
Molto spesso siamo soliti misurare quello che avviene nel nostro Paese, pensando che questa è la dimensione dei nostri problemi e dei nostri sogni.
Non è così, tutto è concatenato!
Siamo passati dalla crisi economica alla pandemia; dalla guerra alla crisi dell’energia con tutti al freddo e più poveri, a un eventuale rischio di escalation di guerra nucleare, dopo che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia hanno profondamente cambiato in peggio la vita delle persone.
Infine, avanza un pericolo islamico che si insinua dentro vari paesi e alimenta anche forme di contrapposizione violenta, come descrive molto bene il mio amico Augeri in un recente articolo su questo giornale. Egli si pone il problema della crisi della sinistra e la invita a non confondersi con movimenti di rivolta che rincorrono a forme di contestazione anche dirompenti. Conseguentemente sostiene che, essendoci un pericolo violenza che viene da una strategia fuori dalla nostra cultura, per combatterla bisogna alimentare la Politica. Invita prima di affezionarsi, quindi, ai propri partiti, bisogna affezionarsi alla democrazia e alla sua cultura. Sono d’accordo con lui e voglio partire nell’analizzare proprio il problema democratico.
Stiamo vivendo uno dei più brutti periodi dalla metà del Novecento. Il mondo è impazzito e noi non possiamo neppure chiedere di scendere.
In questo contesto di smarrimento, di impotenza dell’uomo a stabilire regole di convivenza adeguate alla realtà, come si è configurata in questi ultimi decenni, riteniamo sia opportuno richiamare anche gli insegnamenti passati, il cui valore intrinseco resta sempre valido.
Per tentare di cambiare le cose, dobbiamo discutere su quali siano le forme e i contenuti di ciò che comunemente siamo abituati a definire “democrazia”, partendo proprio dalla domanda: dove sta andando la nostra democrazia? L’idea di democrazia, già da tempo, era in crisi, in uno scollamento sempre più sensibile tra rappresentati e rappresentanti.
Nella nostra società, infatti, esiste un’insofferenza e una diffidenza verso tutto ciò che è politica, che può essere determinata da una smarrita consapevolezza di poter incidere, anche in minima parte, nei processi decisionali dell’impianto democratico del nostro Paese. Sì perché il concetto di democrazia, corre di pari passo con quello di partecipazione.
Cos’è la democrazia se non il frutto dell’incontro e del confronto dei diversi momenti e spazi di partecipazione, offerti alla comunità? Un’offerta che però in questi anni è andata sempre più scemando.
E forse, proprio qui, arriviamo al punto: la partecipazione e ancor meglio, la sua idea come modellata in questi ultimi decenni dal quadro politico nazionale e internazionale, si è sempre più allontanata da quella prevista dalla Costituzione e dall’esperienza del modello parlamentare.
Bisogna partire dal presupposto che una partecipazione consapevole è concepibile solo allorquando vi sono diversi strumenti e luoghi a cui poter accedere, per potersi costruire un’idea su quello che ci circonda, attraverso l’informazione, l’ascolto e il dialogo.
Eppure, lo scorrere della storia e della cronaca politica sembra essere di tutt’altro parere, abbiamo assistito all’eliminazione dei partiti della prima Repubblica e dalla sostituzione con movimenti senza passato e da partiti che, invece, venivano da una storia di opposizione e che, quindi, non sono abituati a governare. Nella loro logica c’è solo lo scontro con gli altri e non la mediazione.
Oggi, purtroppo, è venuta meno non solo la partecipazione, ma anche la critica e il dubbio. Infatti, chi osa mettere in discussione i precetti imposti dall’autorità politica, viene considerato un nemico da combattere. Vengono meno cosi, anche due concetti della cultura democratica, laica e socialista italiana, cioè il “libero pensiero” e la “autodeterminazione”. Come pure è venuta meno anche la giustizia sociale.
Quante persone vivono in uno stato di povertà ed emarginazione, a cui si sono aggiunte anche, quelle che fino a ieri erano in grado di garantire a sé stessi e alla propria famiglia un tenore di vita decente.
Tutto questo come si cambia? Una politica, quella di oggi, che rincorre solo il quotidiano, non avendo un progetto per far uscire il Paese da questi drammi, non è in grado di farlo. Il guaio che non c’è o non si vede all’orizzonte neppure un’alternativa.
Essendo un sostenitore del modello del welfare state, della solidarietà, della coesione, della libertà e dell’uguaglianza, ritengo che solo una ripresa strategica della politica sociale possa permetterci di ripristinare regole e diritti, volti non a garantire privilegi, bensì pari opportunità di sviluppo, in particolare ai giovani e su scala mondiale, a tutti i paesi del mondo.
La realizzazione degli obiettivi positivi e garanti della centralità dell’uomo su tutto il resto è fallita, perché erano in ogni caso integrati in un universo dominato dai valori liberisti e dal sopruso della finanza sull’economia produttiva che si sono affermati sempre più.
La storia non è finita e non può finire per la pazzia di alcuni. No alla distruzione, si alla costruzione di vecchi valori ancora attuali.
Sarebbe opportuno studiare un po nel passato gli esempi positivi che hanno fatto fare enormi progressi all’umanità. Si potrebbe far ricrescere l’ideale illuminista. Quella idea dell’uscita dell’uomo dallo stato di minorità.
Da quel movimento emersero i temi della tolleranza, dell’uguaglianza e della libertà, intesi come valori politici naturali e universali. Questo determinò che i loro precetti combatterono l’oscurantismo, il fanatismo, il dogmatismo e la superstizione e furono per l’umanità conquiste in vari ambiti: la politica, l’economia, il diritto, la scienza, la cultura e l’arte.
Questi principi, i diritti e i valori dell’uguaglianza e della libertà, la tutela della persona in tutte le sue prerogative, le libertà (di pensiero, parola, associazione, partecipazione, lavoro e sovranità), la solidarietà e la coesione (fisco, sanità, assistenza, previdenza) sono stati riconosciuti nella Costituzione italiana del 1948. Molti di quei diritti, in questo periodo, però hanno avuto una limitazione se non una eliminazione.
Siamo di fronte alla necessità di richiamarci a quei valori, di ripensare alle ragioni della nostra esistenza, sia sul piano individuale che su quello collettivo, proprio in questo periodo di smarrimento e di una preoccupante incertezza.
Basta crederci e impegnarsi tutti per un nuovo corso della storia.





