
di Giuseppe Augieri
Cosa c’è davvero dietro i 5 referendum.
Sempre, ma stavolta molto di più, i referendum sono in realtà la richiesta di un voto di sfiducia, parziale o totale, al Governo ed alla sua politica.
Credo sia evidente che i quesiti referendari trattino questioni che sono in agenda politica non da qualche giorno. Tutto si può dire sulle materie oggetto di referendum tranne che non ci siano stati già confronti – meglio dire scontri – tra maggioranza ed opposizione con la sconfitta di quest’ultima. In almeno un caso – il salario minimo – a proposte legislative della minoranza ha fatto addirittura capo una contraria proposta di legge del governo che si fonda sull’ ”equa retribuzione”. Dunque anche stavolta – anzi stavolta molto di più – i referendum sono la richiesta al corpo elettorale di “mettere in minoranza la maggioranza”. Forse su tutto.
Nulla di sconvolgente: fa parte del confronto democratico. A patto però che le cose le si dicano in faccia e con chiarezza. Confondere il voto politico o amministrativo con il voto sul referendum circa il “dovere civico” di votare è un imbroglio che in molti si affannano a costruire: politici, opinionisti, artisti. Chissà perché, tutti schierati. Con infiocchettature pseudo morali talvolta da premio Oscar. Insisto: questo non serve ad una buona politica. Confondere la responsabilità del non voto tra le due diverse fattispecie di voto elettivo e voto referendario è un errore anzitutto di cultura politica: si corre il rischio di “attenuare” l’immensa responsabilità “civile” del non voto “per eleggere”: se l’uno, in fondo, non è diverso dall’altro e qualcuno invita a non votare, pur senza ledere alcun diritto…. Per questo non sono d’accordo neanche con il contenuto della difesa sull’astensione che si sta facendo: “Persino Napolitano, ed in un caso i radicali, hanno richiamato questa metodologia”. Se questa posizione era sbagliata, essa non si sanerebbe aderendo alla italica abitudine per la quale “nulla è più facile da replicare di un errore altrui”. Della serie: “se lo hai fatto tu, posso farlo anche io”. Non è così. Demonizzare l’astensione è sbagliato: va detto con semplicità e senza alibi. Referendum ed elezioni sono due cose diverse.
Se invece si fosse sinceri, se si confermasse esplicitamente che si intende chiedere – attraverso i referendum – la “fiducia sull’opposizione al Governo”, utilizzando uno strumento che finalmente metta in soffitta il linguaggio da trivio, le imboscate declamatorie, la confusione sulle critiche, le ricostruzioni dei fenomeni economici e sociali fatte con lenti deformanti, tutto sarebbe più chiaro. Si andrebbe a votare attirati dalla “pulizia” di una domanda chiara, priva di sotterfugi. I si ed i no ai singoli quesiti sarebbero nel merito e non guardando alle conseguenze politiche. Se si desse una scorsa a come l’Italia si è comportata nei 78 referendum tenuti dal 1946 ad oggi, se ne avrebbe una conferma.
Purtroppo vedo tendenze contrarie: “l’opposizione in piazza perché il Governo invita all’astensione”. E per “contrastare la deriva all’astensionismo”. Barare così tanto non mi sembrava possibile: il distacco tra cittadini e politica non dipenderebbe dall’assenza di politica e si risolverebbe criminalizzando chi si astiene al referendum? Questa la tesi? Leggere “Avvenire”: è interessante.
Ma veramente si pensa che tutti coloro che non sono opposizione abbiano l’anello al naso? E si pensa di recuperarli così?





