
L’arte del tentennare: quando dimentichiamo chi ha rimesso la vita per la nostra libertà
C’è un filo sottile, ma robusto, che attraversa la storia italiana: ogni volta che siamo caduti, qualcuno ci ha teso la mano. Non per simpatia, non per convenienza diplomatica, ma perché la libertà – quella vera, non la versione da talk show – ha sempre un costo. E spesso lo pagano altri, mentre noi ce ne dimentichiamo in fretta.
Oggi, davanti al dramma ucraino, una parte della nostra politica esita come se fosse davanti a un menù complicato. “Armi? Aiuti? Sostegno politico? Vediamo… valutiamo… riflettiamo…”. Intanto, Kiev continua a contare i morti, mentre da Roma arrivano i soliti rimpalli da commedia dell’arte. È la tattica del rinvio vestita da “prudenza”. E sa già di stantio.
La verità è che senza coraggio altrui noi non saremmo qui a discutere liberamente di niente.
Letteralmente, niente.
Quando l’Italia cadde, altri pagarono il conto
Ricordiamolo, ogni tanto, perché la memoria non è un optional:
Gli americani: 120mila soldati caduti nella campagna d’Italia. Gente di vent’anni sbarcata a Salerno, Anzio, Sicilia. Non ci hanno chiesto se eravamo simpatici: ci hanno liberati da un regime che ci aveva tolto voce e dignità.
Oggi siamo qui a parlare di libertà di espressione grazie ai loro ragazzi sepolti in cimiteri militari da Firenze a Nettuno.
I britannici: 90mila tra morti e feriti. Hanno combattuto metro per metro lungo la linea Gotica. Per molti italiani il primo tè della vita è arrivato insieme alla libertà.
I canadesi: centinaia di caduti, un contributo enorme nella risalita della penisola. Paesi lontani migliaia di chilometri che non avevano alcun vantaggio se non quello: spegnere una dittatura.
I partigiani italiani: ragazzi che non avevano garanzie, solo una certezza – o si opponevano o rimanevano schiacciati. Migliaia di morti, torture, rastrellamenti. Senza loro, l’Italia democratica era un’ipotesi, non una realtà.
Gli alleati che ci hanno sostenuto nel dopoguerra: piani di aiuti economici, ricostruzione, supporto diplomatico. Senza quel supporto saremmo rimasti un Paese monco, povero e isolato.
Tutto questo ha creato un Paese dove oggi chiunque può parlare, scrivere, criticare, sbagliare, provocare, senza rischiare la porta sbarrata alle tre di notte. Una libertà così normale che ormai sembra banale. Ma banale non è.
E oggi? Oggi qualcuno fa finta di niente
L’Ucraina subisce un’aggressione in piena regola, e una parte della nostra classe politica inciampa nelle parole. Hanno paura dei sondaggi, della piazza, dell’umore del momento, delle putinate che circolano online. Così si nascondono dietro formule ambigue:
“Serve prudenza… occorre equilibrio… valutiamo…”, che tradotto significa: non vogliamo prenderci responsabilità.
Ma la storia non ha mai premiato i tentennanti. E soprattutto, un Paese che è stato aiutato, salvato, ricostruito da mani straniere ha il dovere morale di non fare scena muta quando qualcun altro vive quello che abbiamo vissuto noi.
È una questione di coerenza, ma anche di dignità nazionale.
La libertà non è gratis. E non è eterna.
Se oggi possiamo:
criticare il governo,
insultare l’opposizione,
farci un’idea diversa,
scrivere sui social senza paura,
aprire giornali anche feroci,
e perfino sentire discorsi surreali in Parlamento,
è perché altri, in altri anni, hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Hanno combattuto. Sono morti. E ci hanno lasciato una libertà che a volte trattiamo come uno smartphone: la usiamo senza chiederci chi l’ha pagato.
Non abbiamo il diritto di dimenticare
Se gli ucraini cadono, cade un pezzo di quel sistema di libertà che ha tenuto in piedi anche noi per 80 anni.
Esitare, rinviare, “capire meglio”, “ascoltare tutte le parti”, significa non aver capito niente della nostra storia.
Non siamo un Paese vigliacco.
Ma alcuni dei nostri rappresentanti, sì, lo stanno interpretando benissimo.
E la vigliaccheria, in politica come in guerra, non porta mai alla pace.
Porta solo all’irrilevanza.





