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RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (2)

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di Dario Martello

Segue da : https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/articoli-recenti/cultura/26893-racconto-la-carta-e-lo-specchio-1.html

           E poi il paesaggio mutò completamente. Dove ero finito? Ero ancora vivo? Mi guardai le mani; le mossi: pareva di sì. E il cane? Dov’era finito il mio fidato amico? Mi ritrovai al centro di una vasta radura completamente deserta, che digradava dolcemente ai lati, delimitata da una fitta rete di alberi ad alto fusto. L’afa, sotto un cielo dalle sfumature grigio-lattiginose, rendeva l’aria soffocante.

Poco dopo, da non troppo lontano, vidi apparire da dietro una piccola collina una figura inizialmente indistinta che avanzava verso di me: era un uomo che cantava allegramente, issato su un traballante carretto, sovrastato da un grande tendone rosso e trainato da due possenti cavalli neri. Sul pianale stava lo stesso grande specchio, appoggiato in verticale, incorniciato in un elaborato disegno dorato, che ne occupava gran parte dello spazio insieme a tre grossi cassoni. Lo guidava un omaccione corpulento, anzi, direi addirittura obeso, vestito in modo alquanto bizzarro, al punto da sembrare il padrone di una compagnia circense. Indossava larghi pantaloni a strisce bianche e nere, sorretti da bretelle rosse che gli attraversavano il grasso addome su una camicia bianca troppo attillata, quasi a volerne ancor più esaltare la già strabordante pinguedine. Un cilindro nero, calato sulla testa, gli celava in parte i lineamenti del viso, che presumevo essere altrettanto rubicondo. I radi capelli grigi, unti e spettinati, gli ricadevano sulle spalle, in tinta con le scarpe sformate dello stesso colore calzate ai piedi.

Fermò il carretto nel bel mezzo della radura, non troppo distante da me e, una volta individuatomi, fece un largo cenno con la mano: un invito ad avvicinarmi.

«E tu chi sei? Nuovo, scommetto; non ti avevo mai visto prima» m’apostrofò con voce cavernosa, squadrandomi dalla testa ai piedi. «Perché non sei insieme agli altri?» aggiunse, mentre si asciugava il volto tutto sudato con il lembo del pesante tendone, subito rimosso per posizionare al meglio il grande specchio, ora collocato su di un treppiede al centro del carro.

La domanda mi imbarazzò non poco. Cercai di rispondere, chiedendo spiegazioni per questa surreale situazione, ma dalla bocca non mi uscì alcun suono, solo un incomprensibile mugolio, scoprendo, terrorizzato, di avere la lingua completamente paralizzata. Dopodiché, l’omaccione estrasse da un cassone un grosso campanaccio che cominciò ad agitare nell’aria, mentre con l’altra mano teneva in bella mostra un mazzo di carte; dopo essersi schiarito la voce, iniziò a gridare a squarciagola: «Vengano, signori, vengano! Lo spettacolo sta per iniziare!»

Le urla di quel pasciuto clown richiamarono al centro della radura una folla vociante che, sbucata dai margini del bosco come tante formiche attratte da briciole di pane, non vedeva l’ora di assieparsi attorno al suo carrozzone. «Suvvia» continuò, «affrettatevi a prendere posto, prima che chi più alto di voi è la vista vi impedisca, o chi più largo è lo spazio vi esaurisca, o chi più veloce è non vi lasci che polvere da sputare. Questo è lo spettacolo allestito apposta per voi, a cui tutti siete chiamati a partecipare. Saltimbanchi e giocolieri, giullari e ballerine son qui per deliziar il tempo vostro, scacciandone per un momento mestizia e impedimento!» Finì di parlare esibendosi in un plateale inchino. Subito dalla folla si levò un convinto applauso, seguito da numerose grida di «evviva!», «bravo!», «sii!».

Quindi estrasse dal primo cassone un pesante sacco stracolmo di piccoli specchietti, replicanti in miniatura quello più grande. Tutti si misero pazientemente in fila per riceverli dalle mani di due graziose fanciulle, avvolte in un attillato tulle bianco, sbucate fuori da una delle casse. Nel frattempo, due giovani abbigliati da giullari, usciti dall’altra cassa, presero interi mazzi di carte da un secondo sacco e cominciarono a infilarli nell’imboccatura di quello che sembrava essere un grosso grammofono, prelevato in precedenza dal cassone. Terminata in fretta l’operazione, l’uomo innestò una lunga manovella posta a lato e, facendo leva col suo peso, ne azionò il farraginoso meccanismo di rotazione. Una musica da circo prese a uscire misteriosamente da sotto il carrozzone e miriadi di striscioline di coriandoli multicolori schizzarono verso il cielo, insieme alle carte che, apparentemente a casaccio, iniziarono a ricadere sulle teste di chi, sgomitando, cercava di afferrarle ancora in aria o si affrettava a raccoglierle appena toccavano il suolo. Seguirono una ridda di abbracci, sorrisi e pacche sulle spalle, frammisti a sguardi increduli, urla di gioia, pianti di scoramento e imprecazioni.

Mi ritrovai nel bel mezzo di quella bolgia, sballottato da tutte le parti, senza essere riuscito a prendere nessuna carta e senza specchietto in mano. La cosa singolare era che la mia presenza sembrava passare del tutto inosservata, come se fossi inesistente, come se non mi trovassi davvero lì, in quel luogo assurdo. Ne ebbi conferma quando, pur essendo ben piantato con i piedi per terra e sentendone il contatto fisico, nessuno pareva voler incrociare intenzionalmente il mio sguardo, mentre, dopo essermi messo in fila per ricevere lo specchietto, venni prima ignorato dalle due fanciulle, per poi essere bruscamente spintonato in avanti da chi, alle mie spalle, aspettava impaziente di averlo tra le mani. Addirittura, sebbene fossi riuscito a raccogliere da terra una carta, una donna piuttosto anziana tentò in tutti i modi di impossessarsene, riuscendo infine a strapparmela dalle mani. Curiosamente, quella carta non pareva raffigurare alcunché: nessun glifo, figura o qualsivoglia numero.

L’unico intenzionato a interagire con me, essendosi accorto della mia presenza, era quell’individuo tanto corpulento e all’apparenza così scontroso. Per tutti gli altri ero simile a un ectoplasma o, quantomeno, una presenza inutile.

«Allora, siete pronti?» esclamò l’omone. «Che lo spettacolo abbia inizio!» Ne seguì l’ennesimo entusiastico vociare, con i padri che si affrettavano a issare i figli sulle spalle e le donne a stringersi ai loro compagni. «Ah, dimenticavo» aggiunse, cercandomi con lo sguardo tra la folla: «per chi ancora non mi conosce, sono il guardiano dello spettacolo, colui che lo dirige e lo sorveglia, affinché tutto si svolga secondo copione.»

In realtà non mi ero mosso da sotto il palco. Vedendomi, mi chiamò a sé e, avvicinata la bocca puzzolente al mio orecchio, mi parlò sottovoce: «Ebbene sì, ti voglio confidare un piccolo segreto: forse non lo sai, ma lo spettacolo che stiamo per mettere in scena è una recita speciale che segue un copione scritto apposta per ognuno di loro, mentre sono convinti di esserne i veri protagonisti. Non lo trovi buffo? Ma mi raccomando» soggiunse sornione, come chi sa di non star rivelando alcun segreto «non lo far sapere troppo in giro.»

Poi, cambiando improvvisamente tono e postura, si sporse dal pianale del carretto e prese a parlare alla folla con ben altro cipiglio, accompagnando le sue parole con ampi gesti delle braccia: «In realtà, siete come tanti attori che recitano una partitura scritta da altri, una moltitudine di guitti che tra poco inizierà ad agitarsi scomposta su di un palcoscenico allestito da chi manco conosce, recitando diligentemente la parte che vi è toccata in sorte, convinti di esserne gli artefici che ne hanno vergato sceneggiatura e copione. Perciò, piagnucolare lamentosi della carta, pardon, del destino, così lo chiamate, vero? che vi è capitata tra le mani, oppure esaltarsi troppo per essa, è parimenti inutile. Purtroppo per voi, non saprete mai quando ve le richiederanno indietro per essere riconsegnate al legittimo proprietario, ma solo che, prima o poi, sarete costretti a farlo, perché non vi appartengono e già…, vi sono state solo prestate, come dire, trattenute temporaneamente in comodato d’uso, e poi… puff! magari sul più bello, le dovrete restituire. Fatene quindi buon uso finché le avete tra le mani.»

Le sue parole mi colpirono profondamente. Dunque, tutto questo allestimento non era nient’altro che un gioco improvvisato, nient’altro che una burla passeggera? Stentavo a crederlo, benché l’abbigliamento di quell’uomo e dei suoi assistenti mi portasse a pensarlo. Quell’improvvisato oratore fece una breve pausa per bere, presumo dell’acqua portata da una delle sue assistenti, e poi riprese a parlare: «Adesso, come tanti bravi burattini e marionette reciterete diligentemente la vostra parte; e poi, quando avrò deciso di porvi fine, mi riconsegnerete le carte senza lagnarvi troppo, pronti ad accorrere al prossimo spettacolo non appena mi andrà di agitarle di nuovo in aria, facendole piovere sopra le vostre teste, in modo che alcuni di voi possano continuare a recitarlo comodamente seduti in prima fila, stringendole gelosamente a sé, mentre altri, ne sono certo, cercheranno di cambiarle barando al tavolo di gioco, e altri ancora…», si portò la mano alla fronte, additando un gruppetto di persone che stava imprecando a lato del carrozzone, «sì, sto parlando con voi che avete il capo chino… continuerete a maledirle, cercando di nasconderle, sperando che lo spettacolo finisca presto.»

Dopo aver udito le sue parole, tutti annuirono con cenni non troppo convinti del capo, accompagnati dal solito brusio che ne tradiva comunque l’impazienza. Al termine di questa specie di sermone, il sedicente guardiano, aiutato dai due saltimbanchi, posizionò al meglio il grande specchio al centro del carro, orientandolo verso il basso, invitando tutti a reggere bene davanti agli occhi la carta e il piccolo oggetto di vetro che stringevano tra le mani. Quindi iniziò a battere forte e in modo ritmico i piedi sul pianale: «Dai con me! Dai con me! Forza, dai!» ripeteva ad ogni colpo.

Lo specchio prese ad aumentare la capacità di riflettere l’immagine di quella moltitudine assiepata intorno al carretto, che iniziò a dimenarsi come se avesse le articolazioni legate a invisibili fili mossi da una forza altrettanto invisibile, che li costringeva a compiere movimenti scomposti fino ad accasciarsi a terra, come colpita da un improvviso colpo apoplettico collettivo, mentre la già grande superficie dello specchio si ingrandiva sempre più, diventando talmente luminosa da accecare, rendendomi impossibile reggerne il riflesso per continuare a osservare le contorsioni di quei corpi che, anche a terra, non smettevano di mimare. Finché non finimmo tutti risucchiati al suo interno.

          E poi tutto il paesaggio fu inondato da una luce accecante. Gli occhi mi facevano male, così tanto che faticavo a tenere aperti, come quando mi ostinavo a guardare in faccia il sole. Ad un certo punto, quel forte bagliore si concentrò in un punto, fissandosi al centro della scena, per poi diminuire lentamente d’intensità fino a disegnare i contorni di una bambina posta su di una giostra di cavalli che dondolava su e giù, mentre la luce sullo sfondo si affievoliva, lasciando spazio ad un cielo senza apparenti confini, tappezzato da un mare di stelle. O, almeno, così mi parve di vedere.

Ero ormai giunto alla conclusione che si trattasse di un’allucinazione, o meglio, di un delirio a preludio del mio definitivo trapasso. Ne divenni consapevole quando mi sorpresi a fluttuare alla sua stessa altezza, sospeso a mezz’aria.

«Ciao, e tu chi sei?» mi chiese quella figurina evanescente dalla pelle diafana e dai lunghi capelli biondissimi, divisi in tante treccine che le ricadevano sul collo, posti a incorniciare un sorriso talmente dolce da sembrare dipinto più che fatto di carne. Il viso, dai lineamenti delicati, aveva incastonati due occhi d’un azzurro così intenso come poche altre volte mi era capitato di vedere. Una presenza graziosa, che se ne stava in groppa ad un enorme cavallo bianco, fasciata nel suo vestitino di paillettes color oro, felice di girare in tondo su quella che sembrava essere la classica giostra da fiera multicolore.

«Dove… dove siamo, qui?» balbettai, felice, in cuor mio, di riuscire di nuovo a parlare e di essere notato da qualcuno che non fosse quell’ingombrante personaggio precedente. «Dove siamo? E non lo vedi dove siamo? Siamo nel mio mondo, quello in cui ho sempre desiderato stare. Tutti ne desideriamo uno, ma questo non è il tuo» rispose, cantilenandomi le parole.

Ero affascinato dalla naturalezza con cui riusciva a librarsi leggera in quello spazio immenso, la cui mancanza di punti di riferimento mi stava però facendo venire la nausea; decisi pertanto di aggrapparmi al palo posto al centro della giostra.

Improvvisamente interruppe la cantilena che aveva accompagnato il nostro lento girare, facendosi seria: «Prima di arrivare qui… non ricordo bene: c’era un fiume, con tanta acqua, troppa. Al solo pensarci mi manca ancora il respiro. Che brutta cosa non riuscire a respirare! Poi sono caduta in un pozzo tutto nero e mi sono ritrovata dove sono adesso.» Dopo un altro giro di giostra, proseguì: «Appena arrivata, quell’uomo grasso mi faceva sempre giocare con le sue carte, e ogni volta che perdevo andavo avanti e indietro dentro quel vetro, e così piangevo, piangevo tanto tanto, finché dev’essersi stufato nel vedermi così triste e me ne ha data una bellissima, di carta, anche perché gli dicevo che di là non mi piaceva proprio stare, erano tutti così cattivi con la mia mamma.»

Il velo di tristezza che, per un istante, quelle parole erano riuscite a disegnarle sul viso venne presto squarciato, e la bambina tornò allegra a girare in tondo: «È così bello stare qui! Non so più da quanto tempo ci sono arrivata ormai, ma è il posto dove, quando abitavo vicino al fiume, vedevo così bello, con tante giostre! E non sono mica sola, sai? Guardati intorno, le vedi quante altre ce ne sono? Alcune addirittura più grandi, così luminose da sembrare stelle. Siamo tutti così felici qui…»

Continuava a parlare e a cantare, pareva un fiume in piena che ha fretta di arrivare al mare: «E poi ho saputo che di là ci sono altri spettacoli, alcuni addirittura più belli di questo; io però non li ho ancora visti.» «Di là dove?» domandai incuriosito. «Da dove vieni tu» rispose. «Di sicuro, prima o poi, quando mi faranno scendere da questa giostra, ci andrò, ma per adesso voglio stare qui per tanto, tanto tempo ancora. Ma tu, piuttosto? Cosa ci fai qui? Non è che ci sei capitato per sbaglio?»

Non ero certamente in grado di rispondere, anche perché mi ero completamente estraniato, rapito ad ammirare la bellezza di quel cielo pieno di puntini luminosi che pareva fare a gara con la maestosità del sole a chi fosse più capace di destarmi stupore e meraviglia, al punto da ignorare la sua presenza e non capire più se mi stesse ancora parlando oppure cantilenandomi qualcosa.

Alla fine, se ne accorse e mi si rivolse indispettita: «Allora non mi dici proprio niente? Va’ be’, ho capito: sei il solito maleducato. Ora devi andare. Addio…»

«No, aspetta… non lo so… scusa… ti chiedo solo…» Cercai di riallacciare la conversazione che, sebbene fosse stata portata avanti soprattutto da lei, suonava così piacevole alle mie orecchie. Ma non ci fu niente da fare; la giostra iniziò a girare sempre più velocemente, finché il vortice non mi strappò dalle mani la sbarra a cui mi ero aggrappato. L’immagine della giovane fu risucchiata nell’immensità dello spazio, divenendo una lontana fiammella luminosa fra le tante; e se per un attimo ebbi la sensazione di essere sospinto anch’io in alto, presto mi accorsi che, in realtà, stavo precipitando verso il basso, in direzione di quella fonte di luce che riprese ad aumentare di luminosità, pronta ad inghiottire tutto di nuovo.

 segue          

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