di Antonio Foccillo
Intorno allo sciopero generale di Cgil e Uil del 29.11, si è scatenata una montagna di critiche e valutazioni, tutte tendenti a screditare l’azione del sindacato e non tutte oggettive, ma spesso solo strumentali.
È vero che alcune dichiarazioni (quelle della rivoluzione sociale) hanno prestato l’alibi per tali attacchi. Come pure il bruciare o dipingere l’effige della Presidente del Consiglio e di alcuni ministri, in una manifestazione di studenti a Torino, non hanno aiutato a far finire le polemiche, mettendo insieme due manifestazioni che avevano niente in comune. Queste dichiarazioni sono sbagliate che non rappresentano certo il sindacato riformista, che in tanti decenni abbiamo portato avanti.
Lo scontro fra governo e i due sindacati si è accentuato sulla legge di bilancio. Il sindacato non può essere parte indiretta, ma proprio perché da essa discendono importanti effetti sui lavoratori, sui contratti pubblici e sullo stato sociale, è imprescindibile affermare un’azione di confronto e di contrattazione su quelli che ne sono i contenuti.
È importante affermare si dà subito il diritto a parteciparvi, per la salvaguardia dell’equità e della giustizia dello stato sociale e del funzionamento dell’intera pubblica amministrazione che ne è lo strumento operativo.
La salute del sindacato confederale, già nel recente passato si è indebolita proprio nel peso politico di partecipazione alle scelte nel sistema socioeconomico. Perché, se la pratica strategica del conflitto appare ormai superata e inattuale, quella dello scambio politico ha sofferto numerose difficoltà, a causa dei partiti della seconda repubblica, che hanno contrastato la richiesta di partecipazione del sindacato, alle determinazioni economiche e politiche.
Il sindacato non può ripetere gli errori del passato, in cui le tradizioni, le sacralità, le ritualità si ripetevano in continuazione, come un rito religioso che non muta nei secoli.
Bisogna, sicuramente ricordare la storia e l’azione passata del sindacato confederale, ma oggi vi è il bisogno anche di cambiamento continuo, di ricerca costante, di evoluzione perenne, cercando di rappresentare le esigenze del tempo attuale.
Ancora una volta però bisogna che il sindacato si rivolga allo scenario del cambiamento della società. Se l’efficacia dell’azione sindacale passa ancora e sempre nel concorrere alla costituzione della libertà e delle eguaglianze, allora proprio su tutto ciò deve costruire il suo impegno progettuale e strategico.
In questi anni e soprattutto questi ultimi governi hanno minacciato la funzione di rappresentanza del sindacato, ponendo fine alla concertazione e accentuando la crisi di rappresentatività, per mettere in discussione non solo la credibilità del sindacato italiano, ma anche la sua funzione nella nuova società non più basata solo sul lavoro.
A tutto ciò è seguita una ben più grave crisi che scuote le fondamenta della democrazia parlamentare e che attiene al rapporto tra società civile – i rappresentati e società politica – i rappresentanti – che oggi segna gran parte della vita politica-istituzionale del paese.
Ancora oggi, nonostante tutto, resta centrale il problema di come riconquistare il consenso sociale e per invertire la pericolosa tendenza allo scollamento, alla frantumazione corporativa della società è necessario innovare la prassi politica consolidata e, sulla base di una appropriata analisi delle realtà sociale, inventare nuove soluzioni ai nuovi bisogni.
Spesso il movimento sindacale non ha rappresentato più un elemento unitario e sostanzialmente omogeneo ai bisogni della società, non ha costituito più una forza sociale portatrice di un’unica identità rivendicativa e contrattuale.
Non voglio essere censore di nessuno e né voglio cercare di individuare di chi è la colpa di questa ennesima divisione, ma i problemi sono tanti e tali che richiedono una presa d’atto per stabilire e percorrere, in futuro, un sentiero comune, proprio perché stiamo attraversando le diverse difficoltà, quelle della crisi economica, della trasformazione strutturale dei modelli produttivi e sociali, della guerra e dell’intelligenza artificiale.
L’analisi per giungere ad una nuova proposta non può non considerare l’attualità storica. E questa mostra come sempre meno sia possibile dividere e distinguere nell’identità sociale del lavoratore la sua prestazione occupazionale e i legami che questa intrattiene con tutti gli altri gli altri ambiti esistenziali, quali l’assistenza sociale, le garanzie istituzionali, l’informazione e i mass media ma anche il sapere, la cultura.
Occorre riqualificare propria la cultura, il proprio sapere, la propria capacità prospettica; la quantità delle prestazioni dovrà dunque reggersi sulla qualità della cultura che il sindacato saprà promuovere e realizzare.
Promuovere una politica di attiva partecipazione, attenta non solo alle funzioni di distribuzione economica, ma anche allo sviluppo di migliori condizioni di salute sociale, eliminerebbe il rischio per il sindacato di ripiegare su un’azione di rimessa, non idonea a intervenire nelle gestioni politiche ed economiche del Paese.
Recuperare un ruolo di gestione significa dunque ritrovare quella capacità di influire nel contesto economico e sociale della nostra democrazia.
Il nuovo spazio sindacale che così si offrirebbe è quello di rappresentare il lavoratore non solo come utente di strutture pubbliche, ma anche come beneficiario di democrazia che queste strutture esprimono – rappresentando con ciò non solo la necessità quotidiana di servizio, ma anche la necessità per determinare un sistema civile che sia sempre più determinato da principi di equità e di eguaglianza.
Ma se una nuova strategia politica è fondamentale per ricollocare il Sindacato nel diverso contesto sociale che si è venuto a determinare, occorre pure essere nelle condizioni organizzative idonee per realizzare una simile strategia.
Il Sindacato in questo frangente, ha ancora una volta, come in passato, l’opportunità di contribuire a dare prospettive positive alla società, finalizzando la sua partecipazione a sostegno di politiche economiche e sociali utili ad appianare gli squilibri e ridurre la povertà.
Se in passato, il sindacato, in particolare, aveva fatto la scelta di assumere progettualmente il contesto di politica economica, attraverso una politica dei redditi e lo strumento della concertazione, che avesse come riferimento le condizioni globali di determinazione economica e, nonostante quello che sostengono i suoi detrattori, ciò ha significato la crescita verso una nuova collocazione sociale e politica più matura.
Tuttavia, si sono evidenziate e riemerse le difficoltà, quando il buon senso, straordinaria risorsa di chiunque svolga attività sindacale, diventa un’arma spuntata quando si ha a che fare con organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori che lo rifiutano a vantaggio di un vecchio armamentario ideologico. Soprattutto, lo è ancora di più quando si respinge il confronto con i nuovi scenari dell’economia globale e con la necessità di uscire dalla bassa produttività, che soffoca da più di un decennio il nostro paese, quando ci si schiera senza esitazioni su posizioni estremiste e si pensa di esercitare un diritto di veto, tale da paralizzare il governo, le aziende e gli altri sindacati.
Le battaglie sindacali possono essere ancora vincenti e soprattutto coinvolgenti, se si continua a guardare la società, i cittadini, i lavoratori, i giovani in una nuova ottica di partecipazione e non comparse passive di scelte fatte da altri soggetti.
Allora, proprio riferendosi alla trasformazione dei bisogni, della cultura e delle aspettative, l’impegno del sindacato deve essere rivolto a concretizzare un sindacato che sia di promozione delle scelte e dei contenuti che vengono a costituirsi. Ciò significa investire il compito del sindacato di una professionalità politica e ideale, riconquistare così un ruolo di avanguardia storica, in modo da saper riattualizzare gli strumenti tradizionali del sindacato e insieme introdurre nuovi strumenti.
Il nuovo ruolo impone al sindacato anche delle verifiche, degli spazi nei quali fermarsi ad analizzare le scelte, per poi arricchirle di nuove. Sono essenzialmente tre i motivi di verifica:
– innanzitutto una verifica della strategia e delle azioni che negli ultimi anni il sindacato ha adottato per valutare come adeguarla alla luce delle profonde trasformazioni che hanno interessato tutta la società, in ogni suo aspetto economico, sociale, politico e culturale;
– poi di conseguenza, una verifica delle politiche e dei programmi da seguire in futuro. Una verifica che tracci l’orientamento preciso con il quale poter proiettare una nuova cultura nel sindacato e nella società, in stretta interazione con i processi che interesseranno l’evoluzione del mondo del lavoro, i rapporti di consenso, i contenuti dei bisogni individuali e collettivi;
– infine, una verifica della possibile solidarietà progettuale che unirà le organizzazioni verso la realizzazione dei progetti e scelte comuni. Perché solo lo stretto rapporto fra progetto politico e collaborazione organizzativa garantisce le condizioni per ottenere uno sviluppo del sindacato.
Se questo è dunque il percorso di verifica il mezzo non può essere che la discussione, il dibattito, l’aperta dialettica, interna, ma anche all’esterno con i soggetti istituzionali, politici e sociali. Ciò perché la popolazione, ignorata dalla politica, avanza alcune priorità: arginare l’impoverimento sociale e la perdita di posti di lavoro, difendere il potere d’acquisto delle famiglie, dei lavoratori, ridurre ed eliminare morti e gli infortuni sul lavoro, dare reddito ai disoccupati e a chi – come i pensionati a regimi modesti – si trova fuori dal mercato del lavoro.
Altro che la rivoluzione sociale! C’è da recuperare la vecchia anima riformista di un sindacato che propone e che cerca accordi, quella della piattaforma dell’Eur, quella del accordo del 23 luglio che portò alla politica dei redditi, etc.
L’auspicio che faccio, da vecchio dirigente sindacale, è che l’intero movimento sindacale recuperi la capacità propositiva, predisponendo una piattaforma rivendicativa unitaria nei confronti del governo.
Dopo averla discussa nei luoghi di lavoro, come si faceva una volta, in modo che sui contenuti della piattaforma si possano verificare i comportamenti del governo, che al momento suonano contraddittori, e preoccupanti, rispetto agli annunciati propositi.
Solo una proposta forte, articolata e condivisa può sfuggire alla logica politica attuale, soprattutto se, caratterizzandosi per il merito, guadagna anche l’autorevolezza che le deriva dall’essere generata autonomamente, senza passare per vie collaterali e dall’impatto che produce nella dinamica sociale, in tutti i suoi aspetti.
Nel caso che ancora si negasse il confronto si può allora arrivare a decisioni di lotta di fronte a una involuzione degli orientamenti da parte del governo o ad un irrigidimento delle posizioni. In questo quadro, anche la questione di una mobilitazione generale va affrontata serenamente.
Il sindacato, proprio per la sua storia di organizzazione pluralista e riformatrice, deve però imporre il recupero del confronto dialettico, nella completa libertà d’espressione, si può essere in completo disaccordo, ma resta un punto fermo, il rispetto dell’interlocutore, che rappresenta un diverso punto di vista, sul quale confrontarsi senza dogmi ed in maniera tollerante. Così e solo così si rafforza il sistema democratico violato da chi, invece, rifiuta il confronto.




