
Due anni di massacri nel silenzio mediatico mentre il mondo guarda Gaza
Da due anni, nel cuore dell’Africa, il Sudan è teatro di una delle crisi umanitarie più devastanti e ignorate del nostro tempo.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre 14 milioni di persone sono state costrette a fuggire, mentre centinaia di migliaia di civili sono rimasti intrappolati tra fame, violenze e carestie.
Le immagini satellitari mostrano intere città rase al suolo, villaggi incendiati, fosse comuni.
Eppure, per i media internazionali, il Sudan resta un titolo secondario, una nota di margine, un “conflitto complicato”.
La guerra che nessuno guarda
Il conflitto è iniziato nell’aprile 2023, quando le tensioni tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le milizie paramilitari Rapid Support Forces (RSF), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, sono esplose in aperta guerra civile.
I due uomini, ex alleati durante la transizione successiva alla caduta del dittatore Omar al-Bashir, si contendono il controllo di un Paese già devastato da trent’anni di autoritarismo e instabilità.
La lotta di potere tra Burhan e Hemetti ha trasformato il Sudan in un campo di battaglia senza regole.
A farne le spese sono stati, come sempre, i civili: stupri di massa, esecuzioni sommarie, assedi contro ospedali e quartieri residenziali.
Il Darfur, già teatro di un genocidio nei primi anni 2000, è tornato al centro dell’incubo.
Gaza occupa tutto. Il Sudan scompare
Nel frattempo, l’attenzione globale è interamente assorbita dal conflitto tra Israele e Hamas.
Ogni settimana nuove immagini, nuove manifestazioni, nuove prese di posizione politiche.
Gaza è diventata una vetrina permanente: un luogo dove si costruiscono carriere, si misurano schieramenti, si alimentano dibattiti.
Il Sudan, invece, non ha un pubblico.
Non ha portavoce, non ha accesso, non ha immagini in diretta.
È una tragedia che non produce consenso né polarizzazione, quindi non interessa.
Non è questione di importanza geopolitica, ma di rendimento mediatico.
In termini di copertura, il 90% delle campagne e delle dichiarazioni ONU degli ultimi due anni si sono concentrate su Gaza, lasciando appena un 10% al Sudan: un divario che definire sproporzionato è un eufemismo.
Le risoluzioni ONU e l’anomalia del silenzio
Nei tavoli delle Nazioni Unite si ripete da anni lo stesso schema: Israele è il bersaglio costante delle risoluzioni e delle condanne internazionali.
I numeri lo confermano: il Consiglio per i Diritti Umani e l’Assemblea Generale dedicano una quantità di votazioni a Israele nettamente superiore rispetto a qualsiasi altro Paese al mondo.
Una concentrazione quasi ossessiva, che negli ultimi due anni ha avuto il suo epicentro a Gaza.
In parallelo, il Sudan sprofonda.
Mentre a New York si discute di “violazioni nei Territori palestinesi”, in Africa i civili muoiono di fame, le infrastrutture collassano e il sistema sanitario è inesistente.
L’ONU registra, monitora, aggiorna i report.
Ma non interviene.
E così la differenza di attenzione si trasforma in una differenza di vita o di morte.
La geopolitica nascosta: Russia ed Egitto sul campo
Il silenzio internazionale non significa assenza di interessi.
Dietro la crisi sudanese si muovono attori regionali e potenze globali.
La Russia, attraverso reti mercenarie legate al gruppo Wagner e ad altre formazioni paramilitari, ha mantenuto una presenza nel Paese, puntando a una base navale a Port Sudan, sul Mar Rosso.
Una posizione strategica che consentirebbe a Mosca di consolidare la propria influenza sulle rotte commerciali e militari africane.
Parallelamente, l’Egitto ha scelto di appoggiare il generale Burhan, per ragioni di sicurezza e per proteggere il controllo del Nilo.
Una mossa che trasforma il conflitto interno sudanese in un teatro di competizione regionale.
Ma di questo, nei talk show occidentali, non si parla.
Troppo complesso, troppo lontano, troppo vero per entrare in scaletta.
L’indignazione selettiva
La tragedia sudanese è lo specchio più spietato dell’ipocrisia globale.
L’Occidente reagisce solo alle guerre che producono visibilità, non a quelle che producono silenzio.
Le università che si mobilitano per Gaza non organizzano veglie per il Darfur.
Le piazze che gridano “mai più” non trovano spazio per un Paese in cui si muore senza telecamere.
Eppure, in Sudan, la crisi umanitaria è tra le peggiori del secolo: carestia diffusa, epidemie, bambini soldato, donne violentate come arma di dominio.
Tutto già visto, ma questa volta senza testimoni.
Il genocidio invisibile
Il Sudan è il paradosso morale del nostro tempo: un genocidio in diretta che nessuno trasmette.
L’ONU lo registra, i governi lo ignorano, i media lo saltano.
E mentre l’attenzione mondiale resta concentrata su Gaza, dove ogni immagine è un evento, l’Africa continua a morire in silenzio.
La verità è che l’indignazione internazionale non è universale.
È selettiva, misurata, utile quando serve, dimenticata quando non conviene.
Il Sudan è lì a ricordarcelo: un Paese intero cancellato dall’indifferenza globale.
Una tragedia senza pubblico.





