
C’è chi parla di riforme, chi di equilibri costituzionali, chi di separazione delle carriere come se bastasse spostare una scrivania per cambiare la storia. Ma la verità, quella che nessuno ha il coraggio di dire in tv, è che la giustizia italiana non funziona. Non da anni. Da decenni. E non perché manchi la legge, ma perché manca tutto il resto.
Nei tribunali italiani si respira aria da ufficio postale degli anni Ottanta. Mancano cancellieri, assistenti, giudici onorari. Le udienze saltano non per cavilli, ma perché non c’è nessuno a verbalizzare. Il processo resta fermo, il giudice sospira, l’avvocato guarda l’orologio e il cittadino paga. È come avere un ospedale senza infermieri: la diagnosi c’è, ma nessuno la scrive.
E quando qualcuno prova a muovere una pratica, arriva il mostro vero: la burocrazia tossica. Tre firme per aprire un fascicolo, due timbri per spostarlo da un piano all’altro, e un ufficio che chiude alle 11:45 “per aggiornamento del sistema”. Un sistema che, ironia della sorte, non funziona mai. Così si passa più tempo a cercare un protocollo che a fare giustizia. Non serve una riforma: serve un esorcista.
E poi c’è il linguaggio. Quella lingua morta che ancora domina le aule e i decreti: “Visti gli atti, ritenuto che, per questi motivi…”. Non è una sentenza, è un rito iniziatico. Altrove la giustizia parla al popolo; in Italia recita a se stessa, come un vecchio attore che non sa più scendere dal palco. Mentre il mondo viaggia in 5G, noi ancora traduciamo in italiano le decisioni di un giudice che scrive come un notaio del 1800.
Intanto, nelle carceri, il Medioevo non è mai finito. Celle strapiene, suicidi ogni settimana, zero reinserimento. I moralisti parlano di diritti, ma solo davanti a una telecamera: poi si scordano che la pena “rieducativa” è diventata un parcheggio umano dove si marcisce in silenzio. È una discarica sociale gestita dallo Stato, e nessuno vuole guardarla.
E quando il sistema sbaglia, la beffa è servita. Perché se un magistrato sbaglia, scrive un libro. Se sbagli tu, ti portano via la casa, la macchina, la pazienza e pure la dignità. Giustizia uguale per tutti, ma solo sulla targa all’ingresso del tribunale.
E anche se vinci la causa, non è detto che serva a qualcosa. Il pignoramento si blocca, l’asta va deserta e il debitore apre una nuova società col cane come amministratore. Hai ragione, ma non incassi nulla. Hai vinto, ma non hai concluso niente.
Il paradosso è che mentre si discute di riforme costituzionali e nuovi CSM, il cittadino resta inchiodato a un sistema che lo divora piano piano: lento, autoreferenziale, scollegato dalla realtà. E nessuno paga mai.
La giustizia italiana non ha bisogno di una nuova legge. Ha bisogno di un risveglio collettivo. Di smettere di fingere che “va tutto bene” solo perché ogni tanto si approva un decreto con nome altisonante.
Finché non si rimetteranno le persone, la logica e la responsabilità al centro, continueremo a raccontarci la favola che la legge è uguale per tutti.
Ma sotto quella scritta, incisa sopra ogni aula, la verità è scritta in piccolo:
“Tranne per chi la scrive.”





