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UN LEVIATIANO: IL TOTALITARISMO DELLO STATO SOCIALE E LA FAMIGLIA NEL BOSCO

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di Paolo Zanotto

Un Leviatano pedagogico: il totalitarismo strisciante dello Stato sociale

Premessa

Di fronte a una vicenda che – pur fra zone d’ombra e interpretazioni contrastanti – ha suscitato un acceso dibattito pubblico, la decisione della Corte d’Appello dell’Aquila di rigettare il ricorso dei genitori della cosiddetta “famiglia nel bosco” segnala qualcosa di più profondo e inquietante di una semplice decisione giudiziaria. Il provvedimento conferma l’ordinanza che aveva sospeso la responsabilità genitoriale di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham e disposto il collocamento dei loro tre figli minori in una casa-famiglia a Vasto, dove resteranno anche per le imminenti festività natalizie.

Il caso: una famiglia “atipica” contro lo Stato

Ricostruendo i fatti in modo stringente, i genitori della famiglia – che vivevano in un casolare nella natura di Palmoli con i loro tre bambini di 8 e 6 anni – avevano scelto uno stile di vita alternativo, incentrato su educazione parentale, contatto diretto con la natura e pratiche di vita proprie di una comunità autosufficiente. Secondo la documentazione difensiva, essi avevano garantito istruzione e cure, collaborando con le autorità e producendo attestati di idoneità per l’istruzione domiciliare proprio per rispettare requisiti costituzionali pur al di fuori di modelli convenzionali.

Eppure, il sistema giudiziario ha inteso diversamente: il tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale, ritenendo che i bambini fossero stati privati di diritti fondamentali all’integrità, all’assistenza materiale e alla socialità. Per i giudici, “gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli” sarebbero alla base della decisione di allontanare i minori dal nucleo familiare.

La tempra di una “giustizia” tecnocratica

La prima conclusione che emerge è estremamente amara: lo Stato moderno, attraverso i suoi tribunali e i suoi assistenti sociali, ha mostrato palesemente di preferire un ordine burocratico standardizzato a una pluralità di modi di vivere e di educare. Le motivazioni ufficiali – incentrate su presunte carenze educative e sociali – si traducono nella sospensione della potestà genitoriale, in un intervento che non si limita a sorvegliare, ma che priva una famiglia della sua unità più sacra. Un sistema che si arroga il diritto di redistribuire affetti e privazioni è un sistema che smarrisce il senso della libertà e della responsabilità individuale.

Non è qui il punto di dibattere sulle scelte alternative di vita dei genitori – cosa che ha generato notevoli opinioni contrarie su forum e social – bensì di osservare come l’applicazione rigida di criteri tecnocratici sia stata sufficiente a stroncare un progetto familiare che, da ogni elemento documentato, non appariva in alcun modo violento o negligente nel senso comune del termine.

Una macchina che si autogiustifica

È sintomatico che la madre dei bambini possa vedere i figli “solo in alcuni momenti della giornata”, mentre i bambini stessi non trascorreranno il Natale con i propri genitori, nonostante la disponibilità – formale o sostanziale – degli stessi a collaborare e adattarsi alle prescrizioni poste dai servizi sociali.

In una società che pretende di definirsi libera, una decisione simile equivale a una forma di dominio paternalistico dello Stato sul privato, sostenuta da un apparato giudiziario che funge da sentinella suprema delle norme, incapace di discernere fra rischio reale e conflitto culturale.

Questa vicenda rivela in maniera lampante come l’apparato giudiziario e burocratico, sotto il mantello di un pretestuoso “interesse del minore”, possa farsi interprete di un modello unico e omologante di esistenza, espellendo dalla legittimità tutte le forme di vita che non si conformano a modelli standardizzati. È assai difficile non scorgere in simile atteggiamento un retaggio di mentalità totalitaria: la convinzione che lo Stato sappia meglio dei genitori come debba essere vissuta un’infanzia.

Un Moloch che inghiotte famiglie

Chiamare tale macchina con il suo nome più appropriato non è retorica: lo Stato – con i suoi giudici, i suoi assistenti sociali, le procedure amministrative che giustificano ogni privazione e separazione – si erge a Moloch contemporaneo. Un Moloch che non richiede sacrifici sanguinosi, ma sacrifica affetti, coesione familiare e autonomia educativa al culto della “norma”. I bambini separati dai genitori, costretti a trascorrere il Natale lontano dal proprio ambiente affettivo, rappresentano il frutto più amaro di questa mostruosa ideologia burocratica.

Se la giustizia perde di vista l’unico scopo che dovrebbe avere – la tutela reale del benessere dei minori come individui e come membri di una famiglia – per trasformarsi in un algoritmo di valutazione di presunte carenze, allora l’intero sistema va messo in discussione. Perché una società che punisce la diversità di scelta educativa, che sospende genitori sani e affettuosi sulla base di criteri discutibili, ha già smarrito la bussola della libertà e della dignità umana.

Considerazioni conclusive: contro il Leviatano pedagogico

La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, al di là dei suoi dettagli contingenti e delle inevitabili semplificazioni mediatiche, assume così un valore eminentemente simbolico e paradigmatico. Essa rivela, con una chiarezza quasi crudele, la natura profonda di un sistema che ha ormai completamente smarrito ogni senso del limite e della proporzione: uno Stato che non si limita più a garantire diritti, ma pretende di ridefinire dall’alto ciò che è una famiglia legittima, un’educazione accettabile, una vita degna di essere vissuta.

Qui non siamo più nel campo della tutela del minore in presenza di abusi, violenze o incuria manifeste. Ci troviamo nel territorio ben più inquietante della normalizzazione forzata, in cui la differenza diviene sospetto, l’autonomia si converte in devianza, la libertà educativa diventa colpa. È lo Stato-educatore, lo Stato-psicologo, lo Stato-genitore, che si arroga il diritto di spezzare legami primari in nome di un’astratta idea di “benessere”, definita non già dall’esperienza concreta dei bambini – descritti come sereni, educati, in salute – bensì da griglie valutative burocratiche e ideologicamente orientate.

Il fatto che tale separazione venga inflitta sotto le festività natalizie, momento per eccellenza della vita familiare, non pare un mero dettaglio emotivo, ma piuttosto un aggravante morale. Si tratta della dimostrazione plastica di un apparato disumanizzato, incapace di comprendere il valore simbolico, affettivo e formativo della continuità familiare. Uno Stato che infligge un trauma in nome della prevenzione del trauma rivela con evidenza lapalissiana il cortocircuito intrinseco alla sua logica circolare e perversa.

Il problema, dunque, non è questo o quel giudice, questo o quell’assistente sociale. Il problema è strutturale. Si tratta di un sistema che si autoalimenta, che si autoassolve, che non risponde più a una concezione organica della società, bensì a un’ideologia implicitamente antitradizionale e totalizzante, nella quale la famiglia non costituisce più il fondamento naturale dell’ordine sociale, ma invece rappresenta un soggetto sotto sorveglianza permanente. Un sistema che, in nome della protezione, esercita un opprimente controllo; in nome dell’inclusione, pratica l’espropriazione; in nome dei diritti, distrugge relazioni reali e insostituibili.

Per tale ragione parlare di Moloch liberticida non è un’esagerazione retorica, ma una vera e propria diagnosi. Come ogni Moloch, anche quello contemporaneo esige sacrifici: non più vittime sugli altari di pietra, ma bambini sottratti ai genitori, affetti recisi, identità spezzate, infanzie medicalizzate e amministrate. È un sacrificio freddo, asettico, “legale”; e, proprio per questo, infinitamente più inquietante.

Se una società vuole dirsi ancora libera, deve mostrare il coraggio di rimettere radicalmente in discussione simile paradigma. Deve riconoscere che la famiglia precede lo Stato, che l’educazione non è una concessione amministrativa, che il pluralismo delle forme di vita non è una minaccia ma semmai una ricchezza. Deve, soprattutto, smantellare quell’apparato ideologico e burocratico che trasforma ogni differenza in un caso clinico o giudiziario.

In gioco non c’è soltanto il destino di tre bambini e dei loro genitori. In gioco c’è una domanda ben più radicale: a chi appartengono i figli? Alla famiglia che li genera, li ama e se ne assume la responsabilità, o allo Stato che li contabilizza, li valuta e, se necessario, li requisisce? Finché tale domanda resterà senza una risposta chiara e coraggiosa, nessuna famiglia potrà dirsi davvero al sicuro. E nessuna libertà potrà dirsi autentica. La vicenda della “famiglia nel bosco”, pertanto, non rappresenta semplicemente un caso di cronaca giudiziaria. È una cartina di tornasole della tendenza crescente delle istituzioni a sostituirsi alla responsabilità individuale e familiare, imponendo modelli predefiniti di comportamento e punendo chi non vi si conformi. Se non si vuole che lo Stato divenga più di quanto già non sia un Leviatano onnipotente – il Moloch contro il quale ogni cittadino libero dovrebbe elevare la propria voce – allora questa vicenda deve essere interpretata non come un episodio isolato, ma come un assordante campanello d’allarme. È giunta l’ora di smantellare un sistema che ha perso di vista il fine ultimo di ogni ordinamento civile: il rispetto dell’autonomia e della dignità umana.

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  • Redazione

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