
di Vito Sibilio
Riflettendo sulle due grandi guerre in corso, la russo-ucraina e l’israelo-palestinese, con la relativa coda di esecrazione diffusa per la nazione considerata aggreditrice, con un poco di logica simbolica, come se fossimo in un romanzo di Asimov, ebreo russo naturalizzato americano, dovremmo dire che se X aggredisce Y, allora Z, amica di Y, lancia un piano di denigrazione di X. Se a questi termini sostituiamo dei nomi, abbiamo questa duplice sequenza: 1- Se la Russia aggredisce l’Ucraina, gli USA, amici dell’Ucraina, lanciano una campagna per alimentare la russofobia e giustificare il sostegno militare alla nazione amica; 2- Se Israele aggredisce la Palestina, gli amici della Palestina lanciano una campagna antisemita per giustificare il sostegno alla nazione amica. Ossia, ad oggi, a fronte di una ripresa in grande stile dell’antisemitismo di massa – ossia quello che non distingue il Governo di Nethanyau dallo Stato di Israele, questo dalla nazione israeliana e quest’ultima dal popolo ebraico sparso nel mondo, facendo ricadere anche sull’ebreo della porta accanto le colpe, vere o presunte, del Primo Ministro israeliano – noi non sappiamo chi lo sta orchestrando, ma vediamo bene che esso si muove con una tetra sinfonia e lungo canali di diffusione che sono molto al di là delle potenzialità di Hamas. Inoltre, mentre la russofobia alimentata palesemente dagli USA e dalla sua rete imperiale politica, economica, culturale e delle comunicazioni, è servita per galvanizzare l’Occidente contro Mosca e non ha avuto ovviamente impatto in Russia, l’antisemitismo apparentemente spontaneo sta dividendo profondamente Israele dall’Occidente e quest’ultimo al suo interno. E’ dunque il frutto di una regia di qualità infinitamente migliore, che attecchisce su un humus molto più fertile. Possiamo identificare la regia di questa campagna mediatica, regia ovviamente indiretta, con quella di Mosca? Possiamo considerarla, come si dice con termine tecnico che indica una azione di manipolazione della verità, una Operazione Progress? Secondo me si. E vediamo perché e cosa implica.
Tutti abbiamo considerato la guerra in Palestina un secondo fronte apertosi per stornare energie ed attenzione da quello russo-ucraino, se non dall’hard core della nuova guerra fredda, ossia il Mar Cinese. Stiamo ai fatti. Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto una azione terroristica che non poteva non avere una risposta da Israele, tanto più con un uomo violento e tendenzialmente ottuso come Nethanyau. La presa di ostaggi implicava per forza una reazione, come le Torri Gemelle implicarono per forza la guerra all’Afghanistan. Hamas sapeva dunque che esponeva il suo feudo rivierasco, il campo di concentramento a cielo aperto di milioni di palestinesi sotto le cui case ha costruito i suoi fortilizi e da cui attaccava Israele molto spesso coi missili, sarebbe stato attaccato e presumibilmente invaso. Sapeva anche che militarmente non può competere con l’IDF e che, nonostante tutti o quasi i Gazawi siano armati, essi avrebbero dovuto soccombere e ci sarebbero state ricadute genocidiarie. Evidentemente ad Hamas andava bene dare fastidio ad Israele anche a prezzo della propria gente. La prima ipotesi, che si può fare e che corrisponde alla prima fase della guerra, è che esso sperasse in una guerra generale in Medio Oriente. Gli alleati di Hamas, si sa, sono Hezbollah in Libano, la Siria baathista dell’alawita Assad, l’Irak sciita e l’Iran degli Ayatollah. Domanda: a chi serviva una guerra generale? A chi voleva infognare USA e NATO in Medio Oriente e, quindi, ai russi. Considerando che nessuno degli Stati citati avrebbe potuto competere con loro sul campo, la vera carta da giocare era la gestione del postconflitto, con occupazioni, guerriglie e terrorismo. Ma fortunatamente per l’Occidente non è andata così. Nethanyau ha liquidato Hezbollah e ha abbattuto l’agonizzante regime di Assad, consegnando la Siria agli orfani dell’ISIS sunnita e spartendosela con turchi, inglesi e americani, mentre i russi sono stati sfrattati da Tartus da Al Joulani, al quale poi Israele ha distrutto ogni armamento pesante e ogni infrastruttura militare di rilievo. Per inciso, il Libano è in condizioni pietose – colpa sua che non ha mai saputo abbattere Hezbollah che era uno stato nello stato – e la Siria è del tutto, nuovamente, distrutta e in preda a violenze di ogni genere, specie su sciiti e cristiani. Ma le due cose non sembrano turbare la coscienza dell’Occidente, evidentemente perché nessuno la solletica. Anche la speranza di una guerra in Iran si è vanificata, perché Donald Trump ha resistito alle pressioni guerrafondaie di Nethanyau e, dopo alcuni bombardamenti sui siti nucleari iraniani, ha concluso di fatto un patto di desistenza con gli Ayatollah, che possono sopravvivere tranquillamente se si disinteressano di Gaza. Cosa peraltro inevitabile per la disarticolazione dell’Impero neoachemenide che essi avevano costruito passando per Irak e Siria, oramai inservibili. L’occupazione dell’Iran, per il quale inglesi e francesi avevano già pronto uno Sciah fantoccio delle compagnie petrolifere, non è avvenuta e i piani a suo tempo predisposti dall’Amministrazione Bush e da Donald Rumsfeld sono rimasti meritatamente a marcire nelle cantine del Pentagono. Gli USA e alleati non avrebbero potuto mai tenere un paese come l’Iran, grande due volte la Francia, doppiamente popolato e con il sessanta per cento di abitanti al di sotto dei trentacinque anni. Stranamente, in quei frangenti l’opinione pubblica occidentale plaudiva al regime change per far togliere nientemeno gli chador alle donne, a prezzo di qualche milione di morti sul campo. La Russia, che all’Iran non ha dato nessun aiuto se non diplomatico, se sperava di alleggerire la presenza occidentale in Ucraina con un fronte iranico, non ha ottenuto il suo scopo. Considerando la freddezza delle Monarchie del Golfo e dell’Egitto verso Gaza e addirittura l’appoggio della Giordania all’aviazione israeliana che andava a bombardare l’Iran, si può dire che l’operazione militare di Tel Aviv sia andata a gonfie vele. Tanto che si è cominciato a dire che l’attentato del 7 ottobre era stata una false flag, magari uscita di controllo, dei servizi israeliani, anche perché tutti sanno che Hamas è stata sovvenzionata dal Governo di Tel Aviv contro Al Fatah, per dividere di fatto i due tronconi del mai eretto Stato Palestinese. Considerando che la Knesset ha approvato una risoluzione che considera la Cisgiordania parte integrante dell’Israele storico, che in essa le colonie ebraiche si moltiplicano e che alcuni distretti meridionali della regione hanno chiesto di entrare negli Accordi di Abramo, si può dire che la vittoria politica e militare di Nethanyau sia sostanzialmente completa, anche se esige una occupazione militare della Striscia per sradicare Hamas. Una occupazione che può diventare il Vietnam dell’IDF, ma che è l’unico sbocco alla situazione, in quanto la regione è acefala, l’emergenza umanitaria tragica e il colpo di grazia al nemico si può dare solo così.
E però ad un certo punto le cose sono cambiate. Non sul terreno, ma in una opinione pubblica sempre più ostile. Le critiche ad Israele per un anno e mezzo sono state zittite, dai media mainstream, come rigurgiti di antisemitismo, l’ipotesi che esso facesse quel genocidio che il proprio popolo aveva subito era respinta come sacrilega dai guru dell’antifascismo globale. Questa surrettizia identificazione tra la politica di Nethanyau e l’interesse del popolo ebraico in tutto il mondo ha preparato un capovolgimento inatteso che ha ribaltato la vittoria sul fronte esterno in una sconfitta sul fronte interno dell’Occidente. La sinistra europea, dopo trent’anni passati a baciare la pantofola dei globalisti, molti dei quali, se non i maggiori, sono ebrei oltre che anglosassoni, improvvisamente ha lanciato una mobilitazione di massa contro la politica di Israele, definita sionista in un rigurgito della più becera propaganda nazifascista. Certo, i nipotini di Stalin hanno potuto benissimo attingere all’eredità del nonno, tanto il risultato è stato lo stesso. Ebrei minacciati, aggrediti, offesi, insultati, ghettizzati. Ostracismo culturale e sociale. E, va precisato, ripresa puntuale della propaganda di Hamas, i cui numeri sulle stragi di guerra, se reali, avrebbero implicato già da tempo la fine di ogni palestinese nella Striscia. Intendiamoci, il sangue corre e a fiotti nella Striscia, ma non è un safari dell’IDF, è una guerra contro una guerriglia e, soprattutto, è l’applicazione di una logica, feroce ma pur sempre logica, militare di un aggredito ora invasore verso un aggressore sleale che, peraltro, potrebbe togliere al nemico qualsiasi legittimità nell’offensiva se liberasse gli ostaggi presi il 7 ottobre, che invece continua a trattenere. Eppure nessuno si accorge di questa incongruenza, nessuno deduce che il palestinese medio di Gaza rilascerebbe gli ostaggi e lascerebbe il fucile – che prende obbligatoriamente da bambino – e se ne starebbe a casa, se ancora ce l’avesse. Tutti quelli che si sono lanciati nella campagna propal in effetti sono essenzialmente antisemiti e la sorte dei palestinesi non interessa loro. E’ un fronte composito, fatto di agit prop, di manovalanza dei centri sociali e affini, di intellettuali più o meno organici, di sindacalisti, di politici, di ecclesiastici. Quasi tutti di sinistra, hanno come contorno i soliti estremisti di destra che ancora pensano come il vecchio zio Adolf e che spesso sono stati gli utili idioti dei servizi sovietici. Hanno trovato un immenso spazio di manovra dopo che The Donald ha ordinato il “rompete le righe” della propaganda bellicista russofoba finanziata dalla disciolta USAid e ha deluso la speranza israeliana di una guerra santa con l’Iran. Hanno costituito una rete efficiente e pervasiva che oggi satura ogni spazio mediatico o quasi. Hanno propaggini nel mondo arabo dove Hamas è una forza finanziaria. I governi europei e arabi, dopo mesi di completa inazione, che ha lasciato soli i contendenti aprendo la strada alle soluzioni peggiori, per non essere travolti dall’indignazione popolare, hanno cominciato a prendere platoniche posizioni contro Israele, col risultato di inasprire ancora di più la campagna antisemita propal. Non giriamoci troppo attorno: questa rete non si improvvisa, peraltro mistificando, inventando, usando i fatti –e questo giornale, coraggiosamente, ha ridimensionato molte cose senza negare quelle vere – che avvengono a Gaza. Ha bisogno di una struttura sotterranea e di una potenza che voglia manovrarla. Ora, riprendendo l’equiparazione Ucraina-Gaza, la Rivoluzione di Maidan è stata favorita dalla cosiddetta Gladio Nera, ossia dalla Stay Behind che la NATO ha costruito nel paese sulle rovine della rete dei collaborazionisti ucraini della II Guerra Mondiale, sin dalla fine di quel conflitto. Segno che quelle strutture post belliche hanno avuto un ruolo fino ad oggi. Ma anche la Russia ha ereditato dall’URSS la rete del KGB, conosciuta solo in parte grazie a memorialisti come Vassili Mitrokhin o Oleg Gordievsky, e quella del GRU, che esiste ancora ed è attivissima, descritta da sovietologi e cremlinologi di alta esperienza, come il francese Pierre de Villemarest. Se le reti del KGB sono datate, i legami sono sempre riattivabili, per clonazione, complicità, ricatto, convenienza. Quelle poi del GRU sono senz’altro operative. Perché, a rigore di logica, non dovrebbero essere usate? Il vantaggio sarebbe duplice.
Da un lato, col fronte interno diviso, l’Occidente non sarebbe in grado di fronteggiare la minaccia militare di Mosca sul Don e quella economica dei BRICS. Inoltre, se e quando Israele occuperà la Striscia e milioni di profughi andranno via, una ondata di terrorismo vendicativo si abbatterà in Europa e in Medio Oriente su obiettivi ebrei, per poi verosimilmente spostarsi su obiettivi governativi in un furore rivoluzionario che, attenzione, metterà contro di noi, indistintamente, molti musulmani radicalizzati che vivono nelle nostre città. Uno scenario possibile, che ricorderebbe troppo bene gli anni di piombo in Italia, Spagna, Germania, Francia, Irlanda, Inghilterra, per non avere la stessa regia. Che era, oggi è certo, sovietica, in vista di un conflitto generale. Considerando che la Russia non lo vuole, la carta del caos è per essa ancora più utile. Del resto, dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso, l’OLP, controllato dall’URSS tramite il FPLP, fu l’agenzia terroristica globale che coordinò tutte le sigle o quasi nell’addestramento, mentre la direzione politica era saldamente nelle mani del KGB e del suo maestro del terrore, quel Alexander Alexevic Soldatov che oramai moltissimi saggisti citano oggi nei loro libri – dieci anni fa in Italia fui il primo, parlando di Moro e dell’Attentato al Papa. Nulla di più facile che riavviare questi contatti, ammesso che si siano mai interrotti – anche perché quelle organizzazioni esistono ancora – e, anche se Mosca in trent’anni nulla ha fatto per la causa palestinese, è molto plausibile che Hamas abbia fatto un favore a lei attaccando Israele, anche se magari a chiederglielo è stata Teheran, a sua volta nella speranza di una guerra generale che permettesse la realizzazione del Piano Soulehimani, ossia l’attacco alla Galilea per via di terra dal Libano. Probabilmente a Mosca, grazie al gelo, il fuoco del fanatismo non attecchisce e già si guardava al dopo, ossia a una guerra iraniano-americana e alla campagna antisemita.
La seconda convenienza di Mosca sarebbe la lacerazione dell’Occidente in orizzontale. La UE si sta dividendo abissalmente da Israele e quindi dagli USA. Il Regno Unito è nella stessa posizione della UE. Si apre una strada maestra per l’avanzata del blocco dei BRICS, che in questi giorni si consolida mentre noi pensiamo alle flottiglie per Gaza, che non serviranno in quanto Israele le fermerà. Divide et impera, e dietro le quinte a brindare non sono solo i boiardi di Mosca ma anche i mandarini del Celeste Impero verniciato di rosso. Del resto, che certi legami non si siano mai interrotti lo attesta la puntuale presenza di certi ex gerarchi comunisti, anche italici, alle recentissime celebrazioni della vittoria sul Giappone tenutesi a Pechino alla presenza dei massimi vertici russi e cinesi, mentre, in funzioni ancillari, altri dirigenti, più visibili ma di minor rango, rimasti in patria, hanno chiesto scorte navali per la Flotilla Freedom, alla ricerca di pretesti per incidenti militari o diplomatici con Israele e di motivi per incendiare le piazze.
Sono indizi, dirà qualcuno. E io confermo. Ma aggiungo qualche dato. Fino al 1967 Gaza era egiziana –Il Cairo se l’era presa nel 1948 alla fine della Prima Guerra Israelo- Palestinese. Invasa da Israele in quell’anno, Gaza venne in predicato di far parte dello Stato Palestinese con gli Accordi di Camp David, quando l’Egitto rinunciò alla sovranità su di essa. Nel 1993 passò all’Autorità Nazionale Palestinese e il resto lo conosciamo, con la Pace abortita del 1998, il ritiro dei coloni ebrei nel 2005, la vittoria di Hamas nel 2006 e la secessione dall’ANP, la guerra del 2006-2007, quella del 2008-2009, quella del 2012 e il nuovo assoggettamento di Hamas nel 2017 all’ANP. Mai il mondo si era mobilitato come oggi, eppure di sangue palestinese ed ebraico ne corse anche allora e tanto. Quel che mi preme è evidenziare che gli Accordi di Camp David avevano concluso la pace tra Israele ed Egitto nel 1978 e dovevano essere estesi alla Siria, in cambio del Golan. In tal modo, sarebbe nato uno Stato Palestinese e l’URSS sarebbe stata tagliata fuori dal Medio Oriente. Perciò Gheddafi fece un favore ai sovietici facendo ammazzare Sadat e lanciando un monito ad Arafat e a Assad. Quel fossile geopolitico che è Gaza è quindi ancora oggi un’arma importante per Mosca, che magari l’ha ripresa per brandirla contro l’Occidente. Un Occidente che, si badi molto bene, nella sua componente mondialista, formata anche da famiglie ebree – come i Rotschild o gli Elkann o i Soros – non cessa di usare i suoi mass media per sostenere la causa palestinese, lanciando segnali distensivi verso quel mondo, nella speranza – fondata non so su cosa – di restaurare un modello di coesistenza basato sull’uti possidetis. Questo dimostra chiaramente che non c’è nulla di più falso di parlare di una contrapposizione tra plutocrazia ebraica e resto del mondo in questa crisi, visto che la plutocrazia – anche ebraica – non è favorevole alla politica di Nethanyau, o almeno non tutta.
Concludo con una nota sui cristiani di Palestina, la cui difficile condizione sia in Palestina che in Israele è stata ampiamente documentata, sin dal 2011, dal Libro Nero della condizione dei Cristiani nel mondo a cura di Andrea Riccardi. Arabi soprattutto ma seguaci di un Dio che si fece Carne in un ebreo, i cristiani sono la vera e unica speranza di pace nella regione, perché non nutrono di rivendicazioni identitarie le proprie aspirazioni anche politiche. Per questo sono osteggiati un poco da tutti e per questo è giusto proteggerne la presenza. Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, arruolato suo malgrado nei propal ma che è un sionista moderato, giustamente, assieme al Patriarca greco bizantino di Gerusalemme, Teofilo III, difende il suo gregge, inerme, magari arruolato da Hamas senza scelta, a volte disprezzato dagli ebrei ultraortodossi, sempre dimenticato dall’Occidente scristianizzato. Eppure quel resto, quel piccolo gregge è l’unico, ad oggi, che incarna l’utopia di una pace disarmata e disarmante, di un popolo palestinese che usa la lotta non violenta e di un popolo ebreo che accetta di convivere con esso. Nazione con nazione. Per questo la coscienza cristiana è, ad oggi, nello sforzo della testimonianza della verità senza partigianeria ma con il sacro sdegno per ogni ingiustizia, è l’unico antidoto a qualsiasi manipolazione occulta.





