
di Sergio Restelli
La Soluzione a due stati, la narrazione divina secondo la revisione storica di Munir
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano, Asim Munir, ha sostanzialmente usato l’islamismo politico per dichiarare guerra all’India, a Israele e all’Occidente durante il suo recente discorso.
Con l’inclusione del sostegno a Gaza e sottolineando che il Pakistan è stato il primo Stato della storia moderna a essere formato sulla base dell’Islam (Kalima), 1300 anni dopo che il Profeta Maometto fondò il primo Stato islamico, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano, Asim Munir, ha sostanzialmente usato l’islamismo politico per dichiarare guerra all’India, a Israele e all’Occidente durante il suo recente discorso.
Particolarmente interessante nel suo discorso del generale Munir è la sua visione della soluzione a due stati, una narrazione che anche gli estremisti islamici come Hamas cercano di promuovere in Occidente. Sebbene India e Pakistan siano stati separati, che condividono un’origine storica, geografica e culturale comune, Munir ha invece preferito dichiarare che i musulmani del Pakistan costituiscono una razza diversa, con un pensiero sociale e culturale differente dagli indiani (leggasi: indù),e che questa era la ragione per cui la formazione del Pakistan era una necessità, con l’appoggio divino.
La soluzione a due stati ha largamente fallito nel subcontinente indiano e nel 1971 il Pakistan orientale si è separato da quello occidentale, in parte a causa dell’imposizione della sua versione ortodossa dell’Islam, della lingua e di una supremazia razziale verso il Bangladesh. Il discorso di Munir non potrebbe essere più lontano dalla verità storica. La fondazione del Pakistan era stata giustificata dai suoi sostenitori come un modo per proteggere la minoranza musulmana in una maggioranza indù in India. L’India unita aveva circa il 25% della popolazione musulmana, e dopo la partizione questa è scesa al 15% circa in India, con il resto diviso tra Pakistan e il moderno Bangladesh.
Il discorso del generale Munir è rilevante per Israele per diversi motivi.
Primo, per il suo sostegno a Gaza ad Hamas e la sua condanna incondizionata di Israele. Secondo, e più importante, per la narrazione che Munir ha scelto di diffondere, e’ molto simile a quella di Hamas e di altri gruppi radicali.
Ma soprattutto perché il Pakistan è una potenza nucleare islamica e oggi Munir controlla il governo, come l’esercito come ha spesso fatto negli ultimi decenni.
A gennaio, uno dei principali comandanti militari iraniani, il tenente generale Bagheri, ha visitato il Pakistan e nei suoi incontri, in particolare con Munir, ha richiesto legami di difesa più stretti, soprattutto nel campo della produzione militare e della condivisione di intelligence. Nonostante le tensioni tra sunniti e sciiti, è ampiamente riconosciuto che Iran e Pakistan collaborano in operazioni di intelligence all’estero, specialmente contro Israele. Il Pakistan è stato spesso anche accusato di aiutare il programma nucleare iraniano. Una posizione estremista da parte del leader più potente del Pakistan, in un momento in cui gli Stati Uniti e l’Iran stanno negoziando un accordo per la sicurezza dell’Asia occidentale e di Israele, non può essere presa alla leggera. Inoltre, la sua narrazione, simile a quella palestinese demonizza in questo caso gli indù e gli indiani, e glorifica l’approvazione divina per la formazione del Pakistan.
Sebbene questo sia stato normalizzato da gruppi anti-Israele in Occidente negli ultimi mesi, è da prendere seriamente quando un alto ufficiale dell’esercito pakistano riecheggia tali sentimenti. ”La nostra religione è diversa, i nostri costumi sono diversi, le nostre tradizioni sono diverse, i nostri pensieri sono diversi, le nostre ambizioni sono diverse ed è qui che è nata la teoria delle due nazioni. Siamo due nazioni, non una sola nazione”, ha dichiarato. Ancora più inquietante è stata la sua insistenza affinché i bambini vengano educati con questi concetti. Mentre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano, il generale Asim Munir, adotta un tono di sfida sul Balochistan, invocando l’unità e mettendo in guardia contro le narrazioni separatiste gli echi della storia si fanno più forti. Nel 1971, l’allora presidente e capo dell’esercito Yahya Khan emise proclami simili sul Pakistan orientale: invocando il patriottismo, incolpando cospirazioni straniere e liquidando il dissenso popolare come opera di insorti marginali. Ma la storia racconta un’altra verità. Il rifiuto di riconoscere le rivendicazioni politiche, la scelta della forza militare invece di un dialogo significativo e la definizione della resistenza come tradimento hanno solo accelerato il percorso verso la rottura. Le voci da Dhaka vennero messe a tacere finché non poterono più essere ignorate, e il Bangladesh nacque dal sangue e dalla negazione. Oggi, il Balochistan presenta inquietanti somiglianze. Sussurri di alienazione, racconti di sparizioni forzate e un’intera generazione che cresce in un clima di paura. Eppure, la retorica ufficiale rimane congelata nel tempo: sprezzante, inflessibile e determinata a proiettare un’immagine di controllo.
Le recenti dichiarazioni del generale Munir tentano di dipingere un quadro di unità e ordine. Ma quando la storia bussa di nuovo, ci si chiede: il Pakistan ha davvero imparato qualcosa dal 1971, o sta semplicemente ripetendo lo stesso tragico copione in un teatro diverso? E ancora più importante: quanto della retorica di Munir si tradurrà in sostegno a gruppi terroristici che operano contro India e Israele?





