
Dietro le macerie, la vera battaglia è già cominciata
Sono cambiati: non più esplosioni, ma riunioni; non più droni, ma delegazioni. Gaza è ancora un cumulo di macerie, eppure il potere – quello vero, silenzioso, metodico – si è già rimesso in moto.
La guerra visibile è quasi finita. Quella invisibile, per decidere chi controllerà il “giorno dopo”, è appena iniziata.
È la battaglia per i fondi, per la ricostruzione, per la rappresentanza, per la legittimità. E come sempre accade in Medio Oriente, la pace è solo una guerra con altri mezzi.
Mahmoud Abbas ha provato a dirlo con la solita solennità: “La Striscia di Gaza è parte inseparabile dello Stato di Palestina”.
Un’affermazione che suona come un testamento politico più che un programma di governo.
A ottantanove anni, Abbas è un presidente che guida un popolo di cui non controlla più né il territorio né la fiducia.
L’Autorità Nazionale Palestinese è diventata un ente di gestione, non di visione. Vive di stipendi, non di consenso.
Eppure, Abbas rivendica il diritto di tornare a Gaza come se bastasse una dichiarazione per cancellare diciotto anni di frattura con Hamas.
Parla di un “comitato amministrativo” che entrerà in funzione “subito dopo la fine della guerra”.
Come se la fine della guerra dipendesse da lui.
La realtà è più semplice e più crudele: senza l’approvazione di Israele e degli Stati Uniti, nessuno si muove.
E l’unico che oggi ha quel tipo di approvazione si chiama Hussein al-Sheikh.
Hussein al-Sheikh non fa proclami, non arringa le folle, non incendia i microfoni. È il contrario esatto di un leader carismatico, e proprio per questo piace ai governi.
È l’uomo del coordinamento civile, il burocrate che firma i permessi, l’intermediario che parla con Israele da dentro la burocrazia palestinese.
Non ispira passione, ma fiducia – quella dei diplomatici, non del popolo.
Gli americani lo considerano “affidabile”.
Gli israeliani lo definiscono “ragionevole”.
I palestinesi lo chiamano “il contatto di Abbas”.
È un candidato costruito per rassicurare, non per entusiasmare.
Il suo punto di forza è la continuità. Il suo difetto è lo stesso.
Se la Palestina del futuro avrà bisogno di un volto riconoscibile per la comunità internazionale, sarà probabilmente il suo.
Ma se avrà bisogno di qualcuno in grado di parlare a un popolo distrutto e arrabbiato, dovrà cercare altrove.
Altrove c’è un nome che torna da vent’anni come un’eco impronunciabile: Marwan Barghouti.
Detenuto in Israele, simbolo della Seconda Intifada, icona di una resistenza che non si è mai arresa.
Ogni sondaggio lo dà come il leader più popolare tra i palestinesi.
Il problema è che non è libero.
E la sua prigionia è diventata la misura dell’imbarazzo collettivo: troppo pericoloso per essere liberato, troppo legittimo per essere ignorato.
Israele lo teme, gli Stati Uniti lo considerano ingestibile, Abbas lo detesta.
Eppure, se Barghouti fosse liberato, cambierebbe gli equilibri di tutto il Medio Oriente.
Un leader con il suo consenso potrebbe unire la West Bank e Gaza, ridare un volto politico al popolo palestinese, imporre un’interlocuzione reale.
Proprio per questo non lo lasceranno mai uscire.
L’Occidente ama i simboli, ma solo quando sono innocui.
Nel frattempo, si prepara un’altra figura, meno carismatica ma più rassicurante: Salam Fayyad.
Economista, ex premier, l’unico palestinese che può vantare stima reciproca tra il Fondo Monetario e il Dipartimento di Stato americano.
Rappresenta il sogno occidentale di un’amministrazione ordinata, trasparente, depoliticizzata.
Per Washington e Bruxelles è l’uomo perfetto per “gestire la ricostruzione”.
Parla inglese fluente, capisce le regole dei finanziamenti, e soprattutto non ha una milizia.
Il problema è che non ha neppure un popolo.
La sua popolarità tra i palestinesi è prossima allo zero, ma il suo nome circola ogni volta che si parla di “transizione”.
È la figura ideale per chi vuole un’amministrazione senza politica, un governo senza sovranità.
Perfetto per tenere Gaza in piedi, non per farla vivere.
Poi ci sono i “dissidenti di ritorno”, come Nasser al-Kidwa, nipote di Yasser Arafat.
È colto, fluente, moderato, ma irrilevante nella realtà del potere.
La sua forza è simbolica, la sua debolezza è numerica: non ha base, non ha apparato, non ha milizie.
Serve come contrappeso per dare l’impressione di pluralismo, non come alternativa credibile.
In un contesto in cui chi conta deve controllare uomini, fondi o armi, Kidwa non ha nessuna delle tre cose.
Sullo sfondo si muovono le potenze regionali, ciascuna con il proprio disegno.
Israele vuole un controllo senza occupazione: la sicurezza senza la responsabilità.
Gli Stati Uniti vogliono una leadership palestinese docile, che non faccia rumore ma firmi contratti.
L’Egitto punta al ruolo di garante del sud, per tenere chiuso il confine e aperto il credito internazionale.
L’Arabia Saudita osserva: investirà, ma solo se la nuova Gaza sarà politicamente disinnescata.
L’Unione Europea, come sempre, pagherà il conto e scriverà un comunicato.
È la solita ripartizione: il sangue ai palestinesi, le decisioni agli altri.
Ma il problema non è chi governerà Gaza. Il problema è cosa resta da governare.
La guerra ha cancellato infrastrutture, scuole, ospedali, ma ha lasciato intatti i rancori.
Ogni edificio distrutto è una promessa di vendetta.
Ogni donazione internazionale è una moneta politica.
E chi controllerà i fondi della ricostruzione controllerà il futuro.
È qui che si giocherà la vera guerra: nei budget, non nei bunker.
La pace si costruirà con i contabili, non con i generali.
E chi pensa che basti un cessate il fuoco per tornare alla normalità non ha capito la logica di Gaza: ogni tregua è solo un intervallo tra due illusioni.
In tutto questo, la nuova generazione palestinese – quella nata dopo il 2000, cresciuta sotto droni e blackout – guarda tutto questo come un film in bianco e nero.
Non crede più ai partiti, non crede ai leader, non crede alla diplomazia.
Comunica sui social, non nelle moschee.
Non sogna lo Stato, sogna di respirare.
Per loro Gaza non è la “parte inseparabile della Palestina”, ma il simbolo di un fallimento generale: politico, morale, storico.
E se un giorno dovessero ribellarsi, non sarà per la bandiera, ma per la dignità.
È da lì che nascerà il prossimo leader, non dai corridoi di Ramallah né dai documenti del Dipartimento di Stato.
La verità è che oggi Gaza è il laboratorio del futuro arabo: una terra dove la politica è morta e la gestione è tutto.
Chi controlla gli aiuti, controlla la pace.
Chi assegna gli appalti, decide il destino.
È la nuova forma di potere nel mondo post-bellico: governare senza governare, gestire senza rappresentare.
E mentre le cancellerie scrivono piani di stabilizzazione, nessuno si chiede cosa significhi stabilità in un luogo che non ha più nulla da perdere.
Non ci sarà un “dopo” Gaza, ci sarà solo un “dopo di noi”.
Perché chi oggi parla di ricostruzione dimentica che non si può ricostruire un popolo con le ruspe.
Ci vogliono idee, fiducia, coraggio politico – tutte cose che non si comprano con i fondi ONU.
E se il futuro di Gaza sarà affidato ai soliti nomi, allora la prossima guerra è già cominciata.
Solo che, questa volta, non serviranno missili per combatterla.
Basteranno le firme.





