
di Carlo Di Stanislao
“Il pensiero, nessuno lo prende molto sul serio, tranne quelli che si considerano pensatori o filosofi di professione. Ma questo non impedisce affatto che esso abbia i suoi apparati di potere – e che sia un effetto del suo apparato di potere il fatto che possa dire alla gente: non prendetemi sul serio perchè io penso per voi, perchè vi do una conformità, delle norme e delle regole, un’immagine, alle quali voi potrete tanto più sottomettervi”
Gilles Deleuze
Forse un giorno il secolo sarà deleuziano, diceva Foucault. Non sono sicuro che la profezia si sia avverata. Nel frattempo sono passati 100 anni dalla nascita di Gilles Deleuze. Il successo clamoroso del suo pensiero è stato anche una reazione al linguaggismo della filosofia: il piacere perverso dei professori che riducono gli affari della vita a questioni di parola, come se le cose essenziali fossero davvero custodite dentro i discorsi, da smontare e analizzare per farne uscire altri discorsi da smontare e analizzare a loro volta, in un gioco di specchi e interminabili rimandi che mette i segni al posto delle cose e preferisce guardare il dito invece della luna che il dito indica. Effettivamente la filosofia accademica, oggi come ieri e come domani, è fatta così: si decanta dentro i libri come il vino nella feccia, perdendo di vista le esperienze su cui i libri dovrebbero pur dirci qualcosa.
Il segno della tragedia ha accomunato negli anni molte figure di spicco del pensiero filosofico francese. Michel Foucalt morì di Aids, mentre il pensatore marxista Louis Althusser, dopo aver ucciso la moglie, terminò i suoi giorni in una clinica psichiatrica. Poi fu la volta di Gilles Deleuze, morto suicida dopo una lunga malattia.
Nato nel 1925, Deleuze fu allievo di Jean Hyppolite e viene unanimemente considerato uno dei maggiori promotori della riscoperta del pensiero di Friedrich Nietzsche. Pensatore indubbiamente creativo, egli impostò la sua riflessione sui concetti di “ripetizione” e “affermatività”, contrapposti ad “alienazione” e “negatività”.
La ripetizione è nei suoi lavori una modalità epistemica positiva che non può essere riferita ad alcuna origine ma, al contrario, ne nega l’esistenza. Di qui la conclusione che non ha senso presupporre l’origine quale principio positivo rispetto al quale la ripetizione si manifesterebbe come manchevolezza e negatività. Ecco quindi la riscoperta della ripetizione nietzschana che, con la teoria dell’eterno ritorno, investe direttamente il piano ontologico.
In tale teoria è l’essere stesso che si ripete, ma si tratta di un essere ben diverso da quello della metafisica classica: si afferma, infatti, proprio nel divenire senza porsi alla stregua di fondamento.
Partendo da queste premesse, Deleuze rilevò che Nietzsche aveva ragione ad affermare che la cultura occidentale è in buona misura prigioniera di una gerarchia metafisica astratta, secondo la quale al vero essere va attribuito il carattere dell’originarietà; se si accetta tale punto di partenza la ripetizione è, per l’appunto, negativa e manchevole.
Uno dei tratti ritenuti più interessanti del pensiero di Deleuze è il trasferimento di queste tesi in ambito psicoanalitico. Egli sottolineò infatti che la summenzionata gerarchia metafisica si riscontra in modo evidente nella psicoanalisi. Ad esempio, nel mito di Edipo il desiderio è totalmente negativo, mentre il filosofo francese attribuiva al desiderio stesso una dimensione positiva. Ad esso deve essere riconosciuta una valenza autonoma nei confronti dei modelli culturali in cui i soggetti crescono.
È opportuno notare, allora, che la fama di Deleuze non è rimasta confinata entro i confini francesi ed europei.
La sua opera è diventata un punto di riferimento costante per quei pensatori americani che, come Richard Rorty, hanno sostenuto la necessità di superare la contrapposizione tra la tradizione analitica diffusa nell’ambiente culturale anglosassone e la filosofia “continentale”. Assieme a quella di Foucault e Derrida, l’opera di Deleuze è insomma diventata un punto di snodo essenziale del recente incontro fra tendenze post-heideggeriane, pensiero post-marxista e teorizzazione post-analitica.
Sarebbe comunque riduttivo nominare Deleuze senza far cenno all’impatto che le sue idee hanno avuto in ambito sociale e politico. Egli è infatti considerato uno dei principali ispiratori del ‘68, e già questa breve frase fa capire che si tratta di un punto di riferimento – tanto positivo che negativo – per un’intera generazione. Per comprendere sia pure per sommi capi il ruolo svolto da Deleuze negli anni della contestazione occorre, ancora una volta, rifarsi a Nietzsche.
Nel filosofo tedesco egli vedeva l’anti-dialettico per eccellenza, colui che poteva definitivamente smascherare le tendenze reazionarie tanto dell’idealismo di stampo hegeliano, quanto del marxismo-leninismo ortodosso che costituiva la filosofia di stato dell’Unione Sovietica.
Il compito vero della filosofia non consiste quindi nella ricerca di un’impossibile unità, quanto nell’esaltazione della “differenza”. Essendo le visioni del mondo molteplici sia a livello soggettivo che sociale, il filosofo deve farsi portatore di tale molteplicità. Creatività e politica possono allora entrare in contrapposizione e, non a caso, i libri di Deleuze hanno avuto successo in quella variegata area denominata “Autonomia”.
Non è difficile comprendere da questi brevi cenni che ci troviamo di fronte ad un autore controverso, oggetto di passione ma anche di risentimento.
Se vuol essere radicale, il pensiero deve saper attraversare la contemplazione del nostro luogo di provenienza. Ma in una società del controllo dove siamo maestri nell’arte di tenerci d’occhio l’uno con l’altro, il mondo non sta da nessuna parte. E il secolo non è ancora deleuziano.
E radicale, l’ultimo radical chic degno di nota, è stato Furio Colombo, giornalista e politico, raffinato deleuziano, analizzatore di parole che avrebbero voluto descrivere i fatti rischiando invece di avvolgerli nell’ombra del non compreso.
Mancato a 94 anni il giornalista che fu anche ad della Fiat in America e uomo ombra dell’avvocato Agnelli, dovrebbe essere ben studiato da i
molti che blaterano oggi a sproposito di radical chic, nell’accezione di chiunque si metta la mano davanti alla bocca tossendo e magari non voti nazista, e sia pure gravato da mutui trentennali.
A km zero dall’originale definizione by Tom Wolfe, dunque non si sa se pantere nere in salotto ma nel caso allevate a terra tra Park Avenue (case dell’Avvocato, istituti di Cultura, Rai international, negozio Brooks Brothers), Colombo è stato l’ultimo alfiere di quella fantastica e complicata filiera e famiglia che intrecciava la Fiat, possibilmente sede di New York; Capalbio quando era ancora Capalbio, praticamente la Mar a Lago di Repubblica.
E poi La Stampa (con interscambio tra corrispondente di Rep e rappresentante Fiat, con differenze minime tipo tra console generale e nunzio apostolico), e poi una spruzzata di parlamento, quando essere deputati era ancora qualcosa, contessa. E la cattedra alla Columbia, e l’ultima intervista a Pasolini. E un salto a Palermo per il Gruppo ’63.
Atlantismo affinato in barrique, un Rampini senza bretelle, un Alain Elkann meno soft, un Gianni Minà aziendalista, un proto Antonio Monda senza gli squisiti manicaretti della moglie Jacqui ma con carica di ad Fiat Corporation!
Con quella vocina poteva dire ciò che voleva e pure in un assurdo accento italiano che coltivava con snobismo.
Poi tanti libri, sull’America naturalmente e sull’essere ebrei e sull’Avvocato, ma pure certi romanzetti con pseudonimo, di “Marc Saudade”. Direttore dell’Istituto di Cultura sempre a New York, una spruzzata di populismo partecipando all’avventura del Fatto Quotidiano, naturalmente odio per Berlusconi prima antropologico ed estetico che politico, poi traslato su Meloni “antisemita”; naturalmente direttore dell’Unità quando l’Unità era l’Unità, contessa.
Rivalità per altri umani di fascia alta che condividevano destini simili tipo Jas Gawronski. Torinese, nato a Chatillon in Val d’Aosta, liceo d’Azeglio, vittima di perfide battute dell’Avvocato, che lo definiva “chioccia pakistana” e altri nomignoli, ma ne valeva la pena. Maestro di aneddotica insuperabile. Per esempio. Compleanno dei 30 anni, all’hotel Nacional dell’Avana. “Venne Che Guevara e ci scarrozzò su un’automobilaccia americana. Con me c’erano Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Françoise Sagan, venuti a festeggiare il primo anniversario della rivoluzione cubana”.
Però poi tanti Kennedy, un Kennedy non mancava mai nell’impasto di questo incredibile attraversatore del Novecento più sartoriale e agnellesco, quando la Fiat era ancora la Fiat, contessa).
Anche, passa il mitologico concorsone Rai dei talenti con Umberto Eco e Gianni Vattimo del ‘54 (un po’ come Telemeloni insomma), e poi alla Olivetti, poi la Stampa, l’abbiamo detto, poi ad della Fiat in America. Che mondo, contessa. Naturalmente una moglie americana, Alice Oxman.
Capalbio come Martha’s Vineyard: nel 2016 un editoriale sul Fatto di Nicola Caracciolo, principe e ambientalista: “Ringrazio Furio Colombo per la chiara esposizione dei problemi relativi all’ installazione di 50 migranti a Capalbio”. Secondo Giovanna Nuvoletti solo Caracciolo (Nicola) e Colombo (Furio) potevano fregiarsi di titolo di Veri Signori Capalbiesi. Di radical chic così non ne fanno più, contessa.





