Home Politica estera I VOLONTEROSI, I CAPITANI CORAGGIOSI E L’EUROPA DEI FALLITI

I VOLONTEROSI, I CAPITANI CORAGGIOSI E L’EUROPA DEI FALLITI

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Concentrati sulla sola questione Ucraina, mentre il mondo cambia a ritmo serrato e senza di loro, gli europei sono avvolti in una bolla mediatica autoreferenziale che impedisce loro di vedere cosa sta accadendo nel mondo reale.

Il capitano coraggioso Emmanuel Macron ha definito un orco Vladimir Putin, nel tentativo, ormai scoperto persino dai funzionari della casa Bianca, di mettere sabbia negli ingranaggi delle possibili trattative per la pace in Ucraina. Peccato che la Francia, che lui ha contribuito a rovinare, stia precipitando in una crisi verticale.

L’altro capitano coraggioso, Keir Starmer, è avvolto sempre di più nelle bandiere di san Giorgio, che lo avviluppano ricordandogli che è prossima la sua fine, annunciata anche da un’icona nata per caso, ma divenuta virale: la bambina dell’ascia, dovuta ad una storia forse non vera, ma indicativa di un clima.

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La presenza dei Volonterosi si pone come una sorta di pietra tombale sull’Unione Europea, ormai fallita, incapace di qualsiasi cosa e inutile per qualsiasi cosa, salvo vessare i cittadini degli Stati aderenti.

Mentre i Volonterosi, i capitani coraggiosi e i falliti si riuniscono per discutere del nulla, in Cina, al 25esimo vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), si sono trovati con il padrone di casa, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi.

Il presidente russo Vladimir Putin, nel contesto dello Sco, ha detto ieri di essere favorevole a una proposta del suo omologo cinese Xi Jinping di creare “un nuovo e più efficace sistema di governance globale”, particolarmente necessario mentre “alcuni Paesi cercano testardamente di esercitare pressione negli affari internazionali”.

Successivamente, nel corso di un incontro con il primo ministro indiano Narendra Modi, Putin ha sottolineato che Mosca e Nuova Delhi promuovono attivamente la cooperazione, guidata dai principi di un partenariato strategico privilegiato.

“Coordiniamo – ha osservato Putin – strettamente le nostre attività sulla scena internazionale, anche in seno alle Nazioni Unite, ai BRICS, al Gruppo dei 20 e, naturalmente, alla Sco. Oggi abbiamo una buona opportunità per discutere gli obiettivi chiave di una cooperazione bilaterale multiforme in vari settori”.

Importante la risposta di Modi, il quale ha detto: “Anche nelle situazioni più difficili, India e Russia hanno sempre camminato fianco a fianco. La nostra stretta cooperazione è importante non solo per i popoli di entrambi i Paesi, ma anche per la pace, la stabilità e la prosperità globali”.

“Ho avuto un eccellente incontro con il presidente Putin a margine del vertice della Sco a Tianjin”, ha scritto Modi sul proprio profilo X, aggiungendo che i due leader hanno “discusso di come approfondire la cooperazione bilaterale in tutti i settori, tra cui commercio, fertilizzanti, spazio, sicurezza e cultura”.

Inutile pensare con le solite sanzioni del menù Kaja Kallas di rompere intese che, a quanto si vede, vanno consolidandosi, impedendo che la Russia sia isolata come vorrebbero i proclami fasulli dei leader europei, a cominciare dalla presidente della Commissione, atterrata ieri all’aeroporto della città bulgara di Plovdiv utilizzando mappe cartacee a causa di malfunzionamenti del GPS. 

Dopo il vertice Putin Trump in Alaska e quello di ieri Putin, Xi Jinping e Modi in Cina, Volonterosi, capitani coraggiosi, falliti europei sono chiaramente esclusi da tutti i giochi, in quanto incapaci, inetti, non solo di agire insieme, ma anche di governare i loro Paesi.

Per Francia e Inghilterra suonano sirene d’allarme per la tenuta economica.

Francia e Inghilterra sono i protagonisti del dibattito sul possibile intervento del Fondo Monetario internazionale per il loro salvataggio.

Parigi va verso una nuova crisi di governo e nuove elezioni nel momento in cui andrebbe definita e varata la Finanziaria 2026 mentre a Londra la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves è accusata di preparare un bilancio ‘tax-and-spend’ in un momento in cui il debito pubblico (ma soprattutto la spesa per gestirlo) è a livelli preoccupanti.

Per il ministro dell’Economia francese Eric Lombard, la Francia “non è sotto la minaccia di alcun intervento, né da parte del FMI, né della Bce” ma, ha affermato, “non posso dire che il rischio non esiste”.

Per Andrew Sentance, già membro del board della Bank of England, con la manovra che prepara il governo Starmer, il Regno Unito “è sulla strada per una crisi come quella del 1976” quando il primo ministro laburista James Callaghan fu costretto a chiedere al Fondo Monetario Internazionale un prestito da quasi 4 miliardi di sterline per mantenere in piedi i conti pubblici.

La Francia ha registrato nel 2024 un deficit pubblico del 5,8% con un debito salito a fine marzo a 3.345 miliardi di euro (ovvero il 114% del Pil).

Quanto al Regno Unito per l’esercizio 2024-25 il deficit dovrebbe attestarsi al 5,1% con un debito salito a 2.537 miliardi di sterline (2.950 miliardi di euro), il 96% del Pil. Per l’Italia, per capirci, le cifre sono deficit al 3,4% e debito a 3.070 miliardi (134% del Pil).

Di tutte le cifre è soprattutto quella del disavanzo che suscita i maggiori timori, perché impone a Londra e Parigi di ricorrere sempre più ai mercati per finanziare il deficit.

Per Nigel Farage, il leader di Reform UK in testa ai sondaggi “la situazione economica è tornata agli anni Settanta”, mentre la leader conservatrice Kemi Badenoch al Telegraph ha detto: “Ci siamo già trovati in questa situazione. Dopo il salvataggio del FMI e l’inverno del malcontento degli anni ’70 e dopo la crisi finanziaria del 2008” entrambi dopo periodi di governo laburista e “toccherà a noi di nuovo” salvare l’economia britannica.

Un economista noto, Jagjit Chadha, già direttore del National Institute for Economic and Social Research, non ha esitato a parlare di una economia a rischio “collasso”.

L’ombra del Fondo monetario insomma incombe sull’autunno di Londra e Parigi.

Il Wall Street Journal ricorda che “Gran Bretagna e Francia, la sesta e la settima economia mondiale, sono troppo grandi perché il FMI o chiunque altro possa salvarle”. Il Fondo infatti ha “una capacità di prestito totale di circa 1.000 miliardi di dollari, più che sufficiente per offrire una modesta stabilizzazione a paesi come lo Sri Lanka o il Pakistan. La Grecia, il più grande progetto di salvataggio finora in Europa, ha ricevuto circa 32 miliardi di euro per un totale di 326 miliardi di euro in cinque anni”.

Con un debito complessivo di Londra e Parigi vicino a 8 mila miliardi di dollari, è evidente che non si tratta di “un problema economico per il quale l’aiuto finanziario del Fmi sarebbe la soluzione”.

E allora? Forse è ora che capitani coraggiosi e falliti se ne vadano, si arrivi a nuove elezioni e si mandino a casa incapaci, incompetenti, sbruffoni, smargiassi e si cominci a rifare i conti con la realtà.

Se a Francia e Inghilterra aggiungiamo la Germania, la situazione è da brividi.

I dati confermano una crisi reale, con radici profonde che vanno oltre la congiuntura.

La Germania ha beneficiato per decenni di un modello economico basato su energia a buon mercato (Russia) e mercati aperti (Cina, USA), ma non ha investito abbastanza in innovazione e infrastrutture. La dipendenza da settori tradizionali e la lentezza nell’adattarsi a nuove tecnologie hanno reso il paese vulnerabile. Inoltre, la rigidità del “freno al debito” ha limitato la possibilità di intervento.

Secondo l’Istituto dell’Economia Tedesca (IW), la stagnazione economica ha causato una perdita di benessere di oltre 270 miliardi di euro all’anno, pari a circa 3.200 euro per abitante. Questo è dovuto al fatto che l’economia tedesca si trova al 6% sotto il trend di crescita di lungo periodo.

Nel 2024, il numero di fallimenti aziendali è salito a 22.400 casi, il livello più alto dal 2015, con un aumento del 24,3% rispetto all’anno precedente. Le previsioni per il 2025 indicano un possibile record di fallimenti, con settori chiave come l’automotive e i relativi fornitori particolarmente colpiti.

Le case automobilistiche e i loro fornitori (ZF, Bosch, Continental) stanno affrontando tagli occupazionali (fino a 14.000 posti di lavoro solo per ZF) e insolvenze, aggravate dalla transizione lenta verso i veicoli elettrici e dai dazi USA.

La scarsa domanda e i costi energetici elevati hanno ridotto l’utilizzo delle capacità produttive dell’industria chimica al 75%, con molte aziende in ristrutturazione o chiusura. L’aumento dei costi di materiali e finanziamenti ha bloccato il settore immobiliare e delle costruzioni.

La crisi potrebbe essere un’opportunità per una modernizzazione strutturale, ma ciò richiede una leadership politica chiara e decisa, che al momento manca.

In buona sostanza la Germania nel 2025 si trova in una crisi economica senza precedenti recenti, con una stagnazione prolungata e rischi di ulteriori recessioni. I problemi strutturali, come l’elevata burocrazia, i costi energetici e la dipendenza dalle esportazioni, si sommano a sfide globali come i dazi USA e la concorrenza cinese. Una ripresa significativa è improbabile senza riforme coraggiose.

Il tema di fondo riguarda la totale incapacità delle leadership attualmente al governo, sia dei Paesi come Francia, Inghilterra e Germania, sia dell’Unione Europea.

La questione di fondo che si pone oggi, non domani, ai Paesi europei è di chiudere la pagina dell’esclusione delle forze politiche di destra con la scusa del nazismo e del fascismo, dal momento che le élite al potere si comportano con schemi politici che si ispirano al totalitarismo di destra e di sinistra travestendolo da democrazia liberale.

In Europa è necessario un cambio di passo deciso, che veda tutti impegnati a chiudere la vicenda dell’Ucraina e a recuperare il contatto con la realtà, mandando a casa una squadra politica di falliti che sta portando il Vecchio Continente non solo all’inesistenza geopolitica, ma alla morte economica e sociale.

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  • Redazione

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