che gli spuntavano dal capo come fossero coltelli, quelli che più contribuivano a donargli quell’aspetto così inquietante.

Ad un certo punto le creature, muovendo all’unisono il capo, si scambiarono un breve cenno d’intesa; fu il segnale che l’osservazione era finita. Si toccarono le zampe, formando una catena. Le corna si fusero, mutando in due enormi ali membranose. L’essere, ora assolutamente abominevole in quelle sue nuove e inusitate dimensioni, si staccò dallo spuntone planando, rapido e silenzioso, nella valle sottostante.

Poco dopo si udì un urlo straziante, disumano, attraversare da un capo all’altro la foresta, talmente forte da sovrastare per un lungo attimo l’unico suono capace di rompere il silenzio che avvolgeva l’intero luogo, un grido, che tutti avrebbero ricordato a lungo per averne sentito soffocare il tambureggiare della pioggia che percuoteva il terreno, e che alcuni avrebbero poi paragonato allo sferzare secco d’un sinistro colpo di frusta.

          Le cronache del tempo narrano che il cacciatore e il suo cane non fecero mai più ritorno al loro villaggio. Scomparvero, come inghiottiti dal bosco. Solo alcuni resti del povero animale furono rinvenuti a grande distanza: parzialmente carbonizzati, con le ossa scalfite da profondi solchi inferti da lame affilatissime, e poi frantumati da una forza che pareva essere estranea all’umano. Come inutili si rivelarono le ricerche, condotte da abili cacciatori a cavallo, armati di tutto punto e avvezzi alle battute più difficili. Del cacciatore non si seppe più nulla. Dopo di allora, alcuni abitanti del villaggio raccontarono di aver intravisto, al far della sera, figure nere aggirarsi tra gli alberi ai margini del bosco, mentre altri giurarono di aver udito strani versi, simili a ululati, sebbene fosse risaputo che i lupi, ormai da tempo, si fossero ritirati sulle montagne.

Da allora nessuno osò più avventurarsi nel bosco, soprattutto di notte, tanto più dopo il recente episodio in cui un gruppo di mercanti, accampatosi ignaro, ne conobbe il terrore più puro. Riuscirono ad uscirne in pochi, dopo giorni di penoso vagabondare, esausti e in preda alla follia, narrando storie tanto assurde da sembrare deliri. Il bosco, quella notte, aveva svelato parte del suo vero volto: custode di un oscuro segreto che era meglio che tale rimanesse. Perché, credetemi, non tutti sarebbero stati in grado di sopportarne la rivelazione, che solo l’incontro voluto dal destino, o forse solo fortuito, e comunque non richiesto, con quello specchio, mi diede la possibilità, non oso dire il privilegio, di conoscere.

E questo perché, la sua superficie non si richiuse completamente  non tanto perché scalfita dal rimbalzo di quella pallottola o tenuta aperta dal passaggio di quell’animale, quanto perché avevo ancora con me quella carta. Motivo sufficiente a mantenerne aperto il varco, affinché quegli esseri potessero ritornare a cercarmi per continuare a trasportarmi in quell’altro mondo che, passaggio dopo passaggio, vita dopo vita, sebbene inizialmente a mia insaputa, e poi con sempre maggiore consapevolezza, andavo costruendo, rendendo allo stesso tempo sempre meno certo quello in cui mi ero trovato ad abitare e che avevo ritenuto essere, fino a quel momento, l’unico vero.

          Ora posso finalmente contemplare dall’alto e con il necessario distacco tutti i mondi costruiti insieme a quelle parti di me, che mi accompagnarono nell’attraversare la superficie dello specchio, aiutandomi a edificare, pezzo dopo pezzo, la realtà nella quale ora mi trovo a condividere con voi questa esperienza. Uno, dieci, cento, mille passaggi furono necessari: tanti quanti bastarono per arrivare a tenere in mano questo mazzo di carte. Un andirivieni iniziato con il terrore che mi penetrò fin nelle midolla quando, per la prima volta, vidi in quella grotta due occhi impossibili scrutarmi, al di là di quello specchio, fin nelle profondità più inesplorate del mio Io. Un passaggio che non ero ancora pronto ad attraversare, un varco in cui fui forzato ad entrare. Riuscii a ritornare, ma venni ripreso. I primi transiti furono i più difficili, perché ancora non capivo. La frustrazione d’essere costretto senza ragione ad abbandonare periodicamente tutto ciò che, con così tanta fatica, avevo costruito, ciò che amavo e dava senso alla mia vita, si saldava all’angoscia di non sapere che cosa avrei trovato dall’altra parte. Il pensiero di rimanervi intrappolato per sempre mi tormentava. Erano sentimenti che, come due facce della stessa medaglia, mi si impediva di dare in pegno in cambio della possibilità di capire ciò che mi stava accadendo. Lo sconforto per dover ricominciare ogni volta da capo si univa alla paura di non farcela a ritornare in quello che allora, erroneamente, ritenevo essere il mio vero e unico mondo.

Perché tutto questo? Quante altre volte sarei stato costretto ad attraversare lo specchio e sopportare il peso del ricordo di ciò che ero stato costretto a lasciare, nella certezza di mai più ritrovare; emozioni che si accumulavano ad ogni passaggio, a formare un mosaico di tracce simili alla bava di una lumaca, che il tempo rendeva sempre più evanescenti, ma che mi era impossibile dimenticare. Al punto da essere disposto a tutto pur di riviverle, persino le peggiori, che le accompagnavano come pesante fardello, con le loro sconfitte, drammi e dolori. Ricordi, certo, ma dotati della folle capacità di farmi desiderare di fuggire da un mondo che continuavo a sentire come non mio. Non m’importava se dovessi abbandonarli per poi ritrovarli rivestiti di abiti nuovi. Sebbene fossi tentato di credere che lottare contro questa forza impari, che mi voleva suo burattino, fosse fatica inutile, non avrebbe mai potuto precludermi la possibilità di riassaporarle, quelle emozioni, seppur rivissute ogni volta con occhi diversi. Che cosa si voleva da me? Perché ero costretto ad affrontare passaggi tanto assurdi e così laceranti?

Ma poi accadde qualcosa e iniziai a capire il perché non riuscivo a trovare una risposta. Nonostante tutte le difficoltà, stavo accumulando l’esperienza necessaria a dotarmi della consapevolezza che mi avrebbe permesso di sgretolare quella barriera che ancora mi impediva di ricongiungermi all’Unità originaria, per ricomporre la scissione primordiale che, per ragioni, queste sì, rimaste da allora senza risposta, avevano messo in moto tutto ciò che fui chiamato ad affrontare. Iniziò a scorrermi dentro un fiume carsico che, scavando in segreto il suo letto, s’ingrossava ad ogni passaggio, fino a erompere in superficie con la forza del mare, abbattendo, con l’impeto delle sue onde, quello specchio che ancora mi induceva a ritenere separati i due mondi. Mi lasciai trasportare dalla sua corrente, e la consapevolezza fu mia: dovevo necessariamente passare di lì, fare quelle esperienze. Non importava se vissute da re o da barbone, da santo o da assassino; non importava se amate o disprezzate alla follia. Non importava quanto sublimi o dolorose. Ora sapevo che grazie a loro avrei potuto avere tra le mani quelle carte che mi avrebbero permesso di trovare la risposta a tutti i miei interrogativi.

Ad ogni passaggio una nuova alba, capace di schiarirmi l’orizzonte dissipando quella persistente foschia che, ancora per poco, avrebbe continuato a offuscarmi gli occhi, il cuore e la mente. Le esperienze vissute ai due lati dello specchio iniziarono a influenzarsi reciprocamente, dando vita, passaggio dopo passaggio, a un benefico processo di osmosi, rendendomi l’artefice, l’abile prestigiatore che, grazie al buon uso delle carte, ne sapeva equilibrare tempi e modalità di passaggio, che divennero sempre più dolci e meno traumatici, andando ad attenuare la brutalità delle oscillazioni, fino al punto da renderle innocue ninne nanne, capaci di estinguere la fonte di quella struggente nostalgia che mi spingeva ogni volta a cercare di infrangere la superficie dello specchio. Non più il povero cieco che, a tentoni, cerca di afferrare con le mani protese al cielo le carte fattegli piovere sulla testa da capricciosi e saccenti guardiani; non più l’essere impaurito dalla minaccia che la superficie dello specchio ancora gli incute, un pertugio sempre pronto a risucchiarlo dall’altra parte, ma un varco da ricercare volontariamente, come si cercano i tartufi nel terreno, e perciò non sempre così facile da individuare.

La consapevolezza di ciò che stavo affrontando trovò altro spazio dentro me, espandendosi ad ogni passaggio, finché i due mondi si unirono e la superficie dello specchio, estorta gli la pretesa di rifletterne soltanto una parte, divenne trasparente. Ora sapevo esistere una sola realtà e il sogno di volare per raggiungere il sole svanì, dissolvendosi come alito nell’aria al calore dei suoi raggi. E mi risvegliai scoprendomi sole.

         Adesso tengo in mano questo mazzo di carte. Ogni parte di me con la propria di carta, a ricordo del suo ultimo viaggio, fino al passaggio finale, presunto definitivo, cristallizzatosi in questo non-luogo senza tempo. Ma è davvero così? Sento di no. Avverto ancora quel desiderio chiamare, che mi sollecita ad andare. Verso dove? Un momento. Estraggo dal mazzo una carta. La contemplo soddisfatto. Il simbolo inciso sulla superficie non rappresenta qualcosa di compiuto che non abbisogni d’altro, ma piuttosto un percorso senza fine: un cerchio, simile al disco solare. Lo sfioro con la mano: pulsa della sua luminosità. Ne vedo il diametro restringersi al centro a formare due asole che, ruotando di novanta gradi, si adagiano in orizzontale, componendo davanti ai miei occhi un ologramma tridimensionale a formare un nastro di fuoco che si avvolge su sé stesso, all’infinito.

Mi sovviene un ricordo lontano: lo specchio in quella grotta. È il pungolo per un nuovo inizio. Seguirò quella voce. Sì, la seguirò, anche se costretto ad abbandonare tutto ciò che finora ho costruito. Guardo le altre carte e scopro che portano incise lo stesso simbolo. Tutte. Sono diventate degli inutili orpelli ormai, lo sterile ripetersi di una figura che mi precluderebbe la possibilità di decidere quale portare con me, anche sbagliando, nella mia scelta. Sento di poter correre questo rischio. È arrivato il momento di liberarsene. La difficoltà nel farlo è pari alle fatiche che ho incontrato per arrivare fin dove sono adesso. Ma non m’importa. Un ciclo si è chiuso. Sto per aprirne un altro.

Le getto nel vuoto: le vedo planare come tanti piccoli soli che si disperdono sopra quella moltitudine di storie passate. Mi piace credere che, un giorno, saranno magari raccolte da chi le userà per infrangere il suo di specchio, scegliendole fra tante, perché ritenute le più adatte. Sento ancora quella voce chiamare. Stringo in mano l’ultima carta. La strappo a metà: ne getto un’estremità, l’altra la terrò con me. Raffigura sempre un cerchio. Ogni fine porta con sé i semi di un nuovo inizio. Il ricordo di quella prima carta. La custodirò gelosamente nella bisaccia del viandante con i polpacci morsi dal suo cane.

Solo un folle può sentire il bisogno di continuare a viaggiare dopo aver raggiunto la meta. Mi rivedo a contemplare il sole, appoggiato sulla soglia della mia dimora. Sto arrivando. Ricomporre l’individualità dopo averla dissolta, percorrendone il cammino a ritroso, spinto dal desiderio di riappropriarsi di qualcosa che sento ancora mancare, celato dietro la superficie di un grande specchio.

          Un’ultima cosa prima di congedarvi. Molto altro avrei ancora da raccontare sui reiterati passaggi che mi portarono a essere ciò che sono adesso, ma preferisco interrompere qui la narrazione. Se non altro perché ognuno di voi, prima o poi, arriverà a capire di avere la propria su cui riflettere. A questo proposito, se il destino o il caso vi condurranno un giorno a passare per queste terre, vi invito a prestare attenzione alle tracce che ho disseminato qua e là, che risulteranno incomprensibili ai più, ma, ne sono certo, non per quanti, sentendosi misteriosamente chiamati a seguirle, dopo essere riusciti a riconoscere la serie di simboli incisi sulle rocce circostanti, avvertiranno la curiosità di varcare l’imboccatura di questo anfratto nascosto nella boscaglia. E allora mi auguro che sentano sorgere il desiderio di percorrerlo fino in fondo, finché non scorgano, appoggiato alla parete, il grande specchio; e a quel punto, abbiano l’ardire di sfiorarne con la mano la superficie, nella consapevolezza, questa volta immediata, di aver finalmente trovato quella soglia capace di fargli varcare volontariamente ciò che ancora cela ai loro occhi non tanto il “vero volto” della realtà, quanto la risposta al perché si sentano chiamati a compiere un viaggio che potrebbe non essere troppo dissimile dal mio. Chiunque sentirà di poterne attraversare la superficie mi troverà dall’altra parte, pronto ad accoglierlo con un nuovo mazzo di carte in mano.

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