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LA VIA DELL’ESSERE

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L’ultima Appendice, numero 45, all’edizione di Il Mulino di Amleto (d’ora in poi MDA) pubblicata dall’Adelphi nell’anno 2000, s’intitola Excursus su Gilgames. Il vocabolario Treccani, alla voce ‘excursus’, riporta: “ekskùrsus s. m., lat. [der. di excurrĕre ‘correre fuori, fare una sortita’]. – Divagazione, digressione, detto spec. di brevi trattazioni, marginali rispetto all’argomento generale, su questioni controverse di storia o di letteratura: chiedo scusa ai colleghi di questi excursus che mi sono dovuto concedere”.

Attraverso il testo del racconto di Gilgames, l’excursus concerne il significato “cosmogonico” e quindi “i punti decisivi del sistema cosmologico” (MDA, p. 567) rappresentati dagli elementi “epici” o “mondani” del “mito” (antico) o “discorso” (moderno) dell’eroe.

Gilgames, si legge nell’enciclopedia della Treccani, è stato: “Quinto re della I dinastia della città sumerica di Uruk ‒ della cui esistenza storica non sappiamo quasi nulla ‒ Gilgamesh era per due terzi dio e per un terzo uomo. Le sue gesta ispirarono numerosi poemi. È il protagonista di un’epopea babilonese e assira di esaltazione dell’amicizia virile. Gilgamesh è incluso, come divinità, in un elenco di nomi divini trovato a Shuruppak, l’odierna Fara, in Afghanistan, databile al 2600 a.C.: in quell’epoca, quindi, l’eroe era già entrato nella leggenda”.

Ciò attiene pertanto a una prima (?!) opera “architettonica” – compiuta, in quanto racchiusa in un poema che ha un inizio e una fine – di traslazione dell’intero processo “cosmogonico” – simboleggiato dalla ruota cosmica – ai ‘fenomeni’ o ‘simboli’ del “mondo” di cui l’intera umanità stessa è parte. Ovvero: una sortita, un correre fuori o, altresì, un’Arte della fuga (MDA, p. 21). Laddove, alla fine dei Sentieri interrotti (Holzwege), Martin Heidegger – in scia al pensiero del “primo” filosofo che, come dice Plutarco, è stato Parmenide (Plutarco, adversus Colotem) – dice che l’ente ha preso il posto dell’essere e pertanto ha avuto inizio l’oblio dell’essere che: è.

E quindi, torniamo ora a Gilgames. Egli è l’eroe eponimo di una “nuova via”, celeste e non terrena, di un nuovo astro (termine che deriva dal sanscrito -str con il significato di “simile alle luci – s – che attraversano il cielo – tr”) apparso nel firmamento, e cioè, in base al moto, origine e principio, della ruota cosmica, sovraimposto in cielo all’osservazione dalla terra (sicut in caelo et in terra). E allora: “l’espediente più caratteristico del mito è il seguente: esso rende conto dei fenomeni in generale e delle loro interrelazioni, ma più particolarmente delle strutture e del funzionamento delle loro parti, narrandone la γένεσις, descrivendo cioè come sono nati. E per dare a tutto ciò maggiore evidenza, il mito procede alla personificazione di determinate ‘forze’ e all’umanizzazione di determinate astrazioni” (MDA, p. 403).

La “nuova” via di Gilgamesh, come tutte le vie mitiche, attraversa tre fasi o epoche corrispondenti all’osservazione della “vita” di una stella, rectius: all’osservazione della via di una stella, nel corso delle tre stazioni – iniziale, intermedia e finale. Ciò che – nel linguaggio exotèrico dell’Architetto che diverrà Fabbro – indicano un’era iniziale di “pace e abbondanza”, intermedia di “decadenza” e finale di “caduta in fondo al mare” (giù, di sotto, negli inferi).

Nel complesso, si tratta dunque di uno schema (secondo la Treccani: s. m. [dal lat. schema, gr. σχῆμα -ματος ‘forma, aspetto, configurazione’, da un tema di ἔχω ‘possedere, avere’) architettato – ribadiscono gli autori di MDA – nel corso “della grande rivoluzione intellettuale e tecnologica del tardo Neolitico” (MDA, p. 23), e cioè nel corso del IV millennio e.a., ma osservato (in cielo) e iniziato – a costruire – (in terra) “poco meno di diecimila anni fa” (MDA, p. 28). E pertanto, rispetto all’opera compiuta di Gilgames, con uno scarto temporale di circa 4-5.000 anni, nel corso dei quali la Tradizione orale ha preceduto e dato forma al mito.

Individuare chi sia stato il primo eroe del mito ad andare giù, di sotto, negli inferi del mondo, significherebbe probabilmente risalire all’epoca in cui ha inizio il fenomeno predetto della traslazione. E, a tal fine, gli Autori del MDA, approfondendo la lettura del poema di Gilgames, analizzano numerose espressioni – come, tra le tante, Gilgames è il Nergal di Ersetu – che, se correttamente interpretate e intese, rinviano a toponimi (celesti) quali, per l’appunto, Nergal ed Ersetu. Ma è accaduto – e capiremo qui in seguito il perché – è valso presso i mitografi – rectius: uranografi – “l’uso di dare molti nomi al medesimo topos” (MDA, p. 580). Usanza che rende più complicata sia la ricerca che l’analisi degli elementi.

Così che si legge anche che Gilgames appartiene a Ersetu, Nergal a Arallū. E allora Arallū ci riconduce a uno dei tanti alberi – cosmogonici e non del mondo, come ormai si è capito – presenti nel poema di Gilgames, e in particolare all’albero-mesu – di cui, nell’Epopea di Erra, Marduk dice che “aveva le sue radici nel vasto mare, nelle profondità di Arallu, e la sua cima raggiungeva l’Alto Cielo” e, in tono di rimprovero a Erra, “a causa di quest’opera che tu, o eroe, ordinasti che venisse compiuta, dov’è l’albero-mesu, carne degli dèi, ornamento di re? (Langdon, 1931, p.140)” (MDA, p. 580).

L’elenco degli alberi, che simboleggiano l’asse (axis mundi) intorno a cui ruota l’intero cosmo e ogni suo elemento o cosa o parte, è lunghissimo: dalle isole Tuamoto di Tahaki, al Messico di Tamoauchan, alla Finlandia di Kullervo, alla variante estone di Enkidu, ovunque si narra di un albero abbattuto e sradicato, che sia “l’albero della Croce, Yggdrasil (o Asvattha); l’albero di acqua salsa di Cuna; la quercia di Zeus, il fico sopra il vortice che salva la vita ad Odisseo; l’alloro che non segna ancora l’ὀμφαλός di Delfi quando Apollo uccide Pitone (nondum laurus erat, dice Ovidio) e deve infatti essere portato colà da Tempe dopo il periodo di servitù di Apollo, durato otto grandi anni; il tasso di Ullr (che appartiene a Sirio), con il cui succo viene assassinato il padre di Amleto; il mesopotamico ‘oscuro albero kiskanu’ che cresce in Eridu, dove nessun mortale può penetrare, il tamarisco di Beer Seba  in Gn, 21, 31, 33; l’albero di ereike che ‘racchiude e abbraccia la cassa con il suo fogliame e la cela dentro il suo tronco’, dove la ‘cassa’ è la bara di Osiride (Plutarco, De Iside et Osiride, 15, 357 A); e il re di quel paese che ‘fa tagliare il fusto che avvolge la bara … e lo pone come colonna per il tetto della sua casa’ finché Iside non si porta via quel ‘pilastro’; questi e moltissimi altri alberi abbattuti, segati in due e simili” (MDA, p. 578).

Al sorgere eliaco, ovvero il giorno in cui la stella diventava visibile all’alba poco prima che la luce del Sole la oscurasse in cielo, mediante l’osservazione di un albero che sale dalla terra al cielo (molto prima del cannocchiale di Galileo) un astro compariva, si spostava e in fine scompariva alla vista. A differenza dei moderni, gli antichi conoscevano il segreto di ogni epifania (cfr. G. de Santillana, Fato antico e fato moderno) e l’esatto rituale (dal sanscrito -rta e -rtu, con il significato corrispondente di “ciò che è giusto, legge, regola religiosa” e di “giunge al tempo giusto, stagione”). Così che: allora di via resta soltanto una parola, che ‘è’ (Parmenide).

Quanto all’albero-mesu, possiamo altresì aggiungere che: “Per quanto riguarda il monte Masu (masu = gemello) custodito dagli uomini-scorpione, l’Eggeling dice: ‘I cui picchi raggiungono la cupola del cielo/ (e) i cui fianchi raggiungono il mondo infero di sotto’ – dove questo ‘mondo infero’ è Arallu. Sapevamo, certo, che si trattava dello Scorpione (e probabilmente anche di una parte del Sagittario), ma questa enorme costellazione offre spazio sufficiente per più di una via di discesa. E’ soprattutto per questo che speriamo di arrivare a una comprensione più approfondita partendo dalle case lunari indiane: 1) λ u Scorpii, altrimenti detto ‘la radice’, ‘l’estirpatore della radice’, o ‘i due scioglitori di Yama’; e 2) Antares, ‘il più vecchio’, e anche ‘che uccide il più vecchio’: nel senso della Precessione, il pungiglione dello Scorpione è antecedente ad Antares” (MDA, p. 580).

Per evitare di “cadere e ricadere nel pozzo senza fondo della speculazione”, non occorre fare altro che uscir a riveder le stelle.

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  • Redazione

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