
Si fa presto a dire “manovra”: ma l’Italia muove solo il 3% di 2.390 miliardi, mentre nel G20 cambiano le gerarchie
Ogni autunno, quando arriva la legge di bilancio, la parola manovra torna a dominare il dibattito politico. Si parla di decine di miliardi, come se bastassero a cambiare la rotta del Paese. Eppure, in un’economia da 2.390 miliardi di euro, una manovra “da 30 miliardi” vale appena l’1,2% del PIL.
Un decimale che in Parlamento diventa una battaglia campale, ma che nella realtà economica globale è quasi impercettibile.
Dietro questa sproporzione c’è un vincolo preciso: il Patto di Stabilità europeo, che limita il deficit pubblico al 3% del PIL. Tradotto: il governo italiano può muovere al massimo 71,7 miliardi di euro in deficit. Non uno di più. E quei miliardi, che sembrano molti, sono già impegnati per mantenere in piedi la macchina dello Stato — stipendi, pensioni, sanità, scuola, sicurezza — prima ancora di arrivare agli investimenti.
Il problema è struttura stessa della spesa pubblica italiana.
Più dell’80% del bilancio statale è “spesa rigida”: ogni anno le stesse voci si ripetono e crescono.
Le pensioni assorbono circa 300 miliardi, la sanità pubblica ne consuma oltre 130.
Gli investimenti pubblici — quelli che dovrebbero finanziare infrastrutture, ricerca, innovazione, università, transizione energetica — rappresentano meno del 2,5% del PIL. Ma non è solo una questione di quantità: è anche una questione di regole.
L’Europa considera qualsiasi spesa, anche quella produttiva, come deficit.
Un miliardo speso per una pensione e un miliardo speso per un laboratorio di ricerca vengono conteggiati allo stesso modo.
In questa logica contabile, lo Stato è costretto a tagliare gli investimenti per rispettare i vincoli.
Il Patto di Stabilità, introdotto negli anni ’90, aveva un obiettivo chiaro: impedire che i Paesi dell’eurozona accumulassero debiti insostenibili.
Ma oggi quella regola è diventata una gabbia costruita in un’epoca che non esiste più.
È nata in un’Europa che cresceva al 2-3% l’anno, con inflazione bassa.
Mentre gli Stati Uniti non finanziano più la green economy ma la difesa con piani da oltre 700 miliardi di dollari l’anno, la Cina investe più di 400 miliardi in tecnologia e infrastrutture, e l’India mobilita oltre 100 miliardi solo in opere pubbliche, l’Italia deve chiedere il permesso per spendere 5 miliardi in più in università o energia rinnovabile.
Negli Stati Uniti un piano infrastrutturale può essere approvato in poche settimane.
In Cina la costruzione di una ferrovia ad alta velocità o di un impianto energetico parte nel giro di mesi.
In Italia, per posare una nuova linea ferroviaria si impiegano mediamente sette anni solo di autorizzazioni.
Il risultato è che il Paese si trova a parlare ogni anno di “manovra”, ma raramente di “strategia”.
Senza riforme strutturali, la manovra diventa un esercizio di aritmetica, non una visione di politica economica.





