di Maurizio Ballistreri
Le ultime elezioni regionali in Campania, Puglia e Veneto hanno confermato un trend ormai costante della partecipazione degli italiani alle elezioni: il numero degli astenuti supera addirittura il 50% degli aventi diritto al voto, configurando l’astensionismo elettorale non più come fenomeno marginale nel nostro paese, ma elemento strutturale, come da tempo avviene nell’area di quello che un tempo si definiva l’Occidente industrializzato, in cui votare è ormai una scelta minoritaria.
La tendenza è quella di scelte pubbliche assunte da una classe elitaria, con una partecipazione popolare ininfluente, nell’ambito del fenomeno della privatizzazione della politica da parte di ristrette lobby economiche e sociali.
Siamo in presenza della degenerazione oligarchica della politica – testimoniata dalla circostanza che il Parlamento si costituisce tramite le decisioni dei vertici delle forze politiche nazionali e dei loro “cerchi magici” – come spiegano bene Luciano Canfora e Gustavo Zagrebelsky nel libro “La maschera democratica dell’oligarchia” del 2015: “Nei nostri regimi democratici perciò, quando l’oligarchia si instaura, lo fa mascherandosi, senza mai presentarsi apertamente, come un’entità usurpatrice”.
Si guardi a ciò che è avvenuto in Italia: la mancanza della sovranità monetaria e di buona parte di quella economica, i governi del “presidente” non usciti dalle urne, la sterilizzazione del Parlamento, lo svuotamento leaderistico delle forze politiche, alcune delle quali in preda ad una grave deriva populistica. Il popolo è stato progressivamente privato della sovranità che gli è riconosciuta dalla Costituzione e non è stimolato a votare a causa di una politica virtuale, fondata sulla comunicazione mediatica e su “brand politici”, sulla compressione dei corpi intermedi per effetto della “disintermediazione” e di una condizione economica e sociale in cui si è determinata la contrazione del Welfare State, in primo luogo di pensioni, sanità e istruzione, e la diffusione del “lavoro povero”.
Siamo in presenza di soggetti politici molto visibili in campagna elettorale, ma deboli come strutture stabili, con la crisi di funzione: i partiti o meglio gli ectoplasmi di essi non riescono a rappresentare interessi collettivi duraturi, a selezionare classe dirigente culturalmente attrezzata, a fare da “scuola di democrazia” come è avvenuto nell’immediato dopoguerra.
E’ la crisi della democrazia rappresentativa, che è a sua volta frutto della crisi dei partiti. Profetiche appaiono le parole di uno dei padri costituenti e Maestro di diritto, Piero Calamandrei, che già nel luglio 1948 in un articolo pubblicato sulla Rivista “Il Ponte” denunciava che “I partiti da libere associazioni di volontari credenti si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottoufficiali in servizio attivo permanente: nei quali a poco a poco si intiepidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira ad entrare nelle grazie del superiore. La elezione dipende dalla scelta dei candidati: la quale è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. E i candidati, più che per meriti personali di specifica competenza professionale, sono scelti per le loro attitudini a diventare buoni funzionari del loro partito in Parlamento”.
La politica, per riprendere il proprio ruolo, deve essere innanzitutto rappresentanza e partecipazione, a meno che non si voglia lasciare tutto nelle mani della finanza e delle strutture del tecno-capitalismo, delle quali il populismo è solo la copertura.
E per quanto attiene la democrazia italiana un contributo potrà venire se i partiti, che oggi sono semplici associazioni di privati cittadini, assumeranno uno status legale e i meccanismi di selezione, partecipazione e rappresentanza interna, saranno regolati per legge, ricordando la previsione costituzionale dell’art. 49. Prima ancora che di una nuova riforma elettorale il nostro paese avrebbe bisogno di una legge sui partiti.
Inoltre, serve la diffusione della cultura del civismo e del buon governo locale, che valorizzi lo spirito comunitario, alternativo ad un centralismo sterile che ha prodotto l’abbandono degli interessi collettivi e dei diritti sociali.




