
di Vito Sibilio
Il 6 settembre prossimo si terrà in Vaticano quello che è stato impropriamente definito il Giubileo degli LGBTIQ+ e che, perciò, ha suscitato tanti dibattiti, polemiche, perplessità ed entusiasmi.
Sfatiamo subito una mistificazione: in realtà è il pellegrinaggio giubilare degli operatori pastorali che si occupano di persone della comunità LGBTIQ+, che si distinguono dagli altri operatori perché altre sono le modalità con cui si debbono approcciare persone che hanno una inclinazione omosessuale, o che la hanno e la vivono, o che hanno una duplice inclinazione sessuale e che, oltre ad averla, la vivono, o che hanno una disforia di genere e non si sentono nel corpo sessuato giusto o sentono il bisogno di rivestirlo con i segni esteriori dell’altro sesso, o che sono ermafroditi o che avvertono in sé stessi il passaggio psicologico continuo da un genere all’altro. Sono categorie oramai venute alla ribalta della storia sociale e, sebbene abbiano avuto sempre, nella storia, una cura pastorale apposita, oggi possono beneficiare di un approccio più congruo, sostanziato di acquisizioni epistemiche ed epistemologiche più recenti. Sono categorie difficili e, per certi versi, ad oggi spiritualmente pretenziose, scontrandosi con i veti millenari verso la sessualità non riproduttiva. Niente di particolare né di straordinario che gli operatori pastorali del settore abbiano il loro giubileo. Anzi, è senz’altro un atto meritorio dare a costoro un riconoscimento. Il pomeriggio, nella Chiesa del Gesù, il vice presidente della CEI Francesco Savino celebrerà per i pellegrini – previsti in un migliaio da Europa e Americhe – una Santa Messa. Tutto molto normale, almeno all’apparenza. Come mi ha scritto il Chronista de Urbe, ossia un vaticanista esperto che si cela dietro questo pseudonimo a cui è intestato un profilo di X, “il 6 settembre risulta pellegrinaggio dell’Associazione Tenda di Gionata ed altre associazioni…che è diverso da Comunità LGBTIQ…è una associazione che favorisce il dialogo tra Comunità LGBTIQ e operatori pastorali. Quindi non c’è nessun giubileo degli omosessuali nel calendario ufficiale…Dovrà stare attento chi cura la comunicazione”.
E in effetti questo evento, che sotto Papa Francesco era stato messo e poi tolto nel Calendario giubilare (il 14 e il 22 dicembre del 2024, ufficialmente per la mancata comunicazione dei peregrinanti all’Ufficio apposito), sarà il campo di battaglia mediatico tra chi paventa e chi desidera il cambio dottrinale della Chiesa. Un cambio che non solo non ci sarà – appare poco credibile che Santa Romana Chiesa insegni infallibilmente come lecito ciò che infallibilmente ha insegnato essere illecito per duemila anni, Bibbia alla mano – ma che nemmeno sarebbe auspicabile in un mondo laicizzato, individualista e ipersessualizzato, nel quale le sorgenti della vita esigono una tutela, almeno ideale, che ne mantenga evidente la dimensione sacrale e che quindi non può non venire dalla religione e non può non passare per la frontiera tra sessualità generativa e non generativa. E allora cosa c’è da combattere? Perché la grande stampa laica generalizza presentando l’evento come un giubileo arcobaleno e quella, meno grande, cattolica integrista lo stigmatizza come a rischio apostasia se non già come apostatico? Semplicemente perché la questione è ancora aperta, ancora si vorrebbe quello che è impossibile e ancora si vuole che il cambio pastorale sia prodromico del cambio dottrinale, che il dialogo socioculturale sia volano di una rivoluzione antropologica pseudoteologica o, in alternativa, che l’evento sia l’occasione per un definitivo regolamento dei conti nella Chiesa sulle derive neomoderniste in campo etico sessuale. Fiumi di parole sono stati usati in questo dodicennio bergogliano appena conclusosi per cercare, da parte neomodernista, di dimostrare l’indimostrabile, come che nella Genesi Sodoma e Gomorra siano state distrutte non per i vizi che prendono da loro il nome ma per mancanza di ospitalità. E altrettante sorgenti verbali si sono aperte per dileggiare queste insostenibili posizioni, che chiunque abbia letto la Scrittura sa che sono del tutto arbitrarie. Insomma, in una società in cui il numero dei fedeli diminuisce, due fazioni sembrano intente solo a combattersi tra loro, come vide icasticamente Catherine Emmerick nelle sue esperienze mistiche sul letto di dolore, trascritte da Clemens Brentano.
Certo, un simile evento sarebbe stato meglio non calendarizzarlo. Rischia peraltro di gettare un’ombra su un papato appena iniziato, di mettergli su una ipoteca. L’ho twettato personalmente alla Terza Loggia, ossia all’account X della Segreteria di Stato. Ma è anche vero che una lettura non ideologica – per usare un aggettivo tanto caro al defunto Papa Francesco, la cui leggendaria adamantina chiarezza ha contribuito non poco a creare tanta tensione nella Chiesa in materia – potrebbe riportare la questione alla sua giusta misura. Perché se nessuno può giudicare un omosessuale se non Dio, Il Quale giudicherà tutti, l’importante è non fare lobby. E usare un pellegrinaggio per issare la bandiera arcobaleno sull’Obelisco di Piazza San Pietro è un atto di una lobby, trasversale tra la Chiesa e il mondo. Un atto con implicazioni non solo morali ma anche economiche, sociali e culturali che potremmo in sintesi considerare neomalthusiane, ed ecclesiali, portando la Catholica sull’orlo dello scisma che già ha lacerato la Chiesa bergogliana orizzontalmente, essendo essa piena di fedeli che in coscienza non seguivano le esternazioni di certi cattivi pastori e che quindi erano separati da essi e da coloro che invece li seguivano.
In passato ho tentato di evidenziare come è nata l’infiltrazione del neomodernismo etico sessuale nella Chiesa sin dagli anni sessanta e di come Papa Francesco, in un caleidoscopio di mutazioni di atteggiamento, avesse tentato di rapportarsi con la lobby LGBT pervasiva e intimidatoria, considerandola innanzitutto un fatto politico e solo dopo una mitologia rivoluzionaria. In questa sede vorrei solo evidenziare due cose: una ambiguità di fondo dell’approccio pastorale delle associazioni peregrinanti il 6 settembre e la permanenza in servizio nel clero e nei religiosi e nel laicato cosiddetto impegnato di una Chiesa parallela a quella ufficiale, che si comporta come se la norma biblica che vieta omosessualità e travestitismo sia stata abolita. Se sulla seconda c’è poco da dire – i nomi dei patron dell’evento giubilare controverso stanno ovunque, osannati o esecrati, e sono Padre Pino Piva SJ, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Rino Fisichella – sulla prima vale la pena di fare qualche distinguo. Operare tra gli LGBTIQ è doveroso, ma cercare nella vicenda umana di David e Gionata, come alcuni fanno, una sorta di relazione omoerotica è ridicolo, prima ancora che blasfemo, almeno per chi legge la Bibbia. Eppure costoro sono pervicaci e il loro progetto lo intitolano allo sfortunato figlio di re Saul, morto con lui combattendo contro i Filistei e lasciando il trono a David. Parlare di un approccio cristiano che miri a far vivere la fede attraverso la propria sessualità arcobaleno è a dir poco ambiguo. Io stesso avrei voluto scrivere qualcosa di chiaro su intendimenti e pensieri delle associazioni peregrinanti il 6 prossimo venturo e ho mandato una mail alla Tenda di Gionata la quale mi ha indicato un recapito. A questo dirigente o referente che dir si voglia io ho chiesto se voleva rilasciare una intervista e, a risposta affermativa, ho formulato alcune domande, alle quali non ho mai avuto risposta. Forse non c’è stata possibilità di soddisfare la mia curiosità, forse timore di suscitare polemiche io, temendo di essere inopportuno, non ho sollecitato altri riscontri.
Le domande erano semplici: cos’è l’Associazione e che fini ha; cosa si intende per LGBT cattolici; perché associare sotto la dicitura “cattolici” categorie molto diverse come omosessuali e transessuali; se una denominazione del genere può essere fuorviante data la dottrina morale della Chiesa; perché un giubileo apposito e se può essere fuorviante vista la suddetta dottrina; se ci sono margini per una modifica dell’antropologia teologica, della morale o semplicemente della disciplina cattolica in materia e in che aspetti; come vi ponete nei confronti della rivoluzione antropologica in atto a partire dalle teorie di genere. Mi sarei accontentato anche di alcune risposte, capendo che a determinate domande forse un interlocutore senza particolare qualifica gerarchica non si sarebbe sentito in grado di rispondere. Pazienza. Tuttavia le questioni di fondo rimangono degne di essere risolte e chi, nella Chiesa, opera nella pastorale LGBTIQ, dovrebbe, dopo una dozzina di anni di nicodemismo, tornare ad essere trasparente in una tematica tanto delicata. Perché è vero che il tempo è superiore allo spazio, ma non c’è più tempo per trovare spazio dove nascondersi. Trecentocinquanta milioni di cristiani sono perseguitati perché credono in Cristo. Gli altri, fortunatamente viventi in paesi tolleranti, trovino almeno il coraggio di dire cosa pensano in materia di moralità sessuale e anche di confrontarsi apertamente, senza aver paura di qualche corteo un poco osè e gli uni degli altri. A meno che alcuni di essi, forti delle posizioni raggiunte, non vogliano camminare alle spalle del nuovo Papa come hanno fatto coi tre predecessori, per superare nei fatti precetti millenari e, forse, per tutelare anche se stessi. Scampoli di chiarezza tra i prelati arcobaleno, infatti, ce ne sono molto pochi.
Di fatto, il 1 settembre, inaspettatamente ma di certo secondo un calendario preparato da tempo come da prassi, Papa Leone XIV ha ricevuto Padre James Martin SJ, il maggiore oracolo della Chiesa arcobaleno. Del resoconto del colloquio tra i due non abbiamo una versione pontificia, ma il gesuita americano si è mostrato entusiasta della disponibilità di Leone XIV nei suoi confronti, anche se ha precisato, per l’ennesima volta, che il 6 settembre ci sara’ un pellegrinaggio e non un Giubileo di categoria. Questa udienza non contribuisce a fissare un significato univoco, nell’immaginario collettivo forgiato dai media mainstream, dell’evento prossimo venturo, perché il Padre Martin è egli stesso persona controversa e gesuiticamente ambigua. Perciò averlo ricevuto a pochi giorni dal pellegrinaggio della Tenda di Gionata accenderà i riflettori mediatici su polemiche e mistificazioni di opposto colore. Evidentemente Papa Leone ha fatto un errore di calcolo. O ci ha dato un segno della politica che intende seguire, la quale però sarà chiara solo quando la Santa Sede affronterà il tema della dissoluzione antropologica legata alle teorie di genere in un atto di magistero papale, come un’enciclica, che diverse volte fu sollecitata a Papa Francesco, il quale però si limitò a far promulgare una Istruzione dalla Congregazione per i Seminari e gli Istituti di Studi. Quegli stessi seminari in cui il defunto Pontefice, dopo una intemerata contro le “checche orientate e poco orientate” e il “frociame” del clero, giunta fortunosamente alla stampa per mano di qualche solerte vescovo italico, decise di aprire agli omosessuali moderatamente inclinati e introducendo, nella moderna Chiesa inclusiva, un poco credibile “omosessualometro” per chierici, su cui mi sono diffuso in passato da queste colonne in una lettera al Cardinale Zuppi, che non ha avuto risposta. Speriamo che Papa Leone brilli di maggior coerenza.





