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LA DEMOCRAZIA È IN CRISI SOLO IN EUROPA

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di Lucio Leante

Si dice che in Occidente “la democrazia è in crisi” e in questi giorni che la vittoria di Donald Trump negli Usa sarebbe una conferma del fatto che “la democrazia è in pericolo in Occidente”. In realtà la democrazia è in crisi solo in Europa e non negli USA.

Di solito si cita la tendenza all’astensione dal voto che i votanti nelle democrazie occidentali tendano ad essere meno della metà degli aventi diritto al voto. Senonché questa tendenza esiste solo in Europa e non negli USA, dove alle ultime elezioni presidenziali del 2020 e del 2024 la partecipazione al voto è stata attorno al 65%. E comunque l’astensionismo deve essere considerato piuttosto una conseguenza, non una causa della crisi della democrazia.

Si cita anche il fatto che le democrazie sono lente e farraginose nel prendere ed attuare le decisioni e che dopo le elezioni partiti di governo di solito disattendono le promesse elettorali. Ma anche queste tendenze persistono in Europa, ma non negli USA, come dimostrano i “cento ordini esecutivi” approvati a spron battente da Trump nei giorni immediatamente seguenti al suo insediamento.

Si dice anche che le democrazie occidentali hanno creato un apparato burocratico elefantiaco che ingigantisce la spesa pubblica corrente ed assorbe una buona fetta deile entrate pubbliche, induce un’eccessiva pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie, riducendo il benessere e gli spazi di libertà e incrementando la sfiducia nelle istituzioni e deprimendo la volontà di partecipazione. Tuttavia, mentre negli USA ci sono forze politiche che reagiscono allo statalismo del “big government”, in Europa le maggiori forze politiche sembrano prediligere le politiche di spesa e di redistribuzione del reddito (più proficue in termini di consensi) a quelle di rilancio della ricerca e della produttività (e quindi della ricchezza) che richiederebbero tagli della pressione fiscale attraverso tagli della spesa pubblica (molto costosi in termini di consensi).

Negli USA le tendenze anti-stataliste si sono risvegliate proprio con l’avvento della “tecno-destra” di Donald Trump che ha incaricato Elon Musk, con il suo nuovo DOGE (Department of Government Efficiency) di tagliare senza troppi complimenti la spesa pubblica americana.

Nessuno di questi argomenti sembra però cogliere il nocciolo della vera crisi della democrazia che, a nostro avviso, sta in un fenomeno molto paradossale: ed è il fatto che, in specie dopo la fine della guerra fredda, i meccanismi democratici hanno teso a portare al potere nei paesi occidentali gruppi dirigenti ed élite che hanno promosso politiche suicide, economicamente e culturalmente contrarie agli interessi, alla cultura ed alle identità delle loro stesse nazioni e popolazioni (oltre che – di conseguenza- a quelli dell’Europa e dell’Occidente nel loro insieme).

Negli ultimi decenni abbiamo assistito in Occidente all’egemonia di élite messianiche globaliste (tipica quella dei “neo-cons” e quella dei “woke” americani) che hanno cercato di imporre dall’alto politiche suicidarie sotto la veste di ideologie “iper-democratiche” e “ultra-liberali” al mondo intero.

All’interno dei paesi occidentali hanno cercato (e stanno tuttora cercando) di produrre una vera rivoluzione culturale. Tale è stato – ed è- il tentativo di fare dell’ideologia woke politicamente corretta, con il suo ethos ed il suo pathos auto-denigratori ed auto-flagellatori, un pensiero unico obbligatorio da imporre alla popolazione dei concittadini occidentali considerati “retrogradi” e “deplorevoli”. Quel pensiero unico sarebbe -nelle intenzioni dei chierici neo-rivoluzionari occidentali- il cemento ideologico che salderebbe insieme un nuovo blocco di potere, politicamente diretto dalle sinistre mondiali (con in testa quella americana) e un nuovo “blocco sociale” costituito  dalle varie minoranze etniche (soprattutto quelle immigrate), sessuali e di genere, a cui si aggiungerebbero gli attivisti dell’ambientalismo radicale catastrofista e quelli (spesso violenti) variamente “alternativi” e “antagonisti”.

È evidente il carattere suicidario di questa rivoluzione culturale mirante (talvolta anche dichiaratamente come la cosiddetta “cancel culture”) a distruggere in Occidente non solo le tradizioni culturali nazionali e popolari euro-occidentali, tra cui il sentimento nazionale e la religione cristiana, ma anche istituzioni universali come la famiglia, la scienza, la logica ed il buon senso.

Quella rivoluzione culturale sta cercando di imporre dall’alto ai concittadini con la forza dello Stato e dei maggiori centri di potere mediatico una paccottiglia di assurdità, la Grande Menzogna “woke” e “green”, che ha tutti i caratteri di una nuova religione millenarista basata sul “credo quia absurdum” e che preconizza vero suicidio culturale e politico.

All’esterno le élite neocon e woke hanno cercato di “esportare la democrazia” (in realtà il potere della sinistra dem americana) in ogni angolo del pianeta e con ogni mezzo.

Lo hanno fatto (e continuano a farlo) sia con le cosiddette “rivoluzioni colorate”, messe in scena soprattutto nei paesi ex sovietici (tra cui la Georgia e l’Ucraina) che sono state veri e propri colpi di stato di piazza, ispirati e sostenuti dalle diplomazie occidentali che hanno costituito e poi mobilitato associazioni anti-corruzione e per la difesa dei diritti umani e delle minoranze. Lo hanno fatto con le cosiddette “primavere arabe”, con “interventi umanitari” (come quello della Nato in Serbia e in Libia), o con guerre, anch’esse “umanitarie”, talvolta dirette (come quella in Iraq), talaltra per procura (come deve essere considerata quella in Ucraina).

Anche questa politica estera delle élite occidentali di sinistra ha avuto caratteri evidentemente suicidari: ha indebolito l’Occidente e tutte le nazioni che lo compongono non solo e non tanto sotto l’aspetto dell’ “hard power”, ma anche e soprattutto su quello del “soft power”: il suo prestigio nel mondo, la sua credibilità, il suo carattere di modello. Oggi l’Occidente viene visto dai non occidentali come un modello negativo da cui dissociarsi: non una terra di opportunità e di libertà, da imitare, ma un oggetto di dileggio, di disprezzo e di rapina.

E’ ovvio che una democrazia che seleziona, attraverso il voto popolare, élite che producono politiche anti-nazionali, anti-popolari, auto-lesioniste e suicide, è un regime auto-contraddittorio e, quindi “in crisi”.

La contraddizione è tanto evidente da offrire agli ideologi delle autocrazie autoritarie un argomento fortissimo che dimostrerebbe la superiorità di queste ultime che, invece produrrebbero gruppi dirigenti  che difendono gli interessi nazionali e popolari molto meglio di quanto non facciano le democrazie liberali occidentali.

Gli USA sono stati nell’ultimo quindicennio il terreno di cultura ed il centro di diffusione mondiale delle ideologie suicidarie dell’Occidente: da quella neocon a quella politicamente corretta e woke, a quella green. Ma con l’elezione di Trump, hanno improvvisamente e decisamente invertito quella perversa tendenza suicidaria occidentale Il popolo americano si è evidentemente reso conto che quelle politiche miravano ad una sostituzione demografica, etnica e culturale della popolazione e della sua identità culturale, allontanavano gli USA dalla loro identità liberale, democratica e meritocratica, stavano bloccando la sua economia, impoverendo i ceti medi e popolari. Inoltre esse stavano dividendo la società americana attraverso linee di faglia etniche, sessuali, di genere e cultural-religiose, riportando in auge i conflitti interni per i quali il sistema liberal-democratico ha rappresentato per secoli la soluzione dell’eguaglianza formale di tutti i cittadini. Quelle politiche infine stavano disintegrando la società lungo linee tribali premoderne che rischiavano di portare ad una serie di guerre civili interne.

Il popolo americano sembra avere avuto una crisi di rigetto verso le élite neocon e woke americane e verso il nichilismo decadente importato dall’Europa con le ideologie rivoluzionarie neo-giacobine (dal neo-marxismo culturale gramsciano e francofortese al decostruzionismo postmodernista e foucaultiano). Non a caso si tratta di ideologie che celano al loro interno una radicale ostilità per la propria civiltà e la propria cultura, un “gran rifiuto” gnostico per la stessa realtà esistente, un “patologico odio di sé dell’Occidente”, una paradossale “oicofobia”. Il popolo americano ha democraticamente pronunciato un sonoro “no” a questa demoniaca pulsione autodistruttiva (importata dall’Europa).

È arrivato così Trump che su mandato popolare sta già smantellando regole, lacci e lacciuoli, costruite nell’ultimo ventennio dalle élite gnostiche neocon e woke euro-americane dimostrando al mondo che la democrazia americana è viva e vegeta e sa reagire a quegli intellettuali “rivoluzionari” che tentano di “suicidare” l’America.

L’Europa, invece, almeno ai suoi vertici bruxellesi, non sembra disposta ad intendere la lezione americana e sembra voler continuare sulla vecchia strada della transizione verde e del suicidio economico e culturale, come dimostrano le dichiarazioni di Ursula von der Leyen: “La transizione (verde) deve andare più velocemente” – ha detto di recente, in implicita polemica con Trump, a Davos, incurante del fatto che sia ormai chiaro a tutti che quella “transizione” colpisce le industrie automobilistiche e le intere economie europee, il proletariato ed i ceti medi europei, a tutto vantaggio degli interessi cinesi. Nel frattempo a Bruxelles si continua allegramente ad approvare sempre nuove regole sulla linea “woke” della diversità e dell’inclusione.

In definitiva, la t\endenza suicidaria della democrazia occidentale, mentre viene arrestata e invertita negli USA da Trump, continua in Europa, soprattutto ad opera delle istituzioni dell’UE che, non a caso, sono organismi burocratici, non eletti.

Eppure i commentatori “mainstream” europei ed italiani stanno ripetendo come un mantra che l’elezione negli USA di Donald Trump rappresenterebbe un “pericolo per la democrazia”. Una democrazia – per loro- è autentica e sana solo se porta al governo i “progressisti” fautori di una suicidaria corsa verso il nulla.

Viene il sospetto che sia proprio questa mentalità la vera causa della “crisi della democrazia”.

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  • Redazione

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