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INDIZI (E INIZI) DI NEGOZIATO TRA USA, RUSSIA E CINA

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Un’analisi delle relazioni internazionali

I recenti discorsi dei presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della Cina offrono indicazioni concrete riguardo all’esistenza di una base di dialogo possibile tra le tre superpotenze.

Questo emergere di indizi non rappresenta, tuttavia, una garanzia di un risultato già acquisito né tantomeno un esito garantito di collaborazione pacifica. È importante notare che tali segnali di dialogo non sono riscontrabili nei riguardi dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

La Russia e la Cina, pur con approcci diversi, hanno da sempre manifestato apertamente la loro visione imperiale nelle relazioni internazionali. La Russia di Vladimir Putin continua a perseguire una politica estera volta a rafforzare la propria influenza globale. La concezione imperiale russa è evidente nelle sue azioni in aree come l’Ucraina, la Siria e altre regioni strategiche. La Cina, sotto la guida di Xi Jinping, mantiene una visione imperiale che si concretizza in iniziative come la Belt and Road Initiative. Questo progetto ambizioso mira a espandere l’influenza economica e politica cinese a livello globale mentre a livello strategico gli investimenti competitivi della Cina nell’intelligenza artificiale e nelle imprese spaziali costituiscono un “affronto” all’egemonia americana. L’Unione europea e i suoi Stati membri sembrano, invece, essere assenti da questo contesto di negoziato. La mancanza di una visione unitaria e di una politica estera comune limita la capacità dell’UE di influenzare le dinamiche internazionali in modo significativo.

La novità risiede negli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump che sembra aver intrapreso una sorta di catarsi dal globalismo senza confini. Già un antesignano del MAGA, Jedidiah Morse, dichiarava nel 1784 che “non si può avere un paese senza confini, a meno di costruire un solo paese nel mondo che contenga le moltitudini”. Visti gli esiti disastrosi del neo-globalismo clintoniano fino a quello pasticciato militarmente da Obama e Biden, Trump propone per gli Stati Uniti d’America, invece, esplicitamente, una logica imperiale, a suo dire pacifica, e nuovi confini certi: parte del continente americano a Sud e a Nord degli Stati Uniti, una porzione dell’artico, e la porzione occidentale dell’Eurasia. Le intenzioni dichiarate da Trump in merito al canale di Panama, al Canada e alla Groenlandia lo dimostrano esplicitamente. La poca considerazione per le alleanze, particolarmente quella politico-militare come la NATO, ma anche l’ostilità verbale nei confronti dell’Unione europea e le frizioni con alcuni suoi Stati membri – in particolare, gli aspri confronti con il Regno unito, la Francia e la Germania – indicano che gli europei non sono più un fattore strategico nelle relazioni internazionali degli Stati Uniti, bensì dall’America sono visti come dei governi nazionali di territori già acquisiti dall’impero americano.

Gli Stati Uniti e la catarsi imperiale

L’amministrazione Trump ha introdotto un cambiamento significativo nella politica estera americana, proponendosi con un atteggiamento più assertivo e diretto. Questa catarsi imperiale si manifesta attraverso una serie di interventi e dichiarazioni che evidenziano un approccio più deciso nelle relazioni internazionali.

D’altra parte, l’incubo del già citato Morse era che il suo nemico, il “globalista”, avrebbe sostituito il governo nazionale americano con un’unione politica in stile europeo, una burocrazia gonfia che nominalmente onorava i confini nazionali, ma segretamente desiderava il potere internazionale. Guarda caso, il dogma “globalista” fu coniato e applicato proprio da una serie di importanti signori del neoliberalismo, tutti di origine europea, da Hayek a Kissinger, da Brzezinski ai neoconservatori annidati nelle squadre di Clinton, Obama e Biden. Non sorprende, quindi, che nel 2019 Trump dichiarasse all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che “Il futuro non appartiene ai globalisti”. “Il futuro appartiene ai patrioti”. Morse avrebbe potuto solo sognare un Trump e  i suoi ritiri seriali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Accordo di Parigi sul clima, dalla Trans-Pacific Partnership, dall’UNESCO e dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Perché Morse, come Trump, nutriva un profondo scetticismo nei confronti dell’Europa. Inoltre, i timori di Morse di un contagio internazionale scatenato dal nemico liberale interno si allineano perfettamente con l’insistenza di Trump su uno stato profondo, sui pericoli dei media woke e su un sistema giudiziario federale dedicato al lawfare.

Un possibile negoziato USA – Russia

Sia Trump che Putin ripartono dal loro ultimo colloquio del 2020 nel quale i due leader discussero un possibile accordo di “de-nuclearizzazione”, che tradotto in linguaggio più comprensibile non significa affatto l’eliminazione delle reciproche armi nucleari bensì un accordo sulla “stabilità strategica” nucleare globale e in particolare dell’Europa. Il Covid e la sconfitta elettorale di Trump misero “in pausa” quei discorsi, malamente ripresi dall’amministrazione Biden e abbandonati nel 2021 dalla Russia che, considerato il doppio gioco anglo-americano, aveva probabilmente già deciso l’invasione dell’Ucraina. Oggi, nel mutato contesto mondiale, i due presidenti sembrano aperti a parlarsi, a “discutere con calma” e a voler trovare un accordo. D’altra parte, per entrambi la scadenza del trattato START a febbraio 2026 è un imperativo da non mancare per evitare una corsa al riamo nucleare, anche da parte di potenze emergenti (Iran, Arabia Saudita, Nigeria, ecc…). Trump ha tentato di coinvolgere anche la Cina in questo dialogo. La Cina, che è una piccola potenza nucleare (4-600 testate a fronte di circa 6000 rispettivamente russe e americane) ha declinato pur dichiarandosi a sostegno della “de-nuclearizzazione”. Nonostante le parole in apparenza minacciose usate da Trump indicando possibili nuove sanzioni alla Russia se non siederà ad un tavolo negoziale per mettere fine alla guerra con l’Ucraina, Putin ha replicato che il Cremlino e l’amministrazione Trump potrebbero “cercare insieme soluzioni alle questioni chiave di oggi, tra cui la stabilità strategica e l’economia”. Lo stesso Putin ha due volte, la scorsa settimana, fatto di tutto per elogiare Trump – un metodo collaudato per conquistare il favore di Trump. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha detto ai giornalisti quasi quotidianamente che Putin è pronto a ricevere la chiamata di Trump. “Stiamo aspettando segnali”.”Tutti sono pronti”. Per la Russia, un negoziato diretto con gli Stati Uniti vale ben di più che dichiarare vittoria nella guerra contro l’Ucraina. Ne va del prestigio della Russia come superpotenza “pari” agli USA. Tuttavia, Putin vorrà quello che ha sempre detto di volere: quanto più territorio possibile, nessuna Ucraina mai nella NATO, nessuna arma nucleare occidentale in Europa che potrebbe colpire la Russia. Resta da vedere quanto il deal-maker Trump sarà disposto a concedergli. Le reciproche contropartite, Europa inclusa, saranno le determinanti di questi colloqui.

Un possibile negoziato USA – Cina

Anche nelle relazioni tra USA e Cina nelle ultime settimane si sono registrate dichiarazioni costruttive dei rispettivi presidenti che hanno messo da parte (almeno per ora) le tensioni militari nel mar cinese meridionale e attorno all’isola di Taiwan. Il cuore di un possibile negoziato tra le due potenze è eminentemente economico, commerciale e centrato sull’innovazione tecnologica. In un bagno di realismo, gli Stati Uniti sembrano aver abbandonato il dogma che dagli anni ’60 imponeva la difesa ad oltranza del “vantaggio competitivo” (neoliberale), virando verso il più tradizionale “vantaggio comparativo” (liberale). Questa virata è testimoniata da un nuovo approccio americano alla “concorrenza” sia interna sia internazionale (cosa ancora non compresa dall’UE). Il nuovo approccio americano è incentrato sulla liberalizzazione (de-regolamentazione) delle imprese economiche ma anche sulla libertà di espressione. Sul primo principio la Cina non ha difficoltà, invece sul secondo la questione potrebbe essere difficilmente accettabile. Sulle questioni monetarie, la Cina, diversamente dalla Russia, è molto cauta sulla possibilità di sostituire il dollaro americano come efficiente moneta degli scambi globali. La questione, per la Cina, non è la sostituzione del dollaro ma la sua governance. In pratica, la Cina non gradisce che solo gli USA determinino la gestione del dollaro e dei suoi derivati finanziari (debito, deficit, tassi). Se il dollaro è una moneta globale, chiosano i cinesi, non può essere gestista come moneta esclusivamente nazionale. Non a caso gli americani hanno replicato ai cinesi con un uso spregiudicato dei bitcoin (BTC). In risposta, la Cina ha fatto emergere la propria ultra-competitiva intelligenza artificiale “DeepSeek” che ha scatenato una raffica di vendite a Wall Street buttando giù dollaro e bitcoins. Un braccio di ferro USA-Cina tutto economico e commerciale incentrato sull’innovazione. La Cina mostra una dinamicità favorita anche da una demografia di più di tre volte di quella degli Stati Uniti. Una realtà che non sfugge al realismo trumpiano. Tuttavia, è sulle due libertà – competizione ed espressione – che si giocherà la partita tra i due paesi. Cina e USA dovranno incontrarsi sul tavolo della “collaborazione competitiva”.

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