di Cosimo Risi
In Sardegna va in scena l’ennesima tornata negoziale sulla tregua a Gaza. La scelta del sito è opportuna: il lusso di uno yacht qatarino al largo della Costa Smeralda per discutere della desolazione della Striscia. In comune fra le due località è l’affaccio sul Mediterraneo, lo sfondo della drammaturgia greca classica, la sola a cogliere le tragedie del nostro tempo.
Le delegazioni americana e israeliana minacciano di ritirarsi dalle trattative, la responsabilità sarebbe di Hamas che respinge l’ultima bozza di compromesso. Il garbuglio mediorientale si arricchisce di alcuni interrogativi.
Chi negozia per conto di Hamas? A rappresentare l’organizzazione sono i dirigenti riparati in Qatar? Da loro anfitrione, l’Emirato dà voce agli “esuli” oppure ha un canale diretto con i dirigenti rimasti a Gaza? Come avvengono le comunicazioni fra i due gruppi?
Perché il Qatar, che ospita una base americana, non esercita adeguata pressione affinché Hamas receda da certe pretese e da certi metodi? Anzitutto quello di adoperare gli ostaggi, ancora in vita e le salme, come merce di scambio in vista di una affermazione politica. Se Israele accede al compromesso, riconosce di fatto a Hamas la rappresentanza di un interesse palestinese forte: l’autonomia di Gaza e, in senso lato, la resistenza all’occupazione. L’organizzazione rilancia sé stessa e riporta la causa alla ribalta, così prevalendo sull’Autorità Palestinese di stanza in Cisgiordania.
E d’altronde, se Hamas cede sugli ostaggi e li libera senza condizioni, perde la leva a sua disposizione, si consegna alla giustizia israeliana, non certo quella giudiziaria. Gli ostaggi sono l’assicurazione di sopravvivenza per chi li detiene. Hamas chiede agli Americani di garantire che Israele rispetti la tregua e, implicitamente, non persegua “i secondini”.
Israele resiste a qualsiasi intesa con Hamas che ne certifichi la vittoria ancorché dimidiata. Non perché voglia ripristinare il rango dell’Autorità Palestinese, ma perché non riconosce in definitiva alcuna rappresentanza ai Gazawi. La popolazione della Striscia è ritenuta oggettivamente responsabile della presa degli ostaggi e della loro detenzione? In un’area così piccola e fortemente devastata, possono resistere delle prigioni inviolabili e ignote ai più?
La campagna militare per liberare gli ostaggi non li sta liberando. Alle distruzioni ed ai massacri (“il carnaio per il cibo”, scrive Haaretz) segue la loro liberazione. La campagna è inefficace oppure ha un altro compito? Assecondare “il volontario esodo” della popolazione verso mete meno pericolose?
La Francia annuncia l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. La decisione verrebbe formalizzata a settembre, in occasione dell’Assemblea Generale NU a New York.
La Francia è il primo membro G7 ed il primo del Gruppo dei Tre (con Germania e Regno Unito) ad addivenire ad un passo del genere. Avrebbe consultato l’Autorità Palestinese e l’Arabia Saudita. Il Regno spingerebbe a questa mossa di inefficacia pratica (il riconoscere uno Stato potenziale) e di impatto simbolico. L’Arabia Saudita è la chiave di qualsiasi futuro assetto regionale: per i rapporti diplomaticamente corretti con l’Iran, per l’impegno finanziario a favore della ricostruzione di Gaza e dell’eventuale Stato, per la normalizzazione dei rapporti con Israele ed il via libera all’atteso (da lui) Nobel per la pace a Donald Trump.
Scontate sono le riserve di Israele e Stati Uniti. Per Gerusalemme il riconoscimento premia la strategia del terrore. Per Washington il passo ostacola l’esito del negoziato generale. Donald Trump giudica Emmanuel Macron “un bravo ragazzo” ma del tutto ininfluente: inutile stargli dietro. Il bandolo della trattativa è in mano agli Americani e non agli Europei per quanto volenterosi. Torna il leitmotiv dell’Ucraina: i conflitti possono essere su scala europea, le soluzioni sono a titolarità americana.
La tattica francese dei due tempi (annuncio in estate, decisione in autunno) dovrebbe influire sul dibattito interno in Israele. All’epoca la Knesset riapre, i lavori non riguarderebbero solo la risoluzione (non vincolante) di annettere la Cisgiordania, essendo fallita l’ipotesi dei due stati, ma anche le opzioni più care alla comunità internazionale.
Altri paesi europei hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Non il Regno Unito: sempre attento a seguire la politica americana. Non la Germania: il caso di Israele è un dogma politico e un tabù morale. Non l’Italia: vicina alla politica americana e con qualche scrupolo verso Israele.




