
Si scrive SCO (Shanghai Cooperation Organization), ma alla luce dei risultati della 24esima edizione del vertice a trazione cinese, con la Dichiarazione di Tianjin e la partecipazione dei presidenti Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi, gli analisti più maliziosi potrebbero leggerne l’acronimo come “Società Contro Occidente”.
Le intenzioni di Xi per la “costruzione di un nuovo sistema di governance globale, equo e multilaterale opposto all’egemonismo occidentale e al pensiero da Guerra Fredda” sono state rafforzate dalla posizione di Putin, che ha parlato dello SCO come “modello di multilateralismo genuino alternativo alle strutture di sicurezza euro-atlantiche”. Il summit, nato in origine come piattaforma centro-asiatica, ha ribadito la solidarietà tra nazioni emergenti e criticato apertamente l’unilateralismo, dai dazi statunitensi fino all’uso strumentale delle sanzioni.
In Occidente, però, la notizia è passata quasi sotto silenzio. Eppure la SCO non è un club marginale: rappresenta 3,3 miliardi di persone (il 40% della popolazione mondiale) e oltre il 30% del PIL globale. Nel 2024 gli scambi interni all’organizzazione hanno raggiunto i 350 miliardi di dollari, +16% rispetto al 2020. Numeri che pesano più dei comunicati di Bruxelles.
Xi Jinping ha puntato sull’architettura economica: la Cina da sola ha investito oltre 100 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali nei Paesi SCO negli ultimi cinque anni, dai corridoi ferroviari al gasdotto Asia Centrale–Cina. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dal dollaro: dal 2014 al 2024 la quota di scambi in valuta statunitense tra Pechino e Mosca è crollata dall’85% al 30%.
Putin ha messo l’accento sulla sicurezza: nel 2024 le esportazioni energetiche russe verso i partner SCO hanno superato i 210 miliardi di dollari, compensando parzialmente i 50 miliardi annui persi a causa delle sanzioni occidentali. La Russia oggi guarda a Est più che a Ovest, ed è proprio nella SCO che trova i mercati alternativi.
Narendra Modi, a sua volta, ha riaperto il canale con Pechino dopo anni di gelo sui confini. L’India ha già avviato progetti energetici e logistici per 7 miliardi di dollari e punta a rafforzare la cooperazione artica con Mosca. In Occidente si continua a leggere New Delhi come “contrappeso alla Cina”, ma la realtà è che l’India si sta muovendo da attore autonomo, pronta a sfruttare il multipolarismo per rafforzare la propria influenza.
Il costo della transizione multipolare è enorme: la Cina copre da sola oltre il 30% del budget SCO, mentre Russia e India garantiscono un altro 25%. I Paesi più piccoli, dal Kirghizistan al Tagikistan, ricevono prestiti e infrastrutture in cambio di un progressivo riallineamento geopolitico.





