
La Uil che cambia postura politica nei confronti del governo di Giorgia Melone è un’ottima notizia perché, trovandosi spiazzata dalle posizioni elaborate nei congressi nazionali, ha cambiato rotta.
Le precedenti posizioni affermavano un dirigismo che aveva come perno il Green Deal della Ue e un’alleanza strategica con la Cgil di Landini cha alimentava solo ideologia fuori dal tempo, manifestazioni propagandistiche spurie, mentre la ex Fiat trasferiva i futuri investimenti negli Usa di Donald Trump e nell’acciaieria di Taranto si prefigurava un futuro di desolazione.
Oggi la Uil, sia pure in ritardo, il cambio di strategia e una diversa collaborazione e confronto con il governo Meloni sui temi della contrattazione di secondo livello e legata a risultati e produttività, cambia una postura e si mette in scia con la segreteria nazionale della Cisl, lasciando Landini con il cerino in mano della sua propaganda incentrata sulla Palestina e sui terribili problemi prodotti dalla strategia di Hamas.
Una scelta sensata, quella della segreteria della Uil nazionale, che esce dalle sabbie mobili, ma che per essere ulteriormente credibile deve avere la capacità di cambiare visione del ruolo del sindacato.
Dopo la distruzione strategica subita dallo smantellamento di della visione partecipativa progettata con la Bad Godesberg di socialdemocratica memoria, levatrice naturale di un moderno Welfare, oggi quella strategia istituzionale che sapeva coniugare bisogni del mondo del lavoro produttivo e esigenze di mercato in tutte le sue complesse problematicità è venuta a mancare.
Oggi l’orizzonte si va dipingendo sempre più di altri colori e non sempre rassicuranti. Le scelte del sindacato devono recuperare una propria autonomia, sapendo uscire dai gangli complessi della gestione di un sottogoverno che gestisce e trova risorse, stacchi sindacali, di una gestione completa fatta di mille rivoli funzionali solo ad una vita burocratica tutta interna alle dinamiche di un consenso interno. Consenso interno che consente clientelismo e depotenzia il dibattito interno per selezionare una leadership autorevole e funzionale alle nuove esigenze. Passare dal centralismo burocratico, dove si centralizzano distacchi e risorse,alla contrattazione di secondo livello, non può essere solo una dichiarazione astratta di opportunismo estemporaneo. Servono nuovi livelli decisionali e selezione di nuove autonomie reali e decentramento delle risorse di supporto.
Oggi alle parole non seguono strumenti reali di sostegno ad un decentramento che vada a sostegno dello strada dell’efficienza e della pruduttività legata al salario reale, sia nel settore privato che nel pubblico.
Il gioco dei passi laterali rischia di essere un “vero inganno”: furbizia per leader senza spessore professionale e culturale incapaci di un esame di realtà vero.
Un passaggio che può essere fatto è decidere la scelta della delega dell’adesione al sindacato in modo libero e democratico, imponendo una scelta di delega vincolata alla temporalità di adesione di un solo anno ,come d’altronde avviene in tutte le organizzazioni e nell’adesione ai partiti politici.
La libertà ha un costo. Non può essere una struttura ibrida. In Germania, ad esempio, la tessera di adesione al sindacato viene espressa liberamente tramite banca .
Un modello di crescita e di consapevolezza di una scelta che passa da un’adesione passiva – o neutra- ad una attiva e permanentemente verificabile .
Gioverebbe questa postura a dare autorevolezza reale al ruolo delle future leadership sindacali.





