
di Marco Pugliese
L’Italia, questa volta, si fa trovare preparata. Gli Stati Uniti giocano la solita partita ciclica, alternando sussidi e dazi, ma stavolta non siamo qui a subire in silenzio. Abbiamo capito come funziona (anche se quest’analisi i media non ve la raccontano): i democratici spalmano sussidi alle loro imprese con la scusa della sostenibilità e dell’innovazione, i repubblicani alzano barriere doganali contro chiunque li minacci sul piano industriale. Cambiano le facce, ma il risultato è lo stesso: il conto lo pagano i Paesi terzi.
Facciamo degli esempi. Con Biden, il grande piano dell’Inflation Reduction Act ha scatenato una pioggia di miliardi sulle imprese americane dell’energia verde e dei veicoli elettrici. Una manna per loro, un problema per noi: le aziende italiane che esportano componenti o che cercano di competere sui mercati globali si trovano fuori gioco, strangolate da una concorrenza che non gioca ad armi pari. E poi c’è stato Trump, che nel 2018 ha colpito acciaio e alluminio con dazi pesanti, giustificati come “sicurezza nazionale”. Tradotto: un colpo diretto anche ai produttori italiani, che hanno visto chiudersi le porte di un mercato fondamentale. Una ripicca USA a causa del pasticcio Airbus (dove l’Italia fu marginale).
L’ingresso della Cina nel WTO, voluto dagli Stati Uniti nel 2001, è stato un errore strategico che ha destabilizzato l’economia globale. Il risultato è stata la deindustrializzazione di molti settori occidentali, con crisi economiche e perdita di posti di lavoro. Gli USA hanno tentato di rimediare con dazi e sussidi.
Ma questa volta l’Italia ha agito per tempo, certo scommettendo forte su Trump, scommessa vinta. Abbiamo lavorato per proteggere il nostro agroalimentare, colpito dai dazi americani durante la disputa Airbus-Boeing, difendendo prodotti come vino e formaggi sui tavoli negoziali. E abbiamo cercato di rafforzare il nostro posizionamento in settori strategici come l’automotive e le tecnologie verdi (oggi incide da Trump), puntando su accordi bilaterali con gli Stati Uniti. Perché si sa, gli americani preferiscono trattare con i singoli Stati: è più facile, più rapido, meno vincolante. E qui sta il nostro margine di manovra.
Questa capacità di muoversi da soli non significa tradire l’Europa, ma salvaguardare i nostri interessi. Perché l’UE, oggi, è ignorata dagli Stati Uniti e priva di alternative di dialogo con Cina e Russia. L’Italia ha capito che non può aspettare Bruxelles (ed era ora): meglio negoziare direttamente con Washington e portare a casa quello che si può. Non è un gioco semplice, ma è l’unico possibile. E stavolta, almeno, non siamo in ritardo sulla partita.
Uno dei pochi a ragionare su questa ciclicità degli USA è il professor Sapelli di Fondazione Eni Enrico Mattei. L’unico che ha spiegato in televisione come funziona la macroeconomia che regola il sistema mondiale dal 2001.





