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CASO GAROFANI: DIMISSIONI SEMPRE PIÙ NECESSARIE

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di LUCIO LEANTE

Il consigliere del Quirinale non si vuole dimettere. E possiamo umanamente capirlo. E, invece, sarebbe ora di mettere un punto – quello delle sue dimissioni – al tormentone innescato dalle sue improprie ed inopportune esternazioni durante una cena ad un ristorante romano. E non per esigere una sua punizione ma perché, sul suo comprensibile desiderio di restare in carica, deve prevalere l’opportunità e la ragione di Stato.

Diciamoci la verità: in un qualsiasi altro paese democratico un consigliere del Presidente che fosse inoltre anche Segretario del Consiglio Supremo di Difesa, si sarebbe dimesso subito dopo essere stato beccato con le proverbiali “zampine nella marmellata”. Lui, il consigliere Francesco Saverio Garofani, ex deputato una volta per l’Ulivo e due volte del PD, si è fatto “registrare” mentre durante una cena con amici eccellenti romanisti esternava non solo generiche opinioni personali, ma un vero progetto politico per favorire un “ribaltone” degli attuali equilibri politici di governo. Egli ha auspicare persino un “provvidenziale scossone” (forse giudiziario?) per accelerare il ribaltone prima delle elezioni del 2027. Le sue esternazioni, rivelate dal giornale dal direttore del giornale La Verità, Maurizio Belpietro, sono state da Garofani implicitamente confermate: “Era solo una chiacchierata in libertà tra amici”- ha cercato di banalizzare e minimizzare in una sua intervista al Corriere della Sera.

Non sembra plausibile che gli sfugga il punto vero della questione. E il punto è che i suoi incarichi gli garantiscono una estrema facilità di contatto e di relazione con personalità di rilievo istituzionale, politico, militare – e di ogni genere – che possono permettergli un improprio ruolo politico e cioè di trasformare i suoi auspici in realtà politica. Tutto questo usando una carica istituzionale – e perciò non politica- che gli permette di parlare ed agire all’ombra del Presidente e presuntivamente in suo nome e per suo conto. Che questo sia vero o no.

Il punto è anche che di un analogo potere dispongono anche alcuni altri consiglieri del Presidente, tutti provenienti dalla sinistra DC e forse anche per questo scelti dal Presidente Mattarella.

Non è difficile immaginare il potenziale potere di intervento di cui disporrebbe un gruppo (ipotetico ma possibile) di consiglieri del Quirinale che decidesse di agire sinergicamente per un obbiettivo politico comune. Il tutto potrebbe avvenire discretamente all’ombra del Quirinale e cioé del Presidente. Che egli ne sia consapevole e corrivo o meno. E qui non è certo peccato avere qualche dubbio.

Dobbiamo aggiungere un fatto che ci consta personalmente e che riguarda il mondo giornalistico. Quando qualche direttore di un’agenzia o di un giornale, o di una TG si sente chiamare (o invitare) da un consigliere del Quirinale, di solito scatta istintivamente “sull’attenti”. Dietro le parole del consigliere è presumibile che ci sia la voce del Presidente in persona, la voce dell’unità della nazione, la voce dello Stato. Sono possibili allora da parte “del Quirinale” felpati sussurri, auspici, indicazioni, ma anche messe in guardia, velati disappunti per questo o quel take o articolo o commento e – perché no?- anche elogi o rimbrotti per questo o quel giornalista. Come non tenere conto della “voce del Quirinale”? Il consigliere del Quirinale dispone, dunque, anche di un potere enorme di condizionamento della stampa. Particolare non trascurabile.

Che quel potere dei consiglieri sia realmente usato almeno da Garofani lo suggerisce il fatto che egli non abbia smentito, ma abbia anzi confermato, i suoi frequenti contatti –  svelati da Belpietro- con l’ex capo dell’agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini. “È un amico” – ha minimizzato. Peccato che – secondo le ricostruzioni de La Verità- egli stesso, durante la fatidica cena, abbia indicato quell’amico come candidato a capeggiare una “grande lista civica nazionale” (centrista ma aperta a sinistra) che dovrebbe sfidare e detronizzare Giorgia Meloni alle elezioni del 2027.

Poiché – ha aggiunto-  ciò “non basterebbe”, ha anche auspicato un “necessario intervento di Romano Prodi” (forse per sostituire Elly Schlein alla testa del PD?). Anche Prodi è “solo” un suo amico? Non lo sappiamo.

Insomma le improprie esternazioni dei suoi auspici e progetti politici, non possono essere banalizzate come chiacchiere tra amici. Esse hanno aperto uno squarcio su un possibile e improprio uso politico dell’enorme potere dei consiglieri del Quirinale.

Ma oggettivamente quelle esternazioni hanno anche tirato in ballo il Presidente in persona. Perché? Perché esse suscitano il dubbio che gli auspici e il progetto politico non siano solo personali e privati di Garofani, ma siano vicini a quelli del Presidente. In Italia, purtroppo, non mancano i precedenti analoghi di Oscar Luigi Scalfaro e di Giorgio Napolitano a fare temere una cosa: che nella democrazia italiana il Quirinale abbia le potenzialità e gli strumenti per intervenire dall’alto, discretamente e legalmente, ma poco istituzionalmente, sugli equilibri politici stabiliti dalle elezioni. Molti italiani in questi giorni si chiedono: ci risiamo? Cioé si chiedono: C’è (ma ormai dovremmo dire c’era perché se c’era è stato bruciato meritevolmente da Belpietro) un progetto politico di un gruppo di consiglieri del Quirinale per influenzare, sia pure legalmente, ma impropriamente e poco istituzionalmente, gli equilibri politici democratici in Italia? Anche se il Presidente non ne era consapevole? 

È per fugare questi dubbi che Garofani dovrebbe dimettersi o, in mancanza, Mattarella dovrebbe invitarlo a dimettersi: per certificare che, in una democrazia liberale, un qualsiasi consigliere del Quirinale non può esprimere auspici simili a quelli esplicitati da Garofani nè con amici a cena né quando incontra personalità di rilievo. Né tanto meno può darsi da fare per realizzarli. L’Italia deve liberarsi di quella ipotesi già verificatasi in passato.   

Ora Garofani si sente certamente rassicurato e protetto dal Presidente che evidentemente non intende chiedergli le dimissioni. (E vorremmo capire il perché per non pensar male, caro al divo Giulio). Si sente anche confortato dai molti politici e giornalisti che banalizzano e minimizzano la vicenda: “perché dovrebbe dimettersi?” “È normale quello che ha detto! Libertà di opinione!”.

Semmai – secondo loro – sarebbe da stigmatizzare innanziturro Belpietro per avere -guardate un po’- fatto il suo mestiere e pubblicato martedì la rilevante notizia. Essi farfugliano cercando il “pelo” nei particolari delle ricostruzioni de La Verità: “la parola scossone non era virgolettata” – gridano; “l’articolo che riproduceva la e-mail della fonte era firmato con uno pseudonimo”; e poi “perché altri giornali non hanno pubblicato la notizia e lui sì?”, “il suo è stato un attacco al Presidente, anzi un complotto”. Dimenticano o fingono di dimenticare che le notizie date doverosamente da Belpietro sono state confermate e mai smentite da Garofani in persona. Dunque di che blaterano?

Sarebbe – secondo loro- da condannare anche Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. Sarebbe “colpevole” di avere mercoledì chiesto a Garofani una smentita. Che doveva fare? Fare finta di nulla?

Ma soprattutto nel mirino c’è ovviamente Giorgia Meloni. La si accusa di avere ordito volontariamente “un attacco al Quirinale”, di avere voluto “distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali dell’Italia”. Si è arrivati persino a ipotizzare, dietro la vicenda, la solita “manina di Putin”: “non a caso – si arriva a insinuare- essa è scoppiata un giorno dopo che si era tenuto il Consiglio Supremo di Difesa che ha confermato il sostegno italiano all’Ucraina”. Manca solo la manina del “bullo-tiranno” americano Donald Trump.

Lo spettacolo di politici e giornalisti di sinistra o di regime, che annaspano cercando di arrampicarsi sugli specchi è francamente desolante.

Garofani dunque deve dimettersi subito per opportunità e per ragione di Stato. Tolga quindi tutti dall’imbarazzo: noi ed altri, avendo implicitamente in tal modo anche un riguardo per i suoi amici politici e giornalistici, che difendono l’indifendibile. Tolga, altresì, il Presidente dall’imbarazzo. Oppure il Presidente si tolga da solo da quell’imbarazzo e fughi ogni dubbio, seppur astratto,  che il caso oggettivamente ha sollevato.

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  • Redazione

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