Si è scatenata una meravigliosa campagna di stampa sulla ipotesi della riduzione dell’IRPEF sui redditi del ceto medio. L’obiettivo: una critica alla maggioranza. L’effetto: la certificazione che essa ha fatto ciò che aveva detto voleva fare e cioè la riduzione delle imposte su chi è definito “ceto medio” se guadagna tra i 30.000 ed i 60.000 Euro.
Mi aspettavo la contestazione sull’essersi fermati ai 50.000 Euro lordi annui: invece la contestazione è che sono stati privilegiati i redditi del … “ceto medio”. Dunque la maggioranza fa quello che aveva detto che avrebbe fatto.
Qualcuno lo scopre solo ora. C’era chi era troppo impegnato a sostenere qui da noi che arrivava il fascismo; a girare l’Europa avvertendo del pericolo Italia; a parlare in America con quelli che sono stati poi sconfitti per chieder di prender le distanze. A gridare all’isolamento al quale era destinata l’Italia, ed allo sfacelo della sua economia. Mica poteva occuparsi dei problemini quali l’avvento di una politica conservatrice, tanto più forte perché legata a politiche analoghe che si andavano sviluppando nel mondo. E a me vengono le paturnie: quelle da depressione.
L’unica variazione rispetto alla accusa di difendere il ceto medio sta nel fatto che questo ceto sarebbe quello dei “ricchi”, ovvero dei “manager” ovvero dei “dirigenti” a seconda delle testate che ho letto. I nemici, insomma. Bellissimo autogol.
E poi. Ci si avvale, nella contestazione, anche di un giudizio di preoccupazione di Bankitalia, Istat, Upb e Corte dei Conti: consiglierei di leggere il testo delle audizioni. E forse si capirebbe la strumentalità di alcuni titoli. E la serietà di quello che, perdendo tempo con polemiche inutili, non si affronta.
Questo è il risultato finale. Su un provvedimento – e mi fermo a quello sul fisco – che andrebbe migliorato in alcuni passi, confermato in altri che invece la stessa maggioranza pone in discussione, vi saranno solo polemiche. Bene così.




