di Marco Pugliese*
L’Unione Europea, per come l’abbiamo conosciuta dal 1992 in avanti, sta arrivando al capolinea. La struttura che si reggeva su regolazione, armonizzazione graduale e un’idea quasi metafisica di “integrazione inevitabile” ha perso contatto con la realtà. A chi studia davvero la macchina appare chiaro: l’Ue non è stata tecnocratica, ma aristocratica. Nelle mani di élite ristrette, con una dinamica oligarchica che ha escluso i cittadini e, soprattutto, gli Stati dalla definizione della strategia.
Il risultato è semplice: un gigante normativo senza potenza, senza visione e senza leve strategiche. La sua implosione non è un’esagerazione retorica, è un processo in corso: incapacità di definire una politica industriale autonoma, frattura interna sull’Ucraina, dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e dipendenza energetica dal blocco esterno. In questo vuoto si inseriscono Musk, Trump e l’intero fronte nazional-conservatore americano: stanno tastando il terreno, non perché siano visionari, ma perché l’Europa non occupa più il proprio spazio.
La vera domanda allora non è “come salvare l’Ue”, ma cosa può sostituirla. E qui prende forma una possibile architettura nuova: un’Europa consorziale, non federale. Un sistema costruito non sopra gli Stati, ma tra gli Stati. Un equilibrio che ricorda i vecchi consorzi industriali italiani: si lavora insieme solo su ciò che serve davvero.
Il motore sarebbe una trilaterale Roma–Parigi–Berlino, perché, volenti o nolenti, la massa critica europea si trova lì.
– La Francia, prima di tornare protagonista, deve metabolizzare la crisi del macronismo e chiudere la frattura interna che oggi la rende ingovernabile.
– La Germania può ricostruire un ruolo nel Nord e nell’Est, dove l’ex area Ue guarda ancora a Berlino come punto di riferimento economico.
– L’Italia, grazie alla sua posizione e alle sue filiere industriali, è l’unica potenza naturale del Mediterraneo allargato: energia, logistica, sicurezza marittima, cavi sottomarini, gasdotti, rotte africane.
Non è fantasia: è la geografia, che spesso anticipa la politica.
Il Piano Mattei rientra in questa cornice. Non è solo una strategia energetica: è il modo per sostituire gradualmente la presenza francese in Africa, costruendo un asse Italia–Mediterraneo che riequilibri lo scacchiere, mentre Parigi perde presa sul Sahel e su buona parte della sua sfera d’influenza storica.
In questo quadro cambia anche la sicurezza. La reintroduzione della leva — con modelli leggeri, annuali, multifunzione — è un segnale di ricomposizione del potere europeo. L’idea è un sistema tripartito di sicurezza:
– Italia responsabile del Mediterraneo (rotte energetiche, infrastrutture critiche, flussi migratori).
– Francia per il fronte Atlantico e africano.
– Germania per il Baltico e l’Est.
Tre comandi operativi europei interconnessi, ciascuno con una capacità di intervento di almeno 40–60 mila effettivi integrati, più riserve territoriali e forze Nato già presenti. A regime, una struttura del genere muoverebbe circa 200–230 mila unità operative dedicate alla sicurezza europea, molto più credibile della difesa comune mai nata.
E la NATO? È evidente che, se gli Stati Uniti spingeranno verso una devoluzione del comando entro il 2027, come trapelato, si profila una Nato europea con tre capitali operative: Roma, Berlino, Parigi. Una Nato che di fatto sostituirà l’Ue come pilastro politico del continente, perché l’unica istituzione rimasta realmente funzionante è quella di sicurezza.
Il ruolo del Regno Unito è già scritto: pieno allineamento a Washington, fuori dal sistema europeo di potere. L’unico soggetto che gioca davvero in casa è l’Italia, perché la nuova competizione globale si gioca sulle rotte del Sud, e lì la nostra posizione è insostituibile.
Musk lo ha capito. Sta testando il terreno europeo non per annunciare una rivoluzione, ma per misurare quanto sia fragile la struttura istituzionale che dovrebbe rispondere. E la risposta è stata: debolissima.
L’implosione dell’Ue non è il punto finale: è il punto di partenza. La vera partita adesso è costruire un’Europa consorziale capace di sedersi da pari con Stati Uniti, Cina e Russia. Chi non lo vede rischia di arrivare fuori tempo massimo nella più grande trasformazione geopolitica del continente dagli anni Cinquanta.




