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ZUCKERBERG: CENSURA SI, ANCHE NO

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Censura si, ma anche no!

            Un argomento tornato decisamente alla ribalta negli ultimi giorni è quello della censura. L’annuncio di Mark Zuckerberg, proprietario di META, Facebook, Instagram e Whatsapp, ovvero della maggioranza dei servizi social utilizzati al mondo, di rivedere le sue politiche di censura, merita una attenzione particolare e un esame dettagliato. L’impero di Zuckerberg da tempo viene accusato di esercitare una selezione precisa, orientata politicamente ed ideologicamente, delle notizie postate. La attivazione di un vero e proprio servizio di censura dal suggestionevole nome di fact-checker, in quanto ufficialmente giustificato con la ricerca di verificare i fatti esposti sui social, sottolinea l’importanza assegnata al tema. Da subito era evidente che l’operato di questo servizio, lungi dal limitarsi ad una verifica epicritica dei fatti, estendeva la selezione ad opinioni ed idee, mostrando un preciso allineamento alla ideologia “woke” americana, sostenuta dalle amministrazioni Clinton Obama e Biden e finanziata da gruppi di interesse di il finanziere Soros rappresenta la punta dell’iceberg. Questa ideologia, basata su una estremizzazione di valori come ecologia e non discriminazione per sesso e religione, negli ultimi decenni ha sviluppato una progressiva deriva sempre più assolutista e intollerante. Si è arrivati alla negazione attiva delle differenza culturali mondiali, al contrasto attivo ad ogni valore storico e filosofico radicato nella cultura Europea, alla creazione di un diffuso senso di colpa postcoloniale con una immunità sostanziale, politica e filosofica di tutto quanto proviene dal mondo musulmano. Il tentativo di sottomettere le maggioranze popolari europee al dettato di alcune specifiche minoranze man mano individuate, ne costituisce la bandiera. L’insieme di questo ha dato vita ad un filtro di censura molto stretto, a volte incomprensibile e persino rasente il ridicolo. La repressione e manipolazione fisica e mentale delle donne nel mondo musulmano viene taciuta, mentre anche minime critiche al mondo “woke” vengono cancellate in modo istantaneo. Ora Zuckerberg, evidentemente attento ai cambiamenti della sensibilità politica del suo paese di origine, gli Stati Uniti, con una azione d’imperio possibile solo in una nazione libera, ovvero sfruttando i diritti che proprio la sua azione tentava di reprimere, licenzia i suoi fact-checker ed ammette candidamente di essere stato costretto a questa censura dalla amministrazione Biden, seguace della religione woke e del politically correct a tutti i costi. Potrebbe sembrare la solita operazione di allineamento politico per nulla sorprendente per chiunque abbia una minimo di conoscenza della natura umana, ma l’evento è tanto repentino dopo una repressione woke e un indottrinamento propagandistico tanto pesanti, che nasce la necessità di un approfondimento.

            Nella storia del mondo la censura non è certo un argomento nuovo, anzi! Già nelle tribù cavernicole il capo di turno ne faceva uso, forte della sua clava. Ricordiamoci che persino nella nobile Antica Grecia, culla della democrazia e della filosofia, vediamo Socrate condannato a morte perché accusato di diffondere idee “dannose ai giovani”. Le ragioni sono sempre banalmente le stesse: nella sostanza la protezione di un potere costituito, quello che esercita o impone la censura, per reprimere il dissenso. Le ragioni della censura vengono sempre presentate con argomenti condivisibili da tutti, affermando la necessità di “tutelare” la popolazione da notizie false, tendenziose o delinquenziali. Il tutto immerso in un’aura di “educazione popolare”. Il potere e l’ideologia dominanti ritengono di dover portare tutti gli uomini su un solo piano di ragionamento, una sola visione del mondo, un solo schema compartimentale. Il “Bene di Tutti”, quale anche questo sia nella interpretazione di volta in volta diversa prevalente al momento o semplicemente concentrato nel mantenimento del potere costituito, diventa il “Bene Collettivo” che si pone moralmente al di sopra del “bene individuale”, visto come settario, parziale, sostanzialmente pericoloso al Bene Collettivo. Questo spirito missionario ugualizzante e normalizzate si veste ovviamente di propositi nobilissimi, anche essi di volta in volta diversi, ma strutturalmente simili: si vuole arruolare tutti in una stessa ed unica squadra e controllare con efficacia che nessuno si ponga al di fuori. Una volta era la salvezza dell’anima, oggi è la salvezza del pianeta, una volta era la Volontà di Dio, oggi sono Democrazia e Uguaglianza, una volta era il volere dei un Re, oggi è la Non Discriminazione, una volta era proteggere il popolo dai delinquenti, oggi è tutelare i diritti dei delinquenti, ma quale anche sia la spiegazione, il risultato resta uguale: un piccolo gruppo arriva al potere, sviluppa una propria visione del mondo e nel bene o nel male la impone a tutti quelli che riesca a raggiungere. Lo applica con la forza ai propri sudditi e con la propaganda ai sudditi altrui, nella speranza di conquistarli ed estendere la propria zona di influenza. Le religioni monoteiste per loro natura sono avvantaggiate in questo processo, essendo addestrate al concetto avendo dichiaratamente a disposizione un solo Dio a cui ricondurre tutti gli uomini, ma le ideologie politiche non sono da meno, che si riferiscano al loro fondatore o al potentato di turno: Padre della Patria, Piccolo Padre, Duce, Grande Timoniere o quant’altro venga in mente.

            Ora indubbiamente uno degli strumenti principali e fondamentali per raggiungere questo obbiettivo di dominio è la censura. La Treccani definisce la censura come “l’esame da parte dell’autorità pubblica od ecclesiastica degli scritti (…) da pubblicarsi”. Indica altresì in generale atti finalizzati a restringere la espressione e diffusione di azioni e affermazioni ritenute dannose dai superiori, come per esempio le idee ritenute eretiche dalla chiesa o dannose al potere costituito. In sostanza “censura” indica un atto contrario alla possibilità di esprimere e diffondere una opinione da parte di un cittadino, esercitata da un potere pubblico (Stato) o da un potere privato (chiesa, società di informazione, editori, televisioni, ed infine social).

            Ogni volta che lo Stato, la Comunità, il collettivo viene messo in posizione superiore al singolo, le libertà personali si riducono e la censura aumenta, al contrario ogni volta che le libertà civili guadagnano terreno, la censura diminuisce. E’ infatti è sopratutto con i grandi movimenti di pensiero del settecento che emerge la volontà precisa di spostare l’asse del potere dalla imposizione normalizzante centrale collettiva, verso quell’insieme di diritti e libertà che poi prenderà forma concreta nelle varie “Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo”. Questi prendono una prima forma legale e vincolante per il potere costituito con due atti fondamentali: 1. Il primo Emendamento (1787) alla Costituzione americana: “Il Congresso non potrà fare alcuna legge che stabilisca una religione di Stato o che proibisca il libero esercizio di una religione; o che limiti la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente, e di rivolgere petizioni al governo per la riparazione di torti.” e 2. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo preambolo della prima Costituzione Francese Repubblicana del 1793: “Art. 7. – Il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, sia con la stampa sia in tutt’altra maniera, il diritto di riunirsi pacificamente, il libero esercizio dei culti, non possono essere vietati. “

            Si vede che queste affermazioni sono tassative, indiscutibili, sottratte ad ogni arbitrio politico e poste in cima all’articolato dei diritti civili: ogni cittadino in possesso delle sue facoltà mentali e non interdetto può liberamente esprimere le sue opinioni senza che possano essere giudicate, vietate o selezionate per il loro contenuto. Una affermazione chiara, tassativa.

La Costituzione della Repubblica Italiana recepisce il concetto all’art.21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” A dire il vero, e si nota che la Costituzione italiana segue di quasi due secoli quelle originali prima citate, emergono delle limitazioni, prima assenti e verosimilmente da ricondurre alla allora recente esperienza bellica: “Si può procedere a sequestro (dello scritto) soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. “. Nella sostanza si torna a lasciare aperta una porticina secondaria alla censura, dando la possibilità al legislatore ed ai giudici di limitare la libertà di espressione. Era infatti emerso un problema: la possibilità dell’uso propagandistico, della modificazione mirata, dell’uso coordinato e ragionato della libertà di parola al fine di influenzare e manipolare le opinioni dei cittadini e in tal modo la struttura stessa della democrazia.

            A questo punto è bene notare un fatto importante per comprendere certe differenze tra gli Stati Europei e gli Stati Uniti d’America. Tutti i testi costituzionali europei sono stati nel tempo variati, aggiornati o addirittura radicalmente cambiati nel tempo. Dallo Statuto Albertino l’Italia è arrivata alla Costituzione odierna, la Francia è alla “Quinta Repubblica” con due Imperi ed un Regno in mezzo. La possibilità di cambiare e adeguare l’articolato costituzionale è ormai prevista nello stesso testo, e questo apre la possibilità di adeguare il testo originale a nuove esigenze, ma anche di manipolarlo in osservanza al sentimento politico ed ideologico del momento. La Costituzione Americana non ammette questa facoltà: è per sua natura intoccabile. Ecco perché le nuove esigenze trovano spazio non già in un adeguamento dell’articolato originale, ma nei cosiddetti “emendamenti”, elementi aggiuntivi che affiancano la costituzione e ricevono da questa una stabilità non concessa alle normali leggi dello Stato.

            La cosa non è di secondaria importanza. Dopo la guerra nei paesi sconfitti vennero emesse leggi che vietavano la espressione di opinioni che potessero appoggiare o sostenere le ideologie sconfitte. Se in Italia il rispetto dei diritti costituzionali permise di vietare solo la ricostituzione del Partito Fascista come atto organizzativo, non toccando invece la libera espressione di opinioni personali, anche se favorevoli alla ideologia del ventennio, in Germania il solo possesso di testi allineati alla ideologia del tempo o prodotti nel periodo prebellico, costituisce a tutt’oggi reato se non espressamente autorizzato per motivi di studio. Venne infatti costituito uno speciale corpo di polizia, detto a “tutela della costituzione”, finalizzato a identificare e reprimere ogni espressione di idee, anche personali, a supporto della ideologia prebellica. Indubbiamente la gravità dei fatti era stata giudicata tale da giustificare queste azioni.

            Negli ultimi anni la diffusione di una certa ideologia del politically correct, che ritiene necessario non solo vietare le azioni, ma anche le parole ritenute discriminatorie, ha ripreso questo retaggio postbellico per sfruttarlo a proprio vantaggio e giustificare una progressiva estensione delle limitazioni. In Germania molti ritengono che ciò sia già avvenuto e sia in atto una vera e propria schedatura di tutti coloro che esprimono opinioni contrarie o critiche ai dettami morali prevalenti come ecologia, COVID, cambio climatico, non discriminazione, tutela della minoranza religiosa musulmana e così via. Ai cittadini residenti all’estero viene spesso negata il diritto di voto attivo, con la scusa di non conoscere le realtà del paese, se colpevoli avere espresso sui social opinioni non gradite ed alle persone naturalizzate tedesche è possibile revocare la cittadinanza.

            Nella democratica Inghilterra il governo Starmer ha favorito una linea dura, con condanne anche pesanti fino a 18 mesi di reclusione effettiva contro persone che avevano espresso opinioni non allineate e non gradite sui social, con la imputazione di fomentare forme di discriminazione. E’ di questi giorni lo scandalo delle “grooming gang“, ovvero vere e proprie bande organizzate di uomini che, con il complice silenzio degli organi di assistenza sociale pubblici, violentavano bambine prepuberi. Pare che la cosa andasse avanti da anni e ne siano state vittime più di mille bambine assistite dai servizi sociali. Un silenzio, così recita il terribile sospetto, indotto dalla paura e minaccia di esser giudicati razzisti o islamofobi in quanto gli uomini erano tutti pakistani di fede musulmana e le bambine di origine inglese bianca.

            Sotto il profilo legale la Francia, forte della sua indiscutibile tradizione rivoluzionaria, è forse il paese europeo con la più ampia conservazione della libertà di parola e manifestazione, come abbiamo visto nelle recenti proteste, concluso col il tanto clamoroso quanto da noi taciuto successo dei protestanti!

            L’Italia, paese cattolico e ufficialmente più legato e vincolato a precisi valori morali, ma tradizionalmente molto amante delle libertà individuali, temprato in più di mille anni di dominio straniero, la libertà di parola è sostanzialmente conservata, anche se i tentativi di restrizione sono sempre all’ordine del giorno. Dopo la già citata legge Scelba che limita gli atti politici di aggregazione ma salva la libertà di parola, abbiamo avuto la legge Mancino, che – seppur con indiscutibili ragioni ideali – pur sempre reintroduce il delitto di opinione. Si è arrivati così al tentativo – fallito – della legge Zan, anche qui sostenuta da ragioni anche condivisibili, ma che avrebbe aperto la porta ad un contenzioso ingovernabile con denunce basate sulla mera ideologia o addirittura di natura vendicativa.

            Di contro negli Stati Uniti è di fatto impossibile impedire la libera espressione della parola, in quanto tutelata da un emendamento irrevocabile. Si utilizzano strumenti di pressione morale e sociale, come del resto da noi, ma nessuno può essere condannato per esprimere idee allineate al Ku Klux Klan o alla rivoluzione culturale di Mao. Qui l’unico mezzo a disposizione della amministrazione statale è il governo dei mezzi di comunicazione, tramite pressioni e norme, spesso di natura economica. E qui entrano in scena i social. Governare la stampa tradizionale in un paese grande e multiforme come sono gli Stati uniti è praticamente impossibile, ma il fatto che i nuovi mezzi di comunicazione informatica, i social, siano di fatto concentrati in poche mani, con la creazione di un oligopolio di fatto, rende questo canale più aggredibile.

            Ecco così concretizzarsi ed emergere il preciso l’interesse, o meglio l’ossessione, degli americani di poter  influenzare direttamente i mezzi di comunicazione di massa. La ammissione di Zuckerberg di avere ricevuto pressioni censorie assume pertanto una gravità notevole, molto superiore che avrebbe in Europa, in quanto negli Stati Uniti svela una azione concentrata e mirata di elusione dei dettami Costituzionali. Inoltre tutto questo appare essere solo la punta dell’iceberg. E’ legittimo immaginare che simili pressioni siano alla base dei sistemi di censura messi in atto, almeno dai tempi della presidenza Clinton in avanti, da tutti i social media. Oltre al raggruppamento maggioritario della galassia di Zuckerberg abbiamo potuto tutti vedere la parabola di X, ex Twitter, che dopo una interferenza diretta nella elezione americana con la cancellazione degli account di un solo lato dell’agone elettorale, ha cambiato nettamente posizione dopo il passaggio di proprietà e la sottrazione all’influenza governativa. Significativo poi il divieto di TikTok da parte della Amministrazione Biden, che, non essendo il social minacciatile e manipolabile in quanto di proprietà straniera, lo ha semplicemente e brutalmente bloccato. In conclusione: la censura sui social media assume un diretto e preciso valore di Censura di Stato, allineandosi in tal modo con le pratiche del medievale Sant’Uffizio, della GeStaPo, della StaSi e del KGB.

            Questo spiega anche la reazione isterica della area “woke” contro la tecnologia Starlink di Elon Musk, dovuta ad una precisa particolarità tecnica del sistema. Già oggi infatti Starlink sarebbe tecnicamente in grado di raggiungere direttamente, senza viaggiare su cavi proprietari o attraverso ripetitori gestiti da un servizio locale a controllo governativo, ogni singolo e normale smartphone dotato di una normale SIM. Il sistema può funzionare in modalità point-to-point, da smartphone a smartphone con tramite del satellite ripetitore gestito indipendentemente ed inaccessibile ai governi locali. Il sistema Starlink permette pertanto un accesso diretto ad internet, alla trasmissione in voce e in testo, capace di eludere ogni tentativo di censura locale e pertanto sottratto alla manipolazione da parte di interessi politici. Nei fatti niente siti internet bloccati in Cina e nei paese arabi, niente social bloccati negli USA, niente giornali russi bloccati in Europa.

            Uscendo con lo sguardo dalla nostra Europa si nota che la libertà di parola non risulta essere un valore molto apprezzato e praticato. Togliendo i pochi paesi raccolti nella ormai superata classificazione di “Occidente Libero”, la libera espressione delle proprie opinioni non solo non è un diritto praticato, ma spesso anche ritenuto ufficialmente e consensualmente irrilevante. Nella visione cinese confuciana dello Stato, l’opinione individuale ha valore solo ed esclusivamente se finalizzata al bene dello Stato, e come tale va giustamente repressa e limitata se non conforme. Non è un problema di Partito Comunista, ma di plurimillennaria cultura. Non parliamo poi della novità della seconda metà del secolo scorso: la rinascita della concezione religiosa dello Stato. La infausta decisione di Jimmy Carter di disfarsi dello Shah di Persia, quando questi decise di voler gestire in autonomia il proprio petrolio, aprì la porta alla presa di potere degli Ayatollah in Iran, con tutte le nefaste conseguenze di terrorismo mondiale che ne sono derivate e derivano. Del resto è del tutto giusto e normale che uno stato teocratico monoteista non può vedere nella opinione individuale un valore da tutelare, anzi! Sarebbe come pretendere che il Papa lasciasse libertà di interpretazione delle Bibbia ai singoli fedeli!

            In sostanza la censura emerge dalla Storia come stato normale e spontaneo delle cose.      Vedere nella libertà di esprimere le proprie idee un diritto fondamentale e un valore civile è e resta una singolare e unica conquista dell’illuminismo Europeo e ne segue le alterne fortune. Conservare tale libertà non è pertanto un fatto automatico, naturale, ma il risultato di azioni continue, attive, specifiche e mirate. I fisici direbbero che lo “stato stabile” è la censura, quello “labile” la libertà di parola.

            Quanto sia difficile anche per ordinamenti seriamente interessati a salvaguardare le libertà personali, come quello italiano protetto da una Costituzione molto chiara in merito, lo dimostrano diversi fatti degli ultimi decenni. La tentazione di cadere nella censura è sempre in agguato. Ci sono episodi dai risvolti anche ridicoli, come quando alcuni anni fa per una visita di un ministro della Repubblica Teocratica dell’Iran a Roma, alcuni solerti funzionari coprirono con dei drappi posti a forma di mutanda le parti intime delle statue di marmo dei palazzi e musei romani, sia maschili che femminili, verosimilmente per non indurre in chissà quali pensieri lubrici pansessuali il povero ministro.

            Ma la censura è cosa seria e spesso si serve di mezzi più subdoli per raggiungere i propri scopi. Un esempio di grande attualità è la rete informatica della quale abbiamo già fatto cenno. Per tecnologia e struttura essa è libera, connette tutti e permette di scrivere e parlare gratuitamente e in tempo reale tra persone di tutto il mondo, basta che abbiano accesso ad una connessione di rete. Questo complica l’applicazione della censura e molti governi per esercitare un controllo specifico sulle informazioni. L’arrivo dei social, ovvero piattaforme di scambio di idee e informazioni libere ed immediate, ha esacerbato il problema. Oggi molti governi, anche apparentemente liberali, mettono in discussione il blocco ora dell’uno, ora dell’altra piattaforma, in base alla loro preferenza politica o commerciale. Il blocco della emittente RT Sputnik russa nell’Unione Europea e quello di TikTok disposto dalla amministrazione Biden da domenica 19 gennaio 2025 sono un esempio attuale.

            Non viviamo in una dittatura fascista, comunista o teocratica e pertanto i nostri governi sono chiamati a giustificare questi blocchi. Così per controllare le nostre telefonate chiamano in causa mafia e politici corrotti, per controllare internet le infrazioni ai diritti d’autore e la pedofilia. E’ fuori dubbio che mafia e corrotti a volte parlano al telefono e pedofili e hacker di siti TV tentano di usare la rete per i loro loschi traffici, e questo va impedito. Ma da questo arrivare a vietare siti politicamente sgraditi il passo non dovrebbe essere automatico. Nella realtà in Italia, non fidandoci per la già citata esperienza plurimillennaria, la gente si è generalmente adeguata a misurare le proprie parole al telefono per evitare fraintendimenti. Il livello di fiducia nella magistratura, che parrebbe oscillare tre il 30 e il 40%, suggerisce misure di cautela. Insomma, l’impatto della censura e del controllo dei mezzi di comunicazione sulla nostra vita, è significativo.

            Oltre alla repressione della delinquaenza, si richiama la necessità di combattere le notizie false. O quelle che “incitano all’odio”. Non si capisce bene quale odio, se per discriminazione etnica, sessuale, o dello stile di guida, ma il concetto idealmente suona buono. Combattere notizie false e odiose discriminazioni sui social è di per se ragionevole, ma forse affidare a società private, come i famigerati fact-checker, cosa ca e cosa non va bloccato, è discutibile. Da qui a voler manipolare la nostra mente, le nostre convinzioni, le nostre conoscenze e il nostro orientamento di voto, il passo è breve. Si può manipolare il consenso popolare non solo filtrando ma anche mettendo informazioni. In una democrazia, dove la legittimità del potere costituito deriva unicamente dal consenso popolare, questo è una cosa pericolosissima: chi ha il potere di manipolare le menti, di indirizzare le informazioni, di limitare l’accesso alla conoscenza dei fatti da parte del popolo, rende ipso facto inutile e vana la democrazia, negandone il fondamento stesso.

            La base del concetto di democrazia è che ogni cittadino elettore ha lo stesso diritto di esprimere la propria preferenza politica. Egli pertanto, sotto la propria responsabilità, deve potersi  costituire un’idea, una convinzione, una opinione libera e personale, da usare di volta in volta per la sua scelta elettorale. Questa idea deriverà dall’incondizionato e libero esame di tutte le informazioni a sua disposizione, sarà lui e solo lui a porre le priorità, selezionare le informazioni, decidere dove aderire e dove no. Inoltre i fornitori professionali di informaizoni, come i giornalisti, devono fornire fatti, non proprie opinioni o esegesi. La democrazia si basa sul concetto di una originale e fondamentale fiducia concessa a tutti i cittadini, valida a meno che non si renda colpevole di reato.

            I censori partono invece dall’assunto, vero o falso che sia, che il cittadino non è in grado di costituirsi una sua opinione liberamente, ma necessita di una guida, una selezione preventiva delle notizie da parte di fact-checker che decidono per loro. Sono convinti che il cittadino abbia bisogno di Uno che li guidi, parola per la cui traduzione in latino e tedesco prego il lettore fare uso dei motori di ricerca.

            Che il problema sia molto più grave della banale contrapposizione politica di rito a cui siamo abituati dal teatrino mediatico televisivo è evidente: la selezione operata dai fact-checker e il divieto dei siti web e il blocco di chat e social, esprimono un atteggiamento paternalistico con una azione diretta volta ad impedire al cittadino elettore di costituire una propria idea e favoriscono visioni ideologiche di parte.

            Se si ritiene che il cittadino sia in grado di costituire una propria opinione tanto importante da affidargli la scelta dei rappresentanti che esprimono il potere legittimo di uno Stato, dovremmo anche difendere in ogni modo il suo diritto di avere indiscriminato accesso a tutte le informazioni disponibili, senza alcun filtro o preparazione “mirata” da parte di chicchessia.

            Ritengo giusto e costituzionalmente corretto non filtrare alcuna informazioni, vera o falsa che sia, a meno che sono sia stata giudicata in modo definitivo di matrice delinquenziale da un tribunale. Se mai, nei casi evidenti, è corretto accompagnarla da una contro-opinione, come fatto su alcune piattaforme, aumentando e non restringendo il libero flusso delle informazioni.

            Va ricordato infine che sul lungo periodo ogni censura fallisce. Possiamo ricordare Galileo, ma anche figure storiche colpite dalla “damnatio memoriae” dei successori. Della Regina Hatshepsut vennero cancellati nome e ricordi ovunque, ma la storia l’ha riportata alla sua gloria. Nerone venne dipinto come il peggiore degli Imperatori romani, in quanto nemico dei cristiani, ma la storia moderna ne sta rivalutando la figura. Ci sono periodi in cui si bruciano le streghe e altri in cui i Re danno l’amicizia a Voltaire. Il vero problema non sono le doglie continue della politica del momento, elemento tutto sommato di tensione dialettica e fertile, ma la soppressione o meno dei dati. I veri nemici dell’umanità sono coloro che bruciano le biblioteche, come il vescovo di Alessandria, antesignano dei moderni censori.

            In sostanza il vero quesito che dobbiamo porci è se abbiamo il coraggio di considerare il cittadino un soggetto valido, autonomo, intelligente a sufficienza da costituirsi una propria opinione e tradurla poi in un voto elettorale ponderato, o se vogliamo negare questa facoltà al cittadino ed affidarci ad un piccolo gruppo di Condottieri Sacri, che porta con amore paterno il proprio gregge ignavo da una guerra di “salvezza della pace” all’altra.

            Vogliamo correre il rischio di qualche malfattore sfuggito al controllo capillare del sistema e salvare i diritti di libertà dei singoli, come dicono i filosofi illuministi, o dare preferenza allo Dottrina della Stato, ad un libro, un Dogma la cui giusta interpretazione “autentica” è affidata a pochi, come lo vedono le religioni dogmatiche, i profeti della salvezza del pianeta e Confucio?

            La tecnologia moderna, come ogni tecnologia, ha due facce. Da una parte permette al Potere Costituito un controllo capillare sul cittadino come mai nemmeno sognato da nessuna dittatura del passato. Con i telefonini, il riconoscimento facciale e la moneta digitale si chiude il cerchio del controllo totale, molto oltre quanto immaginato da Orwell, Bradbury e Huxley. Dall’altra parte permette una sempre maggiore diffusione incontrollata e libera delle informazioni. Ritengo che come è stata vana la censura medievale, come ha fallito il Santo Uffizio con Galileo e il KGB non è stato in grado di salvare i Bolsceviki, così alla fine vincerà la libertà della scienza e di conseguenza la tecnologia. Nel lungo periodo la scienza non è vietabile o reprimibile. Sarebbe dunque ora meglio non perdere energie e risorse nella repressione e nella selezione delle informazioni, piuttosto che investire queste risorse nella crescita culturale libera e gratuita del popolo. Scuole e università gratuite ed accessibili a tutti, depurate dalle ideologia politiche o religiose del momento, preparano il cittadino. Una cultura giornalistica dei fatti e non delle opinioni, lo informa. La educazione alla discriminazione, al valore, alla selezione delle notizie e alla valutazione dei fatti lo rende competente. Solo una educazione reale, ampia, che comprenda tutta la storia nell’amore e nel rispetto per i valori culturali di libertà nati in Europa, possono contrastare il vero drago malefico del nostro tempo: la Propaganda.

            Non dobbiamo vietare ma al contrario aprire, fornire, diffondere le informazioni. Se non lo fa lo Stato, che deve (dovrebbe?) seguire le regole costituzionali, lo faranno i malintenzionati. E non illudiamoci: alla fine i “signori del NO”, i “NO tutto”, quelli che camminano con la faccia rivolta all’indietro, gli apostoli della “felice decrescita”, del minimalismo mentale e pratico, i penitenzial-pauperisti, perdono sempre. Il mondo va avanti con o senza di loro applicandovi il noto detto dantesco. Dobbiamo imparare a vivere CON la tecnologia, non CONTRO. Dobbiamo sopravvivere CON i poteri della Stato, non CONTRO. Dobbiamo crescere per poter accettare, metabolizzare e ove necessario contrastare logicamente le opinioni altrui, senza dover demonizzarle, moraleggiando e brandendo come spade barbariche ridicoli legalismi. Si può contrastare l’idea, ma non l’uomo. Oggi invece tendiamo a contrastare l’uomo, visto che le idee latitano.

            Dite che è un sogno irrealizzabile? Probabilmente avete ragione. Ma come disse un noto statista del secolo scorso, la democrazia non è perfetta, ma è il meno peggio di cui disponiamo. Teniamocela allora, combattendo tutte le censure, tutti gli estremismi, tutti i vociferanti salvatori universali missionari di un mondo migliore, tutti gli apostoli di una morale superiore, tutti i terroristi della paura totale, per vivere con questo migliore dei mondi possibili. Cerchiamo, umilmente, di migliorarlo sempre di più, non a parole ma passetto per passetto con dettagliato, preciso e costante lavoro. Immersi nella tersa e fresca aria della libertà di dire tutto quel che si vuole e fare tutto quanto non rechi indebito danno ad un nostro simile. Il mondo è ad una soglia, si sta lasciando finalmente e definitivamente alle spalle la spartizione di Yalta e le guerre del novecento per riorganizzarsi in modo nuovo. Un mondo multipolare dove solo conoscenza e capacità potranno salvare l’Europa dall’oblio della Storia.

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