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LA CINA È IN DIFFICOLTÀ?

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di Paolo Falconio*

L’ economia cinese dà segnali di difficoltà dovute a vari motivi. In primis le politiche americane protezionistiche hanno cominciato a dare i loro frutti, poiché il mercato USA era fondamentale per l’economia di Pechino. Anche l’Europa, al di là della postura americana, ha mutato atteggiamento e in primis la Germania che nel mercato auto, dopo un exploit di esportazioni ha visto cannibalizzate le proprie tecnologie e ora vede in quel comparto le industrie cinesi altamente competitive a scapito della propria industria di settore (c’è anche ovviamente il problema del costo dell’ energia, ma non risolverebbe il problema rispetto all’auto cinese).

Non è un caso che la Cina abbia notevolmente incentivato la sua attività commerciale nell’estero vicino che tuttavia non compensa i due principali mercati mondiali. Fattore altrettanto importante è che le politiche interne di Pechino non si stanno rivelando adeguate. Precisamente le politiche per contrastare la disoccupazione giovanile che è rimasta alta, il piano per aumentare i consumi interni che si è dimostrato del tutto insufficiente e infine l’ingerenza del partito sulle start up per aumentare il dirigismo politico sull’economia si sta rivelando fatale. In ultimo una bolla immobiliare congelata, ma non risolta.

Secondo molti economisti le stime realistiche di crescita dell’economia cinese sono ben lontane dal 5% dichiarato, ma pare si attestino al 2/2.5%. Un dato che va letto con un processo deflattivo in atto che non è mai un indicatore positivo e che segnala una economia che non possiamo definire stagnante, ma sicuramente e fisiologicamente lontana da quella crescita “boom” che eravamo abituati a vedere. Tra l’ altro c’è l’episodio di un banchiere cinese che durante un evento a Washington ha confermato quanto sopra dichiarando che i le stime fornite dalla Cina sarebbero non affidabili e andrebbero diminuite di una buona metà.

Il fatto ha suscitato l’ ira di Xi jinping. Probabilmente quel banchiere non lo vedremo più nei convegni internazionali. Intendiamoci la Cina è ancora la fabbrica del mondo. Un dato per tutti il 50% della cantieristica navale civile mondiale è cinese e in molte tecnologie è all’avanguardia e quindi rimane l’interlocutore più minaccioso per Washington che lavora alacremente per il suo contenimento. Non so se ci sia da augurarsi un periodo di stagnazione (che potrebbe durare anche anni) e il motivo è la questione di Taiwan. Senza creare allarmismi storicamente le potenze in difficoltà tendono a scatenare guerre.

Detto questo non credo che la nuova amministrazione americana voglia il conflitto, piuttosto cercherà una forma di competizione che tracci un perimetro entro il quale la Cina si possa muovere senza minacciare gli interessi americani. La proposta di acquisire il 50% di Tik Tok mantenendo i dati negli USA è emblematica. Rimane da vedere se questo perimetro possa essere accettato da Pechino.

* Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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