
Articolo di Antonio Foccillo
A volte ritornano! Se guardiamo a quello che sta succedendo nel sindacato italiano possiamo constatare che, nonostante l’evoluzione della società e il passare degli anni, ogni volta che bisogna dimostrare l’autonomia del sindacato, le posizioni sembrano ripetere, in tutto e per tutto, quelle di altre vicende succedutesi negli anni. Ancora una volta, infatti, la Cgil proclama uno sciopero da sola per il 12 dicembre.
Lo sciopero è un’antica costumanza: vi è chi lo fa nascere con gli scioperi verificatesi nell’antica Roma e chi racconta di uno sciopero di mattonai che risale nientemeno al tempo di Salomone. Ma non interessa in particolare quando esso sia nato, quello che interessa è a che cosa serve e come può diventare produttivo.
Rinaldo Rigola[1] cosi lo definisce[2]: “Lo sciopero generale può essere volto ad uno scopo economico od avere carattere politico”. E così prosegue “Ma c’è una forma di sciopero detto di solidarietà, che ebbe voga in Italia e che viene tutto dì, qua e lì, sperimentato, sebbene con scarso risultato. Questo sciopero generale mira anch’esso a scopi di carattere economico, ma per lo spirito che lo anima esso si trasforma in movimento a sfondo politico e rivoluzionario. È qui che ha modo di manifestarsi il conflitto di metodo che ha sempre diviso il movimento sindacale in due grandi correnti: le due scuole che attualmente prendono il nome da Amsterdam e da Mosca, in epoca non lontana si denominavano scuola riformista e scuola sindacalista, oppure sindacalismo anglo-tedesco o sindacalismo franco-olandese[3]. La scuola sindacalista rivoluzionaria, diremo così, si distingue da quella sindacalista riformista specialmente per il modo di condurre gli scioperi. La tattica rivoluzionaria consisteva nel preferire la solidarietà dello sciopero a tutte le altre forme di solidarietà. Si dava meno importanza al fine che al mezzo. Cambiano nel tempo i partiti, le ideologie, i programmi, ma chi guarda dal punto di vista oggettivo e superiore non potrà far a meno di riconoscere che la classe operaia si è trovata, si trova e si troverà sempre nel caso di dover scegliere fra questo due metodi”.
Quanta attualità vi è in queste parole!
Come si può disconoscere, che dopo tanti anni in cui il movimento sindacale italiano sembrava aver risolto la disputa, si ritorna a proporsi il quesito.
Le crisi nel mondo, in Europa e in Italia, economiche, produttive e le guerre stanno raggiungendo proporzioni impensabili. Esse hanno intaccato, ancora di più le certezze, lo status e il tenore di vita di tanti lavoratori, di tante persone e di tante famiglie.
Ma come si fa uscire da questa situazione?
Dalle tragedi si esce solo se vi è un sentore comune e un progetto condiviso che mette insieme le organizzazioni sindacali, imprenditoriali, le forze politiche, i lavoratori e i cittadini. Dopo di che sarà responsabilità dei governi in essere mettere in atto le misure necessarie a rilanciare l’economia e a ridistribuire equamente ricchezze e sacrifici. Questo è stato il metodo che in passato ha pagato.
Il nostro Paese si è trovato, in alcune occasioni passate, in momenti di difficoltà ed ha adottato il metodo della concertazione e della politica dei redditi, raggiungendo risultati importantissimi.
Ed è ovvio che per rilanciare questo particolare stato di coesione vi è bisogno di un governo disponibile, che abbandoni la logica del far da se e si confronti con le rappresentanza sociali, e di forze politiche, ispirate non da eccessi di massimalistici, ma di orientamenti riformisti.
Quando non ci sono condizioni adeguate a favorire un confronto con la parte riformista e questa stessa non da alternative, rischia di sconfinare il tutto in una protesta che porta a una lotta esasperata e massimalista senza prospettive e con pochi risultati.
La parte riformista del sindacato, pertanto, deve impegnarsi a non chiudere le porte al confronto ed elaborare proposte credibili che abbiano un grado di fattibilità, per evitare che esca un malcontento senza fine.
Per questo ritengo sbagliato la proclamazione unilaterale, ancora una volta, di uno sciopero generale che alla fine dà la sensazione di abbaiare alla luna. Con tutto il rispetto per la Cgil, purtroppo, i tanti suoi scioperi solitari non hanno mai spostato, in positivo, di una virgola le problematiche sul tappeto.
I lavoratori sono stufi delle parole vuote e demagogiche, hanno troppi problemi con cui fare i conti tutti i giorni e vorrebbero rappresentanze che gli dessero qualche risposta immediata, concreta e soprattutto realistica.
Il compito del sindacato è quello di concludere ragionevolmente patti e accordi, sempre per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, assumendosi la responsabilità anche quando è scomodo. Molto più facile è dire no a qualsiasi proposta.
Purtroppo, la Cgil, molte volte, con diversi suoi segretari generali, ha scelto la strada di muoversi da sola. È una storia che si è ripetuta spesso. Questo isola tutto il sindacato, lo indebolisce e rafforza solo le controparti. Se si vuole rilanciare la proposta del sindacato bisogna ritrovare l’unità d’azione. Da soli non si vince!
Le difficoltà sono davanti agli occhi di tutti e le risposte che il sindacalisti hanno dato sono state diverse. Il sindacato quello riformista, ha sempre inteso il confronto l’elemento centrale della sua azione, rifiutando di chiudersi in una difesa conflittuale e conservatrice destinata a finire con una sconfitta. Il conflitto non è escluso dalla strategia riformista, ma non è l’obiettivo, semmai è un passaggio che si rende necessario, ma che è volto, comunque, a raggiungere l’obiettivo di un accordo.
In questo scontro fra riformisti e massimalisti si è sempre caratterizzata la Fiom, cercando via alternative rispetto a quelle delle altre sigle di categorie e confederali. Per anni si è considerata la quarta confederazione. Purtroppo spesso si è fata guidare dallo spontaneismo e dalla conflittualità con gli altri, sia compagni di viaggio che imprenditori. Tutto questo, in alcune occasioni è anche sfociato nelle aggressioni verbali verso le altre sigle sindacali.
È di questo giorni l‘aggressione, senza alcuno senso, nei confronti dei dirigenti della Uilm. Va condannata senza se e senza ma. In una società, come la nostra, in cui si sta alimentando sempre più e in tutti i campi la violenza, questi atti possono sfociare in altro, che pensavano aver debellato per sempre nel nostro Paese. Non abbiamo bisogno di cattivi maestri.
Quello che dispiace che questo attacco scellerato viene dal sindacato che dovrebbe essere il primo a opporsi alla violenza. Peccato che il gruppo dirigente della Fiom e della la Cgil non ha preso una netta posizione di condanna. Si è persa un grande occasione per ricostruire una civile convivenza e un sentire comune a difesa del mondo del lavoro.
Il sindacato per cambiare le cose deve porsi il problema di combattere la violenza e di come essa si imbatte sullo stato della democrazia, per evitare pericolose spirali di apatia e di conflitto sempre più acceso. Infine, va approfondito il tema su ruolo del sindacato, non dimenticando mai la lezione della storia passata, quella dell’autonomia e dell’unità e, quindi, attualizzandola nel presente.
[1] R. Rigola, figlio di un tintore tessile e di una stiratrice, dopo aver frequentato una scuola professionale nella città di nascita, Biella, iniziò a lavorare a soli sedici anni come operaio nell’industria tessile e si iscrisse, in giovane età, al Psi. Primo deputato operaio, fu eletto nel 1900 nel collegio di Biella. Era cieco per un incidente sul lavoro. Successivamente entrò nel sindacato.
[2] R. Rigola, 2006, Manuale di Teoria sindacale, Ediesse Roma
[3] Il Sindacalismo rivoluzionario aveva molti seguaci in Francia e in Olanda in modo in modo da contrapporlo alla scuola di Berlino e per questo fu chiamato oltre che con gli aggettivi “riformista” e “rivoluzionario” anche con quelli di “anglo-olandese” e “franco-olandese”.





