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LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

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di Paolo Falconio*

Le conseguenze della guerra: prospettive geopolitiche e trasformazioni dell’ordine

Introduzione dell’ Autore

L’ intento è quello di riportare la riflessione sulla guerra nel campo della Geopolitica, della filosofia politica e della responsabilità civile. Comprendere la guerra come infrastruttura dell’ordine globale significa infatti riconoscere la fragilità dei nostri concetti di pace, sovranità e giustizia. Un’ operazione che ci costringe a guardare la realtà senza veli, a comprendere che la violenza non è un’eccezione, ma un rischio costante inscritto nelle dinamiche del potere.

Il testo spero possa offrire almeno uno spunto per una bussola critica indispensabile. Non perché ci insegni come evitare la guerra, ma perché ci invita a riconoscere le sue forme nascoste, i suoi linguaggi e le sue continuità. In questo senso, la riflessione non è solo geopolitica, ma profondamente etica: un invito alla consapevolezza, alla vigilanza e alla responsabilità del pensiero di fronte alla violenza strutturale del mondo contemporaneo.

Abstract

Questo articolo analizza le conseguenze della guerra da una prospettiva geopolitica e sistemica, interpretandola non come un evento eccezionale, ma purtroppo come un dispositivo costitutivo dell’ordine internazionale contemporaneo. A partire dalle teorie classiche di Clausewitz e Morgenthau fino alle elaborazioni contemporanee di Foucault, Agamben e Nye, il testo esplora le dimensioni ontologiche, istituzionali e discorsive del conflitto. L’obiettivo è mostrare come le guerre, anche nelle loro forme ibride e post-statali, producano effetti duraturi che ristrutturano i rapporti di potere, ridefiniscono le identità collettive e riformulano le logiche di governance globale. La guerra, lungi dall’essere un’interruzione della politica, ne rappresentano ancora oggi una delle infrastrutture permanenti.

La guerra continua a rappresentare uno dei fenomeni centrali per la comprensione della politica internazionale. Come affermava Carl von Clausewitz, essa è “la continuazione della politica con altri mezzi”¹; tuttavia, nel contesto contemporaneo, questa affermazione necessita di una riformulazione critica. Le guerre del XXI secolo non si configurano più come scontri tra Stati sovrani su campi di battaglia delimitati, ma come processi diffusi e multidimensionali che investono economia, tecnologia, informazione e percezione collettiva.

Il presente scritto si propone di analizzare le conseguenze della guerra al di là della dimensione militare, interpretandola come dispositivo geopolitico capace di generare trasformazioni strutturali nell’ordine mondiale. Una lettura che intreccia teoria classica e pensiero contemporaneo, restituendo alla realtà la guerra: ossia la sua centralità epistemologica che sfida le narrazioni pacificatorie e le semplificazioni strategiche.

La guerra, prima ancora che fenomeno strategico, rappresenta una frattura antropologica e ontologica. Essa modifica la percezione dell’identità individuale e collettiva, producendo un senso di discontinuità storica e simbolica. Michel Foucault, nelle sue lezioni al Collège de France², ha mostrato come la guerra non sia semplicemente la sospensione della politica, ma una delle forme attraverso cui essa si realizza e si legittima.

In tale prospettiva, la violenza bellica agisce come strumento di produzione del potere: essa definisce chi può vivere e chi deve morire, ridefinendo i confini tra cittadinanza e esclusione. La guerra contemporanea, inoltre, non si limita a distruggere, ma genera nuove forme di soggettività politica e di controllo biopolitico³.

Dal punto di vista geopolitico, ogni guerra rappresenta un momento di riconfigurazione del sistema internazionale. Hans Morgenthau, nella sua teoria del realismo politico⁴, sottolineava che il conflitto è una costante della politica mondiale, funzionale al mantenimento dell’equilibrio di potere.

Nell’attuale fase storica, caratterizzata dall’interdipendenza economica e tecnologica, la guerra si manifesta in forme ibride, in cui la coercizione militare si intreccia con strumenti economici, informativi e normativi. Joseph Nye⁵ ha introdotto la distinzione tra “hard power” e “soft power” per descrivere le nuove forme di influenza globale (Nye, 2004). Oggi, queste dimensioni coesistono e si sovrappongono: la guerra non è più solo distruzione, ma anche produzione di consenso, manipolazione narrativa e sperimentazione normativa (Chandler, 2014). In questo senso, la guerra diventa un laboratorio di governance, dove attori statali, imprese private e reti transnazionali co-producono nuove forme di controllo e resistenza (Hardt & Negri, 2004).

La guerra si estende così al campo discorsivo: attraverso la propaganda, la manipolazione informativa e la gestione della memoria, essa orienta la percezione pubblica e consolida narrazioni egemoniche. Le guerre contemporanee si combattono tanto nei territori fisici quanto negli spazi simbolici e cognitivi. James Der Derian ha mostrato come il complesso militare-industriale-mediatico trasformi la guerra in spettacolo, rendendola parte integrante dell’immaginario collettivo (Der Derian, 2009). La propaganda, la gestione della memoria e la manipolazione informativa non sono accessori del conflitto, ma ne costituiscono il cuore operativo.

La guerra diventa, dunque, un laboratorio in cui si sperimentano nuovi meccanismi di controllo e resistenza.

Nell’attuale fase di transizione geopolitica, la guerra non può essere considerata un’eccezione o una disfunzione del sistema internazionale, ma uno dei suoi elementi costitutivi. Essa opera come infrastruttura di trasformazione, ristrutturando equilibri regionali, modelli di sovranità e forme di potere globale.

La dimensione simbolica della guerra è un elemento centrale della sua efficacia politica. Giorgio Agamben⁶ ha evidenziato come lo “stato di eccezione” tenda a divenire condizione permanente nei moderni regimi di sovranità. In questo senso, la guerra contemporanea non si limita a essere una fase temporanea di sospensione del diritto, ma costituisce la struttura latente di un ordine in cui la distinzione tra pace e conflitto è sempre più sfumata.

La distinzione tra guerra e pace, lungi dall’essere ontologica, appare come una costruzione politica funzionale alla gestione del potere. In questa prospettiva, comprendere le conseguenze della guerra significa riconoscerne la capacità di plasmare l’ordine mondiale, tanto nella sua dimensione materiale quanto in quella simbolica.

Ma la guerra è dominata dall’entropia⁷. Una entropia che si manifesta sia nel suo manifestarsi (lo scoppio della guerra) sia nella possibile escalation, ma anche e soprattutto dopo la pace. Gli effetti entropici che spesso gli attori non prevedono né sono prevedibili, attengono alla dimensione materiale e umana delle collettività coinvolte. Essi non solo ridefiniscono gli assetti geopolitici e statuali, ma comportano sempre un danno umano, inteso come Impatto antropologico e psicosociale. Ad esempio le ferite invisibili dovute al trauma bellico si manifestano nella disgregazione del tessuto sociale, si inscrivono nella memoria collettiva e individuale, generando cicatrici psichiche che si trasmettono transgenerazionalmente e che attengono ai vincitori quanto ai vinti. Un’ eredità di storia negata e giustizia rifiutata. Oppure gli spostamenti e diaspore che le guerre provocano attraverso migrazioni forzate, che finiscono per ridefinire identità culturali e demografiche. Un’ entropia che da un punto di vista storico è evidente: le trincee e le macerie del primo conflitto mondiale furono il crogiuolo dei totalitarismi che si affermarono durante e dopo il conflitto. E poi il secondo conflitto mondiale nel quale la Gran Bretagna abdicò al ruolo imperiale in favore degli Stati Uniti, i quali al termine si trovarono a fronteggiare un altro impero, quello sovietico, spartendosi il mondo con una vocazione universale incarnatasi in due ideologie contrapposte. In 31  anni le metamorfosi causate dalle due guerre furono così profonde, da non essere immaginabili nel 1914.

In sintesi, la guerra è un evento che non si esaurisce nel tempo della sua durata. Le sue conseguenze si sedimentano nelle strutture profonde delle società, influenzando generazioni, istituzioni e immaginari. Comprendere queste dinamiche e la loro entropia è essenziale per avere consapevolezza della pericolosità della guerra per gli assetti preesistenti e per evitare che la pace sia solo una tregua tra due guerre.

Note bibliografiche

  1. Clausewitz, C. von. (1832). Vom Kriege. Berlin: Dümmlers Verlag.
  2. Foucault, M. (1997). “Il faut défendre la société” (Cours au Collège de France, 1975–1976). Paris: Gallimard/Seuil.
  3. Foucault, M. (1976). La volonté de savoir. Paris: Gallimard.
  4. Morgenthau, H. J. (1948). Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace. New York: Knopf.
  5. Nye, J. S. (2004). Soft Power: The Means to Success in World Politics. New York: PublicAffairs.
  6. Agamben, G. (1995). Homo sacer: Il potere sovrano e la nuda vita. Torino: Einaudi.
  7. Paolo Falconio; Geopolitica e Affari InternazionalL’, L’ Entropia della Guerra,Giugno 13, 2025 / Nuovo Giornale Nazionale

Bibliografia

  • Agamben, G. (1995). Homo sacer: Il potere sovrano e la nuda vita. Torino: Einaudi.
  • Arendt, H. (1963). On Revolution. New York: Viking Press.
  • Butler, J. (2004). Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence. London: Verso.
  • Chandler, D. (2014). Resilience: The Governance of Complexity. London: Routledge.
  • Clausewitz, C. von. (1832). Vom Kriege. Berlin: Dümmlers Verlag.
  • Der Derian, J. (2009). Virtuous War: Mapping the Military-Industrial-Media-Entertainment Network. London: Routledge.
  • Foucault, M. (1976). La volonté de savoir. Paris: Gallimard.
  • Foucault, M. (1997). Il faut défendre la société. Paris: Gallimard/Seuil.
  • Hardt, M., & Negri, A. (2004). Multitude: War and Democracy in the Age of Empire. New York: Penguin.
  • Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era. Cambridge: Polity Press.
  • Morgenthau, H. J. (1948). Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace. New York: Knopf.
  • Nye, J. S. (2004). Soft Power: The Means to Success in World Politics. New York: PublicAffairs.

* Member of the Honorary Governing Council and lecturer at the Society of International Studies (SEI)

Autore

  • Redazione

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