Home Politica estera LE NUBI OSCURE D’EUROPA

LE NUBI OSCURE D’EUROPA

0

di Paolo Falconio*

Dover esprimere la mia opinione in modo lucido ancorché provocatorio, non può non imporre una riflessione sulla condizione economica, politica e culturale dell’Europa contemporanea, mettendone in luce le contraddizioni interne e i rischi di un declino sistemico. Il tono è fortemente critico, ma non privo di una dimensione riflessiva e direi quasi civile, poiché muove da una sincera preoccupazione per il destino del continente e, in particolare, dell’Italia. L’ urgenza di questa riflessione nasce anche dal fatto che abbiamo uno status di clientes dell’ impero americano. Da provincie non ci è possibile operare scelte strategiche, ma se abdichiamo per colpa nostra anche in ciò su cui abbiamo un certo margine come tattica ed economia, allora il problema diventa strutturale e direi anche potenzialmente mortale.

Mentre l’Europa celebra la nascita di nuovi poli tecnologici per l’intelligenza artificiale e i Big Data, proclamando di voler essere protagonista del futuro digitale, la realtà economica del continente racconta tutt’altra storia. La verità è che l’energia scarseggia e, quando c’è, costa cara. Senza energia, nessuna potenza tecnologica può durare: è nell’energia il fondamento imprescindibile di qualsiasi potenza economica e tecnologica: senza energia disponibile e a costi competitivi, ogni progetto di digitalizzazione resta un’illusione.  è come costruire grattacieli su fondamenta di sabbia.

Negli Stati Uniti, invece, i grandi colossi economici – i “players” dell’innovazione – prosperano grazie a un governo che ha garantito loro abbondanza di risorse e costi energetici competitivi. Questo dato mette in evidenza una differenza strutturale: l’America investe sul potere reale, quello dell’energia e della produzione; l’Europa, al contrario, si rifugia in un idealismo tecnologico che non ha basi materiali. In realtà in qualsiasi studio economico un approvvigionamento e energetico competitivo non è solo presupposto della società tecnologica, ma è presupposto perché vi sia crescita in linea generale .

Questa contrapposizione mi è utile per denunciare la tendenza europea a rifugiarsi nella retorica dell’innovazione e della sostenibilità, dimenticando la concretezza dei processi produttivi.

Da qui nasce una contraddizione più profonda. L’Europa, e l’Italia in particolare, si stanno avviando verso una progressiva finanziarizzazione dell’economia incuranti dei warning che arrivano da quello stesso mondo: il denaro genera denaro, ma sempre più lontano dall’economia reale, dai lavoratori e dalle imprese. Il trasferimento del TFR dei neoassunti ai fondi di investimento ne è un esempio emblematico: un segnale di come anche il risparmio dei cittadini venga assorbito da logiche finanziarie globali. È significativo che tutto ciò avvenga nel silenzio generale, mentre il dibattito politico si concentra su temi di facciata.

Non si può non fare ironia su questa incoerenza: in Italia ci si divide su questioni simboliche – come le manifestazioni per la Palestina o le dispute tra partiti – ma nessuno affronta il nodo centrale della sovranità economica. E mentre i cittadini dal prossimo anno dovranno assicurarsi perfino per sciare, le vere decisioni vengono prese altrove, lontani dai luoghi della democrazia e nessuno vede una minaccia alla sovranità popolare. E non è facile populismo. È come se la politica europea, di destra o di sinistra, si fosse inchinata al potere finanziario, rinunciando a proporre un modello alternativo. Forse semplicemente non ha la forza, imprigionata da debito e altre condizioni sistemiche. O forse la politica non esiste più perché non è auto fondata. E viene in mente la lettera totem di Black Rock agli investitori (utilizzo l’ esempio di Black Rock, essendo il più grande dei fondi). Eppure noi dovremmo avere un governo di estrema destra populista.. dicono. L’alternativa è costituita dal Politburo della sinistra nostrana che prepara la successione alla guida della coalizione con candidati indottrinati non più fornendogli il Libretto Rosso di Mao o il Capitale di Marx, ma sempre la lettera totem di Black Rock. È un nuovo catechismo universale. E l’ astensionismo cresce, perché la percezione è che non vi sia differenza. Liquidare tutto come un inno ai maldipancia popolari, non è solo sbagliato, è criminale. Questo processo è un rischio profondo, non solo economico ma anche politico e culturale: la progressiva perdita di sovranità economica da parte dei popoli europei. Chi decide? E nell’ interesse di chi? Queste sono le vere domande.

La situazione tedesca, che tradizionalmente rappresenta la solidità e l’efficienza europee, mostra che la crisi è generale. L’industria automobilistica segna perdite ingenti a nove zeri, le aziende allertano i centri di collocamento annunciando licenziamenti di massa, e persino gli economisti del governo parlano apertamente di Niedergang, “declino”. Non è un termine qualsiasi: richiama il tramonto dell’Impero Romano (Schiller Institute), cioè il simbolo stesso di una civiltà destinata alla morte perché incapace di rinnovarsi. Il Simbolo di un declino dai caratteri epocali. La fine di un mondo.

A rendere più inquietante il quadro ci sono i rumors sulla possibile dichiarazione di stato d’emergenza in Germania (Schiller Institute), che comporterebbe una limitazione delle libertà individuali e del pensiero critico. È un segnale pericoloso: la storia europea insegna che le crisi economiche possono facilmente degenerare in tentazioni autoritarie. La politica di riarmo, per ora, non ha i numeri per rilanciare l’economia, ma, unità al malessere, potrebbe risvegliare logiche di potenza che credevamo sepolte. E se la Germania dovesse tornare a ragionare in termini di “forza e cannoni”, il problema riguarderebbe tutta l’Europa e anche gli USA , perché se non dovessero vigilare a sufficienza rischierebbero di perdere la presa e senza Europa tornerebbero ad una dimensione limitata al loro emisfero.

Dopo la pandemia, l’ideologia green e la guerra in Ucraina, il continente sembra non aver imparato nulla. Non nego la necessità di una transizione ecologica, ma contesto la sua trasformazione in dogma ideologico, privo di senso pratico e incurante della sostenibilità. Non sfuggo ai doveri di alleanza nei confronti della NATO che ha deciso di sostenere l’ Ucraina, ma ne rifiuto il manicheismo imperante. Giappone e Turchia che continuano a rifornirsi di petrolio russo, rappresentano plasticamente che era possibile sostenere gli ucraini senza suicidarsi. Prima dell’ Ucraina per me viene l’ Italia. Si può discutere che fosse comunque necessario diversificare, ma aver sacrificato in toto l’autosufficienza energetica e la propria indipendenza e competitività in nome di una moralità astratta, che distingue “buoni e cattivi” e che non garantisce risultati concreti, potrà anche sembrare una visione “materialista” della storia, ma ciò che conta non sono solo le narrazioni morali o ideologiche, ma anche la capacità di produrre, innovare e mantenere un tessuto industriale e culturale vivo.

Abbiamo creduto che l’innovazione potesse sostituire il lavoro, che la finanza potesse sostituire la produzione (mentre sono complementari). Ma un’Europa che rinuncia alla propria base industriale e produttiva perde anche la capacità di autodeterminarsi. Servono uomini, competenze, energia e coraggio politico, non soltanto programmi e burocrazia.

Oggi, mentre l’oro sale di valore – segno anche della sfiducia dei mercati e della paura delle persone – l’Unione Europea continua a parlare di Big Data e digitalizzazione. Ma questi progetti, per quanto ambiziosi, nascono con un “vizio d’origine”: mancano di radici concrete, di un’idea di futuro fondata sulla realtà materiale.

Evocare “nubi” che oscurano il cielo d’Europa, è un’ immagine potente e attuale, ma anche una rappresentazione fedele del declino europeo. Sono nubi di incertezza, di crisi e di smarrimento identitario. Metafora del destino europeo: un continente che ha perso la propria identità materiale e spirituale, sedotto dal denaro e dalle ideologie, e che rischia di dissolversi in una crisi di civiltà. Finché il continente continuerà a guardare il futuro con gli occhi della finanza e del dogma ideologico e non con quelli della produzione, della cultura, del welfare e dell’energia reale, il rischio è che queste nubi diventino tempesta. Se qualcuno volesse accusarmi di usare toni profetici, sbaglierebbe, l’ unica ambizione è denunciare le contraddizioni del presente per risvegliare la coscienza collettiva.

Al di là della condivisione o meno delle tesi sopra esposte, interrogarci sul significato della sovranità, della produzione e della libertà nel mondo globalizzato è dovere di ogni cittadino: se l’Europa continuerà a vivere di finanza e ideologia, e non di lavoro, produzione  e cultura, le nubi potrebbero davvero trasformarsi in tempesta.

Forse questo è un testo che disturba, che provoca, che obbliga a uscire dalle zone di comfort ideologico. Può essere contestato, criticato, ma non credo possa essere ignorato. Perché anche se si dissentisse da ogni singola tesi, resterebbe la sensazione – difficile da smentire – che qualcosa di profondo si sia effettivamente rotto nel progetto europeo, e che le risposte finora offerte dalla politica siano inadeguate all’altezza della sfida.

L’ Europa non controlla le proprie fonti energetiche. Ha ceduto sovranità monetaria, legami e vincoli che si traducono nell’ impossibilità di finanziare politiche industriali autonome in presenza di sistemi molto diversi da Nazione a Nazione. È divisa politicamente e prevalgono gli interessi nazionali; infine le sue élite sono allineate con interessi extra-europei, quando non addirittura corporativi ( finiscono tutti le loro cartiere nelle grandi banche di investimento).

È una situazione dove è molto facile per il nostro super alleato estrarre valore, e ancora peggio è molto facile per Russia e Cina, al momento antagoniste, sostituirci nelle nostre aree di influenza come il Centro Africa e attuare azioni ibride tese a disarticolare tessuto sociale e istituzioni.

L’Europa non pratica la semiotica, perché  non coglie i segni degli avvenimenti, non pratica la sintassi, perché  non rispetta più  l’insieme delle regole del Sistema che l’ha fatta grande  e non pratica la  semantica perché  non percepisce il significato profondo  e terribile della realtà  che la sua insipienza  e affidamento  a cattivi maestri stanno preparando. E allora viene in mente un antico proverbio latino “Quos deus perdere vult dementat prius”.

*Member of the Honorary Governing Council and lecturer at the Society of International Studies (SEI)

 

Tutti i Diritti Riservati

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui